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Giovanni
per non dimenticare
Luigi Amigoni
Ci sono figure per le quali non serve l'appellativo di alto riferimento: basta dire il loro essere prete o madre o professore o papa. Si diceva "papa Giovanni" prima; si dirà lo stesso d'ora in poi, dopo che anche il giudizio ufficiale della Chiesa, quasi a riempire un ritardo, ha confermato ciò che molti avevano proclamato dal giorno della morte, il 3 giugno 1963.
Addirittura basta dire "Giovanni" per capire che si tratta dell'uomo mandato da Dio in un tempo promettente della Chiesa, all'inizio e nel mezzo del 20º secolo, "perché ci fosse impossibile continuare a vivere e a pensare come se egli non fosse mai venuto".
Scrisse il Time, celebrandolo con la copertina dell'uomo dell'anno 1962: "Papa Giovanni ha dato al mondo intero ciò che non potevano dargli né la diplomazia né la scienza: un senso dell'unità della famiglia umana".
Forse la storia degli ultimi 40 anni (un seguito di orrori succedutisi a quelli delle due guerre mondiali) potrebbe rendere più cauto il giudizio dato con eccesso di ammirazione dalla rivista americana. Ma ciò che sappiamo in più di allora sul conto di Roncalli (dai suoi diari e dalle testimonianze di molti) e, insieme, uno sguardo improntato al "realismo storico" permettono di sottoscrivere ciò che è raccolto nelle confidenze di papa Giovanni morente, quasi il suo testamento: "Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi 50 anni, l'approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove; chi è stato in vari luoghi e ha potuto confrontare culture e tradizioni diverse sa che è giunto il momento di cogliere le opportunità dei tempi e di guardare lontano".
Riletti oggi i resoconti di 40 anni fa sui movimenti e sulle parole di Giovanni sono il documento dell'amicizia intensificata tra il Vangelo e la gente di ogni parte, la visione di uno splendido prologo con la promessa di un epilogo più ricco di quanto i papi successori abbiano già coraggiosamente realizzato: le visite alle parrocchie e alle scuole, il perdere tempo tra le strade della città, l'esercizio delle quattordici opere di misericordia come attività che porta consolazione al papa, la scelta abituale di non raccogliere i sassi gettati da una parte e dall'altra e di non rilanciarli a nessuno, la proposta accattivante di una convivenza più pacifica degli "uomini di buona volontà".
Attribuendogli il merito di avere avviato la stagione in cui la vasta immobile palude formatasi nell'Europa orientale dopo gli accordi (a fine seconda guerra mondiale) di Yalta, comminciò a incresparsi il cardinal Casaroli nelle sue memorie si chiede come papa Giovanni abbia saputo assecondare il vento della storia che ai suoi occhi era il vento dello Spirito: "Che cosa c'era nell'animo di un Pontefice in cui, sul finire di una lunga vita il naturale ottimismo, la quasi incorreggibile fiducia nella fondamentale bontà dell'uomo sembravano unirsi in una visione quasi profetica che superava, senza escluderle o deprezzarle, le analisi razionali dell'esperienza e della diplomazia?"
Dal tempo di Giovanni rimane acquisito per tutti il modo giusto di mettersi di fronte al Vangelo perché "Chiesa e amore, popolo e pace vadano d'accordo": non è il Vangelo che cambia; siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio. Così dicendo è morto Giovanni, continuando a spiegare tranquillo, da buon cristiano, il Vangelo al capitolo decisivo delle beatitudini. Come il sole - scrisse in quei giorni Giulio Bevilacqua, più tardi parroco cardinale - l'uomo giusto non ha altro da fare che sorgere, tramontare e far esultare le anime.
Per non dimenticare questi obiettivi lo invochiamo oggi che è beato, onorandolo come amico della pace, maestro sapiente, guida fidata.
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