“No future”:
niente futuro?(di Giacomo Ghu)
Provenienti da oltre 70 paesi nei giorni tra il 15 e il 20 agosto si riverseranno a Roma prevedibilmente tanti giovani quanti almeno furono presenti a Longchamps (Parigi) nel 1997. E quella fu una Giornata Mondiale della Gioventù straordinaria, che ha sorpreso gli specialisti del mercato della gioventù e superato ogni previsione. Infatti si attendevano 70.000 giovani francesi e invece furono 700.000, su un totale di oltre un milione di presenze. Si domanda il card. Jean-Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi: “Perché questo errore? Molti pensavano che la gioventù si interessasse più dei «rave-parties» che dell’incontro con il Papa, che della scoperta del Vangelo, che dell’interrogazione sulla propria vita. In realtà gli specialisti del mercato della gioventù non conoscono la gioventù come Dio la conosce e gli specialisti del Vangelo non credono abbastanza nel potere dello Spirito, come Gesù dice agli Apostoli: «Uomini di poca fede...»”.
"Ma dopo la giornata che è successo? - si domanda ancora il cardinale - Soltanto una minima parte ha raggiunto i gruppi cattolici". Ecco il rischio: la grande adunata oceanica e il tam-tam dei media non bastano per portare a Cristo né i giovani né gli adulti. L'invito del Papa ai giovani, attraverso il messaggio del 29 giugno 1999, che esprime poi il significato della giornata giubilare, è esigente: "Giovani di ogni continente, non abbiate paura di essere santi del nuovo millennio! Siate contemplativi e amanti della preghiera; coerenti con la vostra fede e generosi nel servizio ai fratelli, membra attive della Chiesa ed artefici di pace. Per realizzare questo impegnativo progetto di vita, rimanete nell'ascolto della sua Parola, attingete vigore dai Sacramenti, specialmente dall'Eucaristia e dalla Penitenza. Il Signore vi vuole apostoli intrepidi del suo Vangelo e costruttori d'una nuova umanità. In effetti, come potete affermare di credere nel Dio fatto uomo, se non prendete posizione contro ciò che avvilisce la persona umana e la famiglia? Se credete che Cristo ha rivelato l'amore del Padre per ogni creatura, non potete non porre ogni sforzo per contribuire all'edificazione di un mondo nuovo, fondato sulla potenza dell'amore e del perdono, sulla lotta contro l'ingiustizia ed ogni miseria fisica, morale, spirituale, sull'orientamento della politica, dell'economia, della cultura e della tecnologia al servizio dell'uomo e del suo sviluppo integrale".
Come raggiungere questo ambizioso ma necessario progetto di vita è la scommessa su cui poggia il lavoro di molti animatori della pastorale giovanile. Ma è anche, contemporaneamente, il cruccio e l'insonnia di molti di loro. E' possibile interessare ancora, oggi, i giovani alla fede? La risposta del priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, è positiva, a condizione di essere concreti e a non vivere di slogans. Ad esempio "amiamo ripetere che i giovani sono la primavera della Chiesa, la speranza del futuro. E invece è la Chiesa che deve offrire speranza ai giovani". Ma non solo ai giovani, bensì a tutti.
Chi cerca di catturare la gioventù con proposte allettanti (discoteca parrocchiale), chi invece punta a traguardi esigenti, fino a selezionare. Eppure "la questione è a monte: sta nel creare una relazione significativa e profonda. La validità di un educatore si misura da questo: non incantare i giovani con idoli, ma insegnare la "grammatica del pensare", saper mettere il giovane di fronte a sé, portarlo gradualmente e pazientemente a scoprire cosa dà gusto all'esistenza. Insomma senza un ricupero della propria umanità non si va da nessuna parte".
Senza un'esperienza "adulta" di Chiesa si chiude la porta del futuro. E "adulta" significa raggiungere "quello stato di santità, che fu al tempo dei tuoi apostoli", come era solito pregare san Girolamo Emiliani. Ma non era solo una preghiera; bensì uno stile di vita che si faceva preghiera. Non c’era il tentativo o la ricerca di come “catturare” i giovani. Semplicemente san Girolamo si è messo al loro fianco.
Potremmo chiamare questo "il contributo somasco" alla Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà nel prossimo agosto.
