La Rivista dei Padri Somaschi |
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| Gennaio-Marzo 2001 | |||||||||
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Reciprocità Reciprocità: sembra diventata la parola d'ordine nei rapporti personali e in quelli internazionali. Ovvia, indiscutibile. Se tu fai una cosa a me, io faccio una cosa a te. Ognuno riceve quello che dà. Ai miei tempi dicevano: "Se vuoi che l'amicizia si mantenga, fa' che un cestello vada e l'altro venga". Direi così: ecco disegnato il mediocre progetto di tutti quelli che si accontentano di essere non peggiori del loro prossimo. Ma che in realtà spesso sono peggiori perché ciascuno ha i suoi punti alti e quelli bassi. E impedirsi, programmaticamente, di essere migliori quando gli altri sono in basso non garantisce affatto di essere poi al loro livello quando gli altri sono capaci di grandezza. La questione della reciprocità è venuta di moda con l'Islam. Persino alcuni cattolici hanno osato dire: noi non vi diamo nei nostri Paesi, ad esempio, la libertà di culto che voi non ci date nei Paesi dove comandate voi. Orribile ricatto e soprattutto stupido. Per prima cosa converrà ricordare che durante i secoli non sono mancate occasioni in cui i cristiani sono stati più intolleranti degli islamici. E se avessero invocato loro quella volta il "principio di reciprocità"? In secondo luogo non sembra che il criterio del "fai agli altri quello che loro fanno a te" sia proprio quello del Vangelo. Gesù dice di comportarsi con gli altri come si vorrebbe che gli altri facessero con noi. E insiste sull'idea che trattare bene gli amici è facile, ma che la virtù è amare i nemici. In terzo luogo le leggi stesse della psicologia sono chiarissime: tu non migliorerai nessuno se non gli proporrai - anche col tuo esempio - dei modelli migliori, se non lo sfiderai a superare i suoi limiti e abitudini per migliorarsi e fare qualcosa di più e di meglio. In quarto luogo: in un mondo dominato dalla incomprensione e dalla paura reciproca, è un dovere, non una virtù accessoria, che i cristiani sappiano testimoniare la radicalità della loro fedeltà a Gesù, che ha insegnato l'iniquità del criterio di reciprocità. Sembra a molti che oggi questo "criterio" appaia come la più scandalosa eresia. Eppure Lui certamente non ha trattato gli uomini secondo il principio di reciprocità. Tutta l'esperienza della comunità umana lungo i secoli dimostra, in quinto luogo, che i passi avanti sono sempre stati ottenuti grazie a uno slancio di generosità e di utopia per cui qualcuno (individui o società) ha offerto agli altri un "di più" di fiducia e di libertà. Certamente in ciò vi è sempre stata una dimensione di coraggio e di rischio. Ma è del tutto sicuro che le società che hanno detto "noi facciamo agli altri quello che gli altri fanno a noi" si sono sempre avviate verso le guerre e le ingiustizie. Servono altre considerazioni? E allora, sesto punto. Perché non riconoscere che ciascuno è un po' parziale e prevenuto verso agli altri e che dunque è portato a vedere i comportamenti altrui come insