Dossier


Lavoro fonte di dignità

Lavoro come terapia

Professionisti si diventa

Lavorare con e per gli ultimi

 


Lavoro
fonte di dignità

(di Gianluca Cafarotti)

 

Nell'accogliere orfani e  derelitti, non fu preoccupazione esclusiva di san Girolamo dar loro una casa ed un'educazione, ma di restituir loro dignità rendendoli padroni del loro futuro; in altre parole il Miani non si limitò ad offrire un pronto soccorso, anzi la sua lungimiranza lo portò ad impegnare i giovani da lui accolti con paterna dedizione in vere e proprie officine o botteghe in cui ciascuno dava il proprio contributo, secondo le proprie capacità e inclinazioni, al mantenimento materiale di tutta la comunità. Ciò aveva il doppio effetto di favorire da una parte la presa di coscienza di essere utile a sé e agli altri, dall'altra di imparare un mestiere che avrebbe riscattato il diseredato dalla propria condizione emarginante reintegrandolo nella società.

In tal senso, seppur con tutte le diversità che l'evoluzione sociale impone, l'opera educativa di Girolamo Emiliani anticipa la Formazione Professionale. L'espressione può apparire forte ed esagerata, resta in ogni caso ineccepibile l'intuizione del nostro santo che si fa precursore di moderni metodi educativi in vista dell'avviamento dei giovani ad essere membri attivi nella compagine sociale del proprio tempo.

D'altra parte Girolamo aveva avuto esperienza diretta dell'attività lavorativa proprio nella sua famiglia che esercitava l'arte della lana quale mezzo per conservare autosufficienza; ed è proprio l'idea del non dover dipendere che guida il santo nelle proprie scelte a favore dei suoi orfani dedicandosi alla loro promozione in quanto persone da riscattare e restituire al mondo come soggetti autonomi e in grado di provvedere a sé stessi rifiutando la mendicità. A coloro che la sorte aveva privato della famiglia era preclusa la possibilità non solo di avere un'istruzione di base, ma anche di imparare un'arte. Infatti, lavorare da garzone in una bottega (quello che oggi chiamiamo apprendistato), era possibile grazie alla famiglia che presentava, facendo così da garante, il ragazzo all'artigiano. Qui sta l'intuizione ed il genio di san Girolamo, rendersi presente nella vita dell'orfano per garantirgli la possibilità di un riscatto, organizzando negli orfanotrofi lavori che fossero anche economicamente fruttuosi, col fine di assicurare agli orfani l'autonomia economica e sociale, dunque di essere liberi, capaci cioè di provvedere onestamente alla propria sussistenza.

Oggi i tempi sono cambiati, tuttavia alcune situazioni di degrado e di povertà sopravvivono, forme di ignoranza che tendono ad emarginare dalla "società produttiva" fasce socialmente deboli, e tra queste principalmente giovani. Ciò che reclama la presenza somasca nel campo della Formazione Professionale non è evidentemente la mancanza della cosiddetta offerta formativa da parte delle istituzioni civili, ma è la necessità di dare un'anima a tale offerta, offrire dei modelli educativi che vadano oltre la semplice acquisizione di competenze e capacità professionali, fare in modo che i giovani trovino degli interlocutori che sappiano considerarli nella loro totalità e complessità.

In fondo ciò che i Somaschi ereditano dal loro Fondatore è lo spirito paterno, vale a dire spirito di dedizione amorevole e gratuita, di presenza forte e discreta.


Lavoro
come terapia

(a cura di Felice Beneo)

 

I religiosi della Provincia lombardo-veneta dei Padri Somaschi  lavorano  anche in "Centri di accoglienza", con l'intento di svolgere attività di prevenzione, recupero e reinserimento a favore di soggetti tossicodipendenti di entrambi i sessi.

