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Il
somasco
che vogliamo
Teresa MARZOCCHI BIGNAMI
Parlare del rapporto e della presenza dei laici all'interno della Congregazione non è certo una novità. In questi anni la riflessione si è approfondita, ha perso il carattere innovativo per orientarsi verso le problematiche della possibile concretizzazione. Molto ancora si è detto del loro ruolo, della necessità della loro formazione, della modulazione del rapporto con i religiosi nelle opere. E' condivisa ormai la consapevolezza che la presenza dei due carismi provoca un arricchimento vicendevole e c'è il desiderio di ritornare alle fonti per legittimare questa situazione rispetto all'identità di fondo della Congregazione.
Da parte dei laici, bisogna dare atto che la Congregazione ha davvero investito molto su questo tema. Non si può dimenticare l'importanza di un Capitolo generale incentrato sul tema, lo spazio anche fisico riservato alle testimonianze dei laici, non si può nascondere l'impegno a volte faticoso di coinvolgere in questa riflessione anche coloro che più la vivono come pericolo ed impoverimento. Le esperienze più avanzate di integrazione e impegno comune fra religiosi e laici danno poi atto della delicatezza dell'esperienza, della difficoltà di coniugare le regole e lo stile di vita della casa religiosa con le esigenze che scaturiscono dalla gestione pressante del quotidiano. Si ha consapevolezza della necessità del cambiamento ma anche del bisogno di riservarsi tempi adeguati per attuarlo; del fatto che questa rivoluzione nel suo attuarsi provocherà altri cambiamenti, altri assestamenti. Certo non potrà restare a lungo invariata la forma organizzativa e gestionale delle opere. Su questo tema c'è ormai consapevolezza unita alla volontà di trovare strumenti adeguati per garantire il passaggio e per salvaguardare la custodia dei valori di fondo delle opere stesse.
Quanto detto poterebbe far pensare che abbiamo risolto tutti i problemi: c'è la riflessione, la consapevolezza, l'impegno... non resta che andare avanti con pazienza e buona volontà. Secondo me invece abbiamo trascurato un tassello molto importante: come si modifica (e se si modifica) il ruolo del religioso somasco in queste opere così pesantemente "inquinate" dalla presenza dei laici. I religiosi sono stati a lungo (e in molte realtà forse lo sono ancora) l'unico riferimento per l'opera. Il religioso è il fondatore, il gestore organizzativo ed amministrativo, il garante della fedeltà al mandato della Congregazione, il datore di lavoro, il riferimento educativo ultimo per chi è assistito, il testimone della spiritualità dell'opera stessa.
Senza rinnegare e svalorizzare nulla di tale esperienza (i frutti ci sono stati e molti, le belle testimonianze anche) sicuramente non possiamo nasconderci che per il futuro non sarà più così. I religiosi nelle case sono diminuiti, la burocrazia sempre più imperversa richiedendo tempo e preparazione, la professionalità diventa un requisito necessario per tutti. Le competenze debbono essere distribuite, si lavora in gruppo, bisogna gestire il personale, il volontariato... a volte si rimpiange il solitario eroismo dei tempi passati ma il bisogno c'è ancora, i poveri anche, quindi si va avanti caparbiamente in obbedienza al mandato di servizio che anima la propria scelta di vita.
A me sembra che sia necessario non lasciare soli i religiosi in questa fase di cambiamento, mi sembra importante che la Congregazione non trascuri questo aspetto pensando che per il religioso, per il suo ruolo in fondo non cambi nulla. Le resistenze al cambiamento potrebbero non essere lette solo come paura di impoverimento del carisma o difesa del proprio potere ma anche come difficoltà ad individuare un proprio ruolo, a vedersi in un futuro coerente con la missione del proprio carisma.
Io vedo, nel futuro, il ruolo del religioso somasco molto valorizzato da questo cambiamento. Mi sembra che la necessità di delegare tante competenze operative permetta il liberarsi della propria peculiarità, permetta un testimonianza più profonda, più vera, più fedele al mandato evengelico, più stimolante anche per coloro con cui si condivide l'impegno. Il mio è ancora una volta un discorso egoistico che evidenzia un mio bisogno con molta probabilità condiviso da altri:
- io, collaboratore laico, ho bisogno del somasco che mi stimola, che mi pungola per andare oltre il servizio professionale, che mi ricorda che la buona organizzazione non è tutto, che tiene vivo lo stimolo alla condivisione, che non mi fa dimenticare che è anche nel lavoro che sono cristiano e che non sono finito a caso ad operare in una casa somasca;
- io, collaboratore laico, ho bisogno del somasco che mi aiuti ad offrire a chi assisto qualcosa di più di un servizio, che sia capace di ascoltare i bisogni spirituali delle persone che accogliamo, che sia in grado di cogliere il desiderio e il dono di avvicinamento alla fede di coloro che incontriamo, che ci sia per accompagnare le anime nei momenti del bisogno, del travaglio che provoca spesso un cambiamento di vita;
- io, collaboratore laico, ho bisogno del somasco che si spende per fare delle cose nuove, a volte rischiose, non capite; del somasco che coglie i bisogni delle nuove povertà, che non si scandalizza e si butta in barba alle regole ed ai tempi delle norme e della burocrazia.
Detto questo non so che sorprese ci riserverà il futuro, che ne sarà di tutta la tematica religiosi-laici. So solo che in questo sarà determinante di nuovo la scelta di vita dei religiosi che, come un tempo, ancora una volta condizionerà anche il nostro modo di esserci.
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