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Ritornare
alle sorgenti
Angelo Bertani
Tornano nei monasteri. Da Vallombrosa a Camaldoli, da Praglia alla Verna i gruppi cattolici impegnati in campo sociale e politico sentono il bisogno di ritrovarsi per discutere e pensare al futuro. Lo fanno quelli di centrosinistra e di centrodestra, i partiti, le associazioni, le riviste culturali. I giornali ne parlano con toni divertiti e persino ironici. Si chiedono perché politici e sindacalisti, intellettuali e banchieri abbiano creato una nuova moda. Ma la domanda intelligente è un'altra: quale è il motivo profondo per cui i monasteri, cioè i luoghi antichi e collaudati della religione e della cultura sono oggi preferibili. Perché la loro apparente lontananza dal mondo diventa eloquente e necessaria anche - e soprattutto - per coloro che più sono impegnati nei problemi di attualità?
Io credo che la risposta sia insieme facile e difficile. È facile perché tutti capiscono che per pensare oggi bisogna prendere un po' le distanze dalle preoccupazioni immediate e ritornare verso le sorgenti, verso le cose che contano, l'equilibrio antico dell' "ora et labora". La bellezza e la serenità dei luoghi ove da secoli si studia e si prega, dove si è resistito alle mode passeggere e alle invasioni più terribili, certo è un aiuto, un esempio. Ma c'è qualcosa di più difficile e tagliente. Quando si sente la necessità di ritornare alle sorgenti, in realtà, è perché ci si rende conto di essere (o di rischiare di finire) nel fondo di un sacco, in un vicolo cieco. Questa è la vera realtà di oggi: molti hanno capito che la strada che stiamo seguendo, tutta rivolta alla crescita della produzione e del profitto (di alcuni) ad un tempo è inevitabile e tuttavia perversa. Perciò le Acli lo scorso anno erano tornate a Vallombrosa ad ascoltare politici e sociologi come Mancino e Bobba, Mattarella e Prodi, e profeti come Arturo Paoli. E quest'anno gli amici del Regno di Bologna a Camaldoli hanno ascoltato la testimonianza di monsignor Teissier di Algeri o del giudice Caselli accanto al teologo Kasper e allo storico Pietro Scoppola, da Galli della Loggia a una originale protagonista della politica come Rosi Bindi. Ma poi c'erano Parisi e Dini, la Jervolino e Prodi, Treu e Bazoli, Castagnetti e Monaco.
Il punto è che le persone intelligenti sanno (e se oneste dicono anche) che la realtà è pressocchè incomprensibile, difficile da interpretare, impossibile quasi da progettare. Che la politica, in cui - più o meno bene - si esprime la volontà dei cittadini, è quasi totalmente subordinata ai poteri delle multinazionali, delle centrali economiche e delle grandi agenzie di opinione e alleanze di interessi (non sempre grandi: spesso anche ridicoli e meschini e tuttavia invadenti). Il problema da affrontare è molto ampio: dall'Europa all'Italia, dall'ispirazione cristiana alla laicità della politica. Ma poi: come dominare e orientare al bene comune i meccanismi dell'economia mondiale? Come realizzare una giustizia degna del nome? Come sostenere e controllare lo sviluppo delle scienze e della tecnologia? Come evitare che il velenoso circo dei grandi mass media commerciali avveleni il tessuto culturale e morale del Paese? E poi: come affrontare - con quale dialogo - la sfida dell'Islam, quella della cultura, della "religiosità" e della efficienza asiatica?
Bene: ritornare ai monasteri per pensare e pregare potrebbe essere malinteso e avere il sapore di una fuga verso il passato. In realtà può essere la più grande e coraggiosa sfida al rinnovamento, all'invenzione del nuovo sia in campo ecclesiale che civile. Anche nella comunità dei credenti si sente un bisogno di autenticità, di limpidezza e di vero spirito evangelico. Recenti vicende come le "rivelazioni" di Fatima o quelle legate al Gay Pride hanno creato grande disagio e bisogno di riflessione. E allora si guarda ai grandi esempi del passato. Quando la politica era violenta e dominata dal danaro e dalle armi e quando anche la stessa struttura ecclesiastica era pigra e miope, indebolita dalle sue divisioni interne e dalla sete di potere, proprio allora i monasteri, con una scelta radicale e coraggiosa si posero all'avanguardia del nuovo, salvando la Tradizione con la T maiuscola e lasciando perdere tradizioni minori, convenzioni, abitudini, interessi. Questa è la sfida anche per oggi: la politica autentica - la passione del bene comune, la capacità di progettare e costruire il futuro secondo un'idea comunicata e condivisa dalla maggioranza - non si salverà senza un grande sforzo di intelligenza e di novità.
Forse la grande tradizione umanistica e l'antica forza spirituale e di preghiera racchiusa nei monasteri può aiutare in questa impresa che, vista con occhi umani, può sembrare disperata.
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