Il primo Centro è nato nel 1978 a Cavaione di Trucazzano (Mi). A tutt'oggi i Centri sono 16, sparsi in tutta l'Italia. L'ultimo è nato a Como nel febbraio u.s.  come alloggio per i malati terminali in Como.

Abbiamo intervistato uno dei responsabili, il p.Carlo Crignola, per scoprire  il ruolo che occupa il lavoro in questa azione di recupero e di reinserimento  nella società.

Padre Carlo, perché fate lavorare i giovani nei vostri Centri di Accoglienza? Potrebbe sembrare una domanda superflua e la risposta scontata. Ma, a volte, non si hanno idee chiare sul ruolo del lavoro per recuperare questi giovani. Si pensa, per esempio, che se lavorano non pensano ad altro, oppure  che li fate lavorare per tenerli occupati durante il giorno, o perché si rendano utili.

Se alcuni di questi obiettivi pratici non sono del tutto assenti in una pianificazione del programma, anzi sono stati in primo piano nella fase di avvio di nostri Centri, la scelta di far lavorare i ragazzi si è rafforzata col tempo, osservando quanto il lavoro aiuti il ragazzo a raggiungere gli obiettivi centrali del suo cammino di crescita.

Confrontandoci con altri modelli comunitari, ci siamo resi conto di come vi siano comunità che fanno del lavoro l'attività principale ed esclusiva, tanto da caratterizzarsi solo in base ad esso; altre invece che pensano di dover dedicare tutto il tempo disponibile ad attività da loro ritenute maggiormente terapeutiche e formative.

Noi abbiamo maturato la convinzione che proporre al ragazzo che entra in comunità un impegno lavorativo molto consistente ma non esclusivo incrementi il senso di appartenenza e il sentimento di valore che il soggetto elabora verso la comunità. E' da queste basi che nei nostri ospiti si genera una vera e propria assunzione di responsabilità.

Si afferma comunemente che la possibilità di svolgere un lavoro che piaccia e che soddisfi, in quanto percepito come adeguato alle proprie capacità, sia uno degli obiettivi irrinunciabili per ogni persona, pena il senso d'inutilità e di pesantezza della propria vita. Tale principio vale anche per i giovani che voi aiutate?

Il contatto con gli ospiti delle nostre comunità ci ha fatto osservare come non sempre questo principio resti per loro valido.

Per alcuni di loro infatti il lavoro ha potuto convivere con la tossicodipendenza.

Questi ragazzi, pur dotati talvolta di una professionalità elevata, o non sono in grado di trarre da essa i significati che potrebbero facilitare lo sviluppo di una personalità armonica e matura, oppure difettano di alcune abilità personali necessarie perché la professionalità di cui dispongono possa tradursi in un'attività lavorativa concreta, produttiva e creatrice.

L'esperienza lavorativa in comunità, se opportunamente motivata, può costituire una chiara occasione correttiva di concezioni distorte relative al lavoro. Più che professionalità in sé viene enfatizzato ciò che fa si che una professionalità "serva". Spesso dall'esperienza lavorativa in comunità il ragazzo acquisisce non una professionalità completa, non sempre il lavoro che impara sarà quello che effettivamente eserciterà dopo, ma una capacità a lavorare con professionalità.

L'aver trovato e saper mantenere un lavoro soddisfacente costituisce per noi un criterio per stabilire se l'integrazione del ragazzo, terminato il programma comunitario, sia stata raggiunta.

Come i giovani accolgono questo impegno lavorativo che non sempre li prepara forse direttamente a svolgere poi quel determinato lavoro nel momento del loro reinserimento nella società? Non è frustrante per loro il pensare che ciò che fanno oggi in comunità non dà loro una "professione"?

Essere capaci di lavorare non significa solo conoscere come si deve operare per realizzare qualcosa, ma anche possedere quelle qualità che permettano a certe competenze professionali di attualizzarsi, come la volontà, la continuità, lo spirito di sacrificio, la precisione, l'attenzione e la collaborazione.

