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dei Padri Somaschi

n° 113 Ottobre-Dicembre 2000
     

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Optional? 
Luigi AMIGONI

Al dubbio se i figli siano parte integrante del progetto di vita di marrito e moglie, il Papa ha replicato, con linguaggio corrente, che essi non sono un optional del matrimonio. Non è stata l’unica espressione brillante fatta cadere nell’area del colonnato di san Pietro, “grande casa a cielo aperto” (e anche, nella seconda parte dell’incontro, diluviante), durante la due giorni del Giubileo delle famiglie, a metà ottobre 2000.
Dei principi etici cristiani riguardo a vita e famiglia, e della loro praticabilità, della misericordia divina e della vicinanza della Chiesa per le famiglie disfatte ha parlato il Papa, e la piazza dei cattolici votatisi al viaggio romano per “testimoniare i nostri valori” ha restituito segni di assenso con gioia e partecipazione convinta. Il respiro del messaggio complessivo è andato però oltre le citazioni bibliche e la riaffermazione della integrale proposta cristiana.
“Bimbi che sono un dono e non una minaccia”, “bimbi che sono una stimolante sfida per l’intera società”; figli visti come primavera della famiglia; famiglia intesa come laboratorio di umanizzazione e vera solidarietà: di tale essenziale grammatica - ha spiegato il Papa - è costruito il linguaggio fondamentale della convivenza umana, organizzata non solo su rapporti puramente funzionali ma soprattutto su rapporti interpersonali ricchi di interiorità, di gratuità e di oblatività. A fronte c’è il dato, nei paesi di maggior benessere, che “mettere al mondo i bambini è diventato una scelta operata con grande perplessità”, segno di un disagio marcato, conosciuto nel linguaggio sociologico come “sterilità del progetto”.
A guardare i numeri (in Italia nel 1998: 1,2 figli per donna in età feconda) si può parlare quasi di un “progetto di sterilità”; e da tempo l’analisi ha individuato i fattori sociali e culturali che incidono sulla “tentazione alla rinuncia”, senza per altro riuscire a convincere i più che l’indebolimento di alcuni elementi costitutivi della famiglia è un danno per la società. 
Che cosa è successo per essere arrivati a dire, da parte di più d’uno, che “faccio famiglia solo per me e per te”? Per vincere la solitudine di molte famiglie (e, prima, dei singoli) e per lanciare fili che tengano insieme persone e famiglie c’è campo d’azione per tutti. La compagnia e l’amicizia di molti, la certezza che ci possono essere al fianco persone fedeli e discrete sono decisive a tenere viva la coscienza che con “il grande amore di lui e di lei” c’entra obbligatoriamente qualcun altro, e che, attraverso le famiglie, molti nella società aspettano di essere beneficiati dei doni della vita, dell’accoglienza e dell’affetto che alle stesse sono stati trasmessi.
La famiglia che non può chiudersi in se stessa, che si proietta verso l’intera società attraverso i molteplici interni rapporti tra genitori, figli e parenti, è la famiglia fondata su fattori di elementare verità: il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze individuali e delle relazioni tra diverse generazioni; la ridefinizione, rispetto al contesto sociale, dell’identità della singola persona per il fatto che è parte della famiglia; la ricchezza di valori che anima la vita familiare, tra i quali è centrale l’asse della reciprocità, del legame e del dono.
Della famiglia così pensata si è delineata, nella cornice giubilare, l’immagine e insieme l’offerta, per la società e per la Chiesa. Come per i figli nel matrimonio, accettarla così non è un optional.

 

 

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