(F. Beneo)
Scala santa:
ascesa dell'animadi Adalberto PAPINI
Il pellegrino che percorre il sentiero che porta da Somasca al santuario della Valletta, a circa metà percorso, tra la quinta e la sesta cappella, incontra sulla sua destra una "Scala" di 101 gradini disuguali, alquanto ripida, formata da ruvidi sassi di montagna e dominata dall'alto da un Crocifisso che attira costantemente lo sguardo di chi sale. Essa, tra gli alberi del bosco, porta al luogo conosciuto come "Eremo": una grotta naturale nella quale la tradizione colloca il luogo di penitenza di san Girolamo Miani. Questa "scala" è comunemente conosciuta come "Scala Santa". Alla base due lapidi collocate su due "santelle" ricordano l'una come la sua costruzione sia opera dello stesso Girolamo, l'altra, l'indulgenza plenaria, quattro volte all'anno, concessa dalla Penitenzieria Apostolica nel 1932 a quanti devotamente meditando la passione del Signore salgono in ginocchio la stessa. La notizia che la costruzione sia opera dello stesso san Girolamo sembra non avere nessun fondamento storico. Essa, come la vediamo noi oggi, venne costruita negli anni 1828-29, su un ripido sentiero preesistente. Perché "Scala santa"?
La scala come simbolo di ascensione spirituale la troviamo presente sia nelle religioni che filosofie non cristiane. Nella mistica cattolica ha trovato un uso larghissimo. Il racconto di Gn. 28, 10 ss relativo alla visione avuta da Giacobbe della scala lungo la quale salivano e discendevano gli angeli trovò presso i Padri della Chiesa un ampio uso simbolico. Nel Medioevo san Bernardo contribuì con i suoi scritti a diffondere tale tema letterario e spirituale. Il distacco dal peccato e il progresso nelle virtù vengono assai spesso illustrati mediante il ricorsosimbolico della scala. Di questo vasto orientamento è testimone anche il gran numero di scritti ascetici che a cominciare dalla "scala paradisi" di san Giovanni Climaco fino ai tempi più recenti, esprimeranno già nel titolo l'immagine della scala e della salita come programma di vita spirituale. Nel contesto della spiritualità dei luoghi di san Girolamo, la scala santa ha proprio questo profondo richiamo di ascesa dell'anima: sotto lo sguardo del Cristo crocifisso l'uomo si impegna a passare dalla condizione di peccato, attraverso un cammino graduale di purificazione, alla piena e perfetta comunione con la sua realtà di figlio di Dio. Salendo questa scala non si può non pensare al cammino di conversione compiuto da san Girolamo e a noi tramandato dal suo amico "Anonimo". Ogni gradino, con lo sguardo fisso nel Crocifisso, ci pone nella condizione di supplici: "spesso posto ai piedi del Crocifisso il pregava gli volesse essere salvatore et non giudice". Ogni gradino è un richiamo al susseguirsi delle tappe che devono accompagnare un sincero cammino di conversione: "Volendo del tutto sradicare (i peccati) dall'animo suo, servava quest'ordine: prima si proponeva un peccato, poi con cotidiane prove per la virtù contraria si sforzava di vincerlo, poi vinto quello passava ad una latro; e così con l'aiuto di Dio, in breve ogni pianta di vitio dall'animo suo svelse et si rese atto a ricever la semente della divina gratia. Onde spesso mi ricordava questa parola: fratello, se vuoi purgare l'anima tua da' peccati, acciò diventi casa del Signore, comincia a pigliarne uno per li capelli tanto che lo castighi a tuo modo, poi vattene a gl'altri et presto sarai santo". La fatica di salire e di inginocchiarsi ad ogni gradino su sassi ruvidi richiama anche un altro aspetto proprio della spiritualità di san Girolamo: il suo spirito di penitenza, mortificazione, espiazione. "Udendo spesso replicare quel vangelo: «chi vuol venire dopo me nieghi se medesimo e pigli la croce sua et seguiti me», si dispose d'imitare ad ogni suo potere il suo caro maestro Christo, onde cominciò con moderati digiuni vincer la gola, principio d'ogni vitio. Vigilava la notte - humiliavasi quanto più poteva nel vestire, nel parlare, nel conversare et molto più nel core - si sforzava di parlar poco - gl'occhi suoi custodiva con ogni diligenza". L'Eremo al termine della scala Santa è la concreta testimonianza dell'esercizio volontario della penitenza come mezzo per rafforzare la volontà nel scegliere il bene, come strumento di espiazione e come gesto di amore che vuole in parte rispondere al più grande gesto di amore di Cristo che muore sulla Croce. "La Chiesa invita tutti ad accompagnare l'interna conversione dello spirito con il volontario esercizio di azioni esteriori di penitenza" (Paenitemini). Proprio per il suo forte valore "ascetico" la Penitenzieria Apostolica ha concesso durante tutto questo anno giubilare 2000 l'indulgenza plenaria ogni giorno (e per ogni venerdì di quaresima negli anni a seguire) a chi, alle solite condizioni, sale in ginocchio meditando la Passione del Signore, questa Scala Santa.