Il lavoro significa sicuramente avere soldi, ma comporta anche fatica e impegno. E' indipendenza, ma è anche capacità di collaborare, di stare con gli altri, di osservare i ritmi e disposizioni. Serve certo a risolvere il problema del quotidiano, ma è anche progettualità, responsabilità e autorealizzazione.

Col procedere dell'esperienza comunitaria il lavoro assume per i ragazzi ospiti significati diversi. Inizialmente lo subiscono come regola della comunità, trovandovi in esso noia, pesantezza e persino frustrazione. Dopo qualche mese di altalenante umore, dalla frustrazione al risentimento, all'insofferenza per un clima che con pazienza richiama a dare di più, gli sfoghi cambiano tono e contenuto. Al quinto o al sesto mese di permanenza in comunità il ragazzo è più soddisfatto. E' qui che il lavoro diviene ricchezza di osservazioni e di stimoli in quanto palestra di sperimentazione ove il ragazzo misura se stesso con le proprie capacità.

Ho visto che i lavori che offrite a questi giovani sono lavori ripetitivi al massimo; non c'è pericolo di "alienazione"? Come ovviate a questo pericolo?

Il lavoro più comune nelle nostre comunità è di assemblaggio. Essendo un lavoro ripetitivo, non esige grande concentrazione, permettendo così il dialogo, l'ascolto e il confronto senza che la produttività venga compromessa. Si sottintende che nessuno debba lavorare solo e che la rumorosità (radio) sia eliminata.

Si è notato quanto i ragazzi migliorano in una appropriata organizzazione della vita quotidiana, dove trovano occasioni e strumenti per riavvicinarsi e misurarsi in modo sempre più autonomo  con la realtà, dalla quale si erano praticamente estraniati. Allora non solo uno, ma tanti diranno come Mario:

"Se ripenso al periodo prima, mi pare di averlo vissuto come un vegetale, non vivevo, non mi accorgevo di nulla. Ora apprezzo lo stare con la gente, ho idee sempre più chiare a cui tengo e a cui mi ispiro. Provo soddisfazione quando riesco a viverle."


Professionisti
si diventa

 

Toritto

 

Il piccolo laboratorio di Toritto (Bari) è costituito semplicemente da un prefabbricato delle dimensioni di 3x3x6 metri, collocato accanto alla struttura del Centro sociale sin dall'inizio della gestione di esso da parte dei Padri Somaschi nel novembre 1995. Da allora tanti volontari 'coadiuvati' da bambini, ragazzi, giovani, più o meno interessati, più o meno bravi, hanno prodotto una quantità di statue in gesso, poi esposte e regolarmente vendute - almeno nel primo periodo, quello del 'boom' - durante le diverse vendite organizzate dal Centro per il suo stesso sostentamento. Così durante i "corsi" di apprendimento delle tecniche e produzione, si vedono i ragazzi tutti intenti a dipingere il manto azzurro della Vergine, o i biondi capelli del Bambinello, o sbizzarrirsi nei colori da dare ai Magi, mentre l'aria è tutto un insieme di richiami del "capo", che vorrebbe si facesse attenzione a tante cose, di "mannaggia, ho sbagliato", della musica dell'immancabile radio… e delle urla di chi, a due passi da lì, corre dietro ad un pallone… E così il "laboratorio" si fa discreto portatore di educazione al lavoro, rispetto dell'altro, ascolto della propria fantasia, capacità di misurarsi con le proprie potenzialità, e - questo è ciò a cui teniamo molto - luogo di serenità. Si sarebbe parziali a non nominare quant'altro si produce, a mano di veri professionisti - autodidatti, in quell'angusto spazio: e sì, perché c'è anche un bravissimo lavoratore del rame, capace di tirarti fuori ogni sorta di oggetti, che possono risultare belli anche se magari un po' astrusi; ma pure utili, capaci di riempirti quell'angolo lì in salotto dove proprio non sai cosa metterci. Per dato di cronaca, l'ultimo prodotto è nientemeno che un alambicco per la distillazione della grappa regolarmente funzionante! Un altro bravo artista si occupa della lavorazione del legno e in modo particolare di piccoli crocifissi variamente intarsiati.

 

Michele Maria Leovino per i Volontari del Centro San Girolamo

 

 

Albano

 

Il CFP "San Girolamo Emiliani" è attivo nel territorio dei Castelli Romani, ad Albano Laziale, da quasi cinquant'anni, nel corso dei quali ha avuto modo di crescere e di adeguarsi alle nuove esigenze della Formazione Professionale. Raccoglie mediamente circa 350 iscritti ogni anno provenienti da vari comuni della provincia di Roma. Scopo del Centro è di preparare gli allievi, dopo la scuola dell'obbligo, ad immettersi nel mercato del lavoro nel settore dell'industria fornendo competenze professionali a meccanici, elettrauti, elettricisti, elettronici ed informatici.

Ciò che tuttavia è di fondamentale importanza per la comunità dei Padri Somaschi che gestisce il Centro, è l'accompagnamento del giovane nell'acquisire soprattutto un sano senso di responsabilità e di collaborazione leale con i colleghi, oltre che spronare gli allievi a dare credito alla propria capacità di potersi affermare in uno specifico campo professionale

 Ciò potrebbe sembrare scontato, tuttavia la formazione professionale è tutt'oggi vista, nonostante metodi educativi vari e riforme annesse, come una scuola di ripiego, una scuola per coloro cui mancano le facoltà per proseguire gli studi dopo l'obbligo scolastico, e tale idea crea nella coscienza del giovane un alibi per giustificare insuccessi e disimpegno. Stando così le cose, pur essendo gli allievi i primi interlocutori, si tenta il coinvolgimento delle famiglie, impresa non sempre facile e felice, per far sì che la richiesta di serietà e impegno professionale non si limiti alle ore di presenza a scuola, ma si allarghi ad un vero e proprio progetto educativo, par fare in modo che i giovani possano credere nelle loro risorse ed assumere un atteggiamento positivo nei confronti del lavoro inteso come via di affermazione e realizzazione di sé.

 

Torino

 

Al Fioccardo, un quartiere periferico di Torino, c'è la "Casa della Fraternità giovanile": un grande complesso edilizio. Negli anni '90 è stato trasformato da pensionato per universitari in due comunità alloggio: una per preadolescenti e una per adolescenti.

Questi ultimi facevano più difficoltà. Alcuni frequentavano la scuola, altri lavoravano. Ed è qui che veniva fuori il problema più grave: Pino aveva cambiato sei datori di lavoro; buono e simpatico, ma, come dicono i piemontesi "scapa travai che mi arivu" (scappa lavoro che arrivo io!)  e così dopo qualche giorno veniva licenziato. Tu non puoi dire al ragazzo: "Pino, ora basta. Se non hai voglia di lavorare, arrangiati: qui non ci puoi stare; torna a casa tua". Ma a quale casa? papà in carcere e la madre...

D'impulso è balenata l'idea di occuparlo in casa. Pian piano  è maturato un progetto che avrebbe potuto veramente essere di aiuto ai ragazzi. Il 1994 è l'anno di nascita del "Laboratorio educativo occupazionale" (L.E.O). Già il nome scelto evidenzia che intendevamo il lavoro come strumento privilegiato nella educazione del ragazzo, tenendolo occupato durante tutto il giorno in esercitazioni pratiche. Non per nulla san Girolamo aveva scritto: "Il lavoro, la devozione e la carità sono il fondamento dell'opera": dunque ci eravamo messi sulla sua lunghezza d'onda.

Come esperienza era innovativa: non esisteva in Torino un intervento di questo tipo.