«Tra gli arbusti della grande montagna
Come una freccia lanciata verso il cielo
Sorge una scala...
Io salirò fino alla tua croce
per inchiodarmi con te,
per sentire il tuo dolore,
per riempirmi del tuo amore.
Io salirò fino alla tua croce
per abbracciarti amico,
per abbracciarti mio Dio
per consegnarti il mio amore».
(dal recital: MORIRE PER VIVERE)
Solo sempre sorridenteIn antecamera:
di Stanislao CAPELLETTI
Il 31 maggio
rincorrono settatantasette anni della morte del servo di Dio Federico CIONCHI, fratel Righetto. La Vergine Santissima che l’aveva visitato da bambino di cinque anni, lo volle al Cielo nel giorno anniversario della sua Apparizione. Questa coincidenza di date, che può sembrare a taluno fortuita, è per noi invece molto eloquente, considerando che «Dei nutibus vitae nostrae momenta decurrunt».
Vogliamo ricordare oggi l'umile figura del Fratello coadiutore somasco Fr. Righetto, Federico Cionchi: il protagonista delle celebri apparizioni della SS. ma Vergine nella Valle Spoletina. Nel luogo dove Righetto bambino vide più volte la Madonna, oggi sorge maestoso il Santuario della Stella, uno dei più importanti dell'Umbria. Di lui poco si parlò: qualche timido ceno dopo la sua morte. Righetto Cionchi, divenuto in seguito Fr. Federico, durante la sua vita si studiò di nascondersi nell'ombra e di custodire gelosamente nel suo cuore il ricordo dolcissimo dell'incontro con Maria. A Lei volle dare testimonianza di amore filiale con una vita umile, nascosta, laboriosa e soprattutto orante nel modesto ufficio di sacrestano. Fr. Federico, per naturale istinto, rifuggiva quanto potesse richiamare sopra di sé l'attenzione degli altri: era estremamente allergico alla pubblicità. Sempre pronto a difendersi, o un modo brusco o scherzoso, da chi volesse violare la zona proibita della sorprendente avventura dei suoi primi anni. Un giorno interpellato a questo proposito, rispose argutamente: «Per l'appunto anch'io ho sentito questa notizia...». Rievocare la sua umile e mite figura, non vuol dire fare di lui un santo, ma far riecheggiare con la memoria della sua mirabile vita il cantico che egli volle innalzare alla Vergine. Riaffermare con la forza di una vita religiosa vissuta e sofferta, l'eccellenza di un'esistenza consacrata "nascosta con Cristo in Dio". La vita dell'umile sacrestano di S. Maria Maggiore di Treviso è un'autentica testimonianza silenziosa, ma eloquente e penetrante.
Tramonto mariano
Al primo spuntare del 31 maggio 1923, in una disadorna cameretta della Casa religiosa somasca di S. Maria Maggiore in Treviso, si spegneva un umile Religioso Coadiutore, per quarant'anni infaticabile sacrestano della Chiesa. Quando la salma fu composta con l'abito religioso somasco, il Superiore depose sopra il petto del defunto, come un sigillo, la medaglia d'argento della Madonna della Stella. Quel giorno 31 maggio per lo scomparso era un giorno memorando: l'anniversario della apparizione della Madonna a lui bambinello nella Valle Spoletina. Chi era quel Religioso? Era Fr. Righetto, Federico Cionchi. Il giorno stesso della morte, l'Attuario del Convento così scriveva nel libro degli Atti: «31 maggio 1923.