Per impostare seriamente  il programma avevamo bisogno non solo di educatori professionali, ma, soprattutto di persone con una buona esperienza di lavoro nei vari campi. Anche san Girolamo si era servito di "maestri d'arte" ed ha  aiutato anche noi a trovarli: un ingegnere, un meccanico, un esperto nell'organizzazione del lavoro, un bancario, un esperto nei problemi sindacali. Tutte persone già in pensione e che quindi potevano darci una mano. E lo hanno fatto con amore e competenza affiancando i giovani educatori nella loro missione.

San Girolamo scriveva: "Uno si faccia carico di procurare lavoro per la Compagnia". La prima cosa di cui ci siamo dovuti preoccupare è stato proprio la ricerca di lavori di facili assemblaggi. Ricordo di aver battuto a tappeto, con uno degli anziani volontari, la zona industriale di Moncalieri. Ebbene uno dopo l'altro sono arrivati i lavori sufficienti per impegnare i ragazzi.

Era importante che i ragazzi non prendessero come gioco il lavoro. "Chi non lavora non mangi", ripeteva spesso san Girolamo. E così alla fine del mese i nostri ragazzi potevano vedere il frutto del loro lavoro: un premio in denaro che corrispondeva non tanto alla "resa" del lavoro, ma alla buona volontà, all'impegno dimostrato.

Il progetto  L.E.O prevede la simulazione di una ditta vera e propria, quindi i ragazzi devono imparare i comportamenti fondamentali che regolano un rapporto di lavoro; li abbiamo scritti a caratteri cubitali sulla bacheca. L'orario è quello di una ditta: s'inizia il lavoro alle 9 e si termina alle 17. All'arrivo e alla partenza si firma il cartellino, le assenze per malattia devono essere giustificate da un certificato medico, ecc. L'anno è scandito non secondo quello scolastico, ma quello lavorativo. Perciò il laboratorio resta chiuso "per ferie" solo nel mese di agosto.

Una differenza tra il nostro Laboratorio e una ditta esiste:  non vogliamo far perdere ai ragazzi certi valori importanti, come la cultura, lo sviluppo di una sensibilità del bello, del sacro. Nell'orario giornaliero quattro ore sono dedicate al lavoro, una al riposo e tre ai corsi teorici pratici. Così alcuni specialisti tengono corsi di pronto soccorso, di antinfortunistica, di musica, di igiene personale, di arte, di cucina.

Il L.E.O del Fioccardo ha dato origine ad altri Laboratori. Nel 1995  è stato aperto  quello di Mirafiori sud, un quartiere popolare di Torino. Oggi si è potuto dare a ciascuno dei due una caratteristica: al Fioccardo l'intervento educativo è diretto di preferenza a ragazzi che presentano difficoltà particolari  per l'inserimento nel lavoro; a Mirafiori vengono inseriti minori che risultano idonei ad una formazione più impegnativa nel lavoro o nello studio. L'esperienza si è trasferita anche in Romania: a Baia Mare, per la generosa dedizione dei volontari di Torino è stata inaugurata, nel 1998, una "fundatia somasca" che raduna durante il giorno ragazzi di strada e li avvia al lavoro. Anche a Narzole (Cuneo), presso il nostro Villaggio della Gioia, sta nascendo un LEO con alcune caratteristiche specifiche. Essendo in campagna, al lavoro di assemblaggio si è aggiunto anche un lavoro agricolo: l'allevamento di animali, che interessa molto i ragazzi.


Lavorare con
e per gli ultimi

 

Che san Girolamo Emiliani fosse un instancabile lavoratore lo dimostrano le opere che riuscì ad avviare nel giro di poco tempo e la sua capacità di organizzarle in modo tale da renderle autonome dal loro fondatore; tuttavia per il nostro santo il lavoro non consisteva tanto nell'operare pragmatico di quanto l'impulso caritativo gli ispirava, quanto nell'essere mezzo ascetico e pedagogico tale da dare stabilità e dinamismo non soltanto alle opere ma a tutta la Compagnia dei servi dei Poveri.

Nella prima lettera ad Agostino Barili, Girolamo rammenta a ciascun membro della comunità il proprio incarico sollecitando alla fuga dall'ozio e affermando, a proposito di un tal Giovannantonio da Milano, che col lavorare si confermano i fratelli nella carità di Cristo (cfr 1 lett. 17); dunque il lavorare non è semplicemente operatività supportata dalle capacità dell'esecutore, ma sollecitudine amorevole verso la comunità e i fratelli (che sono l'anima dell'opera) animata dalla carità di Cristo che ha donato tutto di sé; pertanto il lavoro assume anche un valore teologico tanto da essere, insieme alla devozione e alla carità, il fondamento dell'opera stessa (cfr 1 lett. 17). Era necessario per i Servi dei poveri (e lo è ancora) espletare il proprio lavoro non semplicemente con perizia o capacità professionale, ma con pace (con la certezza che tutto viene da Dio e che l'uomo altro non è che un semplice strumento nelle mani dell'unico Fondatore, cioè Cristo), devozione (grati del dono concesso, cioè di essere stati chiamati a con-laborare con il Creatore) e modestia (con la libertà che viene dalla coscienza che siamo servi inutili).

In tal modo il lavoro assume i connotati della virtù e le sembianze dell'amore oblativo che accompagna ciascun membro della Compagnia a servire Cristo nei poveri e non i poveri nell'opera, poiché il fine è Iddio (cfr 2 lett. 3).

Il mettere in comune ogni cosa e la scelta della povertà hanno come conseguenza il lavorare a favore dei poveri e lavorare da poveri; e poiché la povertà scelta da san Girolamo per la sua Compagnia è la povertà evangelica, la nudità del Crocifisso, il lavoro diviene cooperazione con la Divina Provvidenza.

D'altra parte Girolamo pur riconoscendo tale importanza al lavoro, invita la Compagnia al discernimento e a non cedere alla tentazione di assumersi incarichi che non riuscirebbe ad assolvere, poiché tale desiderio non viene da Dio; "non perché il lavoro non sia un bene, poiché sta scritto: chi non lavora neppure mangi, ma ogni volta che vien proposta una cosa buona, che non si possa fare, bisogna ritenere certo che è tentazione luciferina e non è da Dio, perché Dio non fa nessuna cosa indarno. E questa tentazione non è tentazione nuova, ma vecchia. (…) Pure concludo che il lavoro è un bene e continuamente lo vado cercando e prego Dio che ce lo dia." (3 lett. 15. 18).

Dunque il lavoro è risposta generosa all'appello del Padre, cooperazione sollecita con la carità di Cristo e contributo all'edificazione della Chiesa nell'accettazione del servizio ai poveri quale dono dello Spirito Santo.

Eredi di tale idea, i Padri Somaschi pongono l'accento sul lavoro fin dalle primissime fasi della formazione dei propri membri, quale mezzo di arricchimento e di verifica per chi si avvicina alle opere. Negli Ordini generali delle Opere (1550-1560) si legge: "Quelli che vengono per non portare la croce et vivere secondo li nostri ordini, non sono per noi". Ecco che il lavoro, inteso nel senso di cui sopra, diviene un vero e proprio mezzo di discernimento per accogliere membri e collaboratori, e l'elemento discriminante qui è la croce che va contemplata, accettata, amata e soprattutto portata in quanto estrema sequela di Cristo, pegno delle promesse fatte da Dio e preludio alla risurrezione. "Sicché non so dir loro per adesso altro, se non pregarli per le piaghe di Cristo che vogliano essere mortificati in ogni loro atto esteriore e pieni interiormente di umiltà, carità e di unzione; (…) ed esser frequenti nell'orazione davanti al Crocifisso, pregandolo che voglia aprire gli occhi della loro cecità e domandargli misericordia, cioè che siano fatti degni di fare penitenza in questo mondo come caparra della misericordia eterna"  (6 lett. 6).