Questa mattina, mezz'ora dopo la mezzanotte fummo tutti svegliati dall'infermiere di Fr. Federico, perché questo, mentre prima sembrava abbastanza quieto e cosciente in quell'ora aveva subito una forte crisi, che faceva temere non lontana la sua fine. Il Padre Superiore gli amministrò l'Olio santo e poi raccomandò l'anima. Continuando l'agonia, sempre calma, ma in uno stato di incoscienza (per quanto sembrava a noi) il Padre Superiore intonò il Santo Rosario per ottenere dalla Vergine Santissima la grazia per il suo diletto Righetto che potesse spirare nel bacio del Signore. Verso l'una e mezzo il nostro carissimo Confratello cessava serenamente di vivere; tutti quei di famiglia edificati di una morte così santa. Il Padre Superiore comunicò tosto la sua dipartita al Rev. mo Padre Generale e al Superiore dei Padri Passionisti del Santuario della Stella». La coincidenza della data della morte con quella del giorno anniversario dell'apparizione della Madonna, venne autorevolmente evidenziata dalla Rivista dell'Ordine somasco: «Non possiamo tuttavia lasciar passare sottosilenzio un particolare riguardante il compianto Fr. Federico Cionchi, chenon fu notato nella lettera mortuaria spedita ai Superiori delle nostre case. La Vergine Santissima, che l'aveva visitato bambino di cinque anni, lo volle al Cielo nel dì anniversario della sua Apparizione. Questa coincidenza di data che può sembrare a taluno fortuita, è per noi molto eloquente considerato che "Dei nutibus vitae nostrae momenta decurrunt». (Bollettino dell'Ordine Somasco. Gennaio 1924).Profumo di Cristo
Durante tutta la sua vita Fr. Righetto Cionchi ebbe la preoccupazione di scomparire agli occhi di tutti; di tener gelosamente nascosto il segreto dell'incontro con la Celeste madre. Il velo di
silenzio in cui si era avvolto e l'intensa attività del suo ufficio di sacrestano in una chiesa così assorbente come quella di S. Maria Maggiore in Treviso, escludevano decisamente ogni inutile ripiegamento sopra se stesso. I Superiori, con tatto e illuminata prudenza, nelle relazioni con il Religioso non hanno mai esternamente tenuto conto delle apparizioni e della fama che egli si era acquistata. Come se tutto questo non fosse mai accaduto. Il Fratello d'altronde ne era ben felice, perché corrispondeva perfettamente a quanto egli intimamente desiderava: «Conservava tutto nel suo cuore» (Lc 2, 51) come Maria. La Signora Matilde Bressanin Della Rovere dice: «La vita di Fr. Federico non aveva niente di particolare: solo sempre sorridente, sempre correre per attività e sempre unta la tonaca per la sorveglianza delle lampade ad olio– Fr. Federico, credo, era un santo; e per questo non sembrava una persona straordinaria, la sua vita era sempre la stessa, senza dare nell'occhio». Quando egli morì, la fama della sua santa vita si affermò, non solo nella Casa religiosa e nella Congregazione, ma anche nell'ambito della Parrocchia-Santuario dove per oltre quarant'anni lavorò oscuro, infaticabile operaio del Signore. Il Superiore, P. Giovanni Zonta, il giorno stesso della morte scrivendo ai Superiori delle Case dell'Ordine, dopo aver rilevato che il Religioso era morto "con edificante rassegnazione", così proseguiva: «Non sarebbe facile esporre a parole la vita operosa e instancabile di questo nostro Fratello durante i quarant'anni trascorsi nel suo modesto ufficio, ma ben lo rammentano i parrocchiani tutti e i moltissimi cittadini frequentanti la nostra Chiesa, i quali lo hanno sempre stimato e amato. Infatti, oltre alla devozione filiale da lui sempre dimostrata alla Santissima Vergine e la cura speciale per il di Lei altare, quanti ebbero l'avventura di conoscerlo, non possono fare a meno di ricordarne la molteplice attività, la gentilezza dei modi, l'indole gioviale e soprattutto lo zelo pel decoro della casa del Signore, unito ad una modestia esemplare, per la quale non parlava mai con alcuno della grazia insigne ricevuta nella sua tenera età. Anche nei riguardi della vita religiosa, quantunque abbia bramato di rimanere tra noi nella semplice qualità di Ospite, fu sempre esempio agli altri di pietà, di obbedienza, di povertà e di ogni altra bella virtù, tanto che il 15 maggio 1910 sentì vivo il bisogno di stringersi a Dio emettendo privatamente e segretamente i tre voti, come ebbe a manifestarmi durante la sua ultima infermità. Io nutro quindi fiducia che l'anima del nostro caro estinto, purificata dalle gravi e prolungate sofferenze, nonché per la certa protezione della sua augusta Patrona, possa avere spiccato direttamente il volo alla patria dei giusti, come egli stesso ne aveva la ferma speranza». (Lettera mortuaria). P. Zonta fu Superiore della Casa di S. Maria Maggiore in Treviso dal 1919. Egli assistette Fr. Federico negli ultimi anni della sua vita e ne consegnò in morte la bella anima a Dio. Ebbe modo di conoscerlo profondamente e di godere della sua particolare confidenza: la sua testimonianza quindi è del massimo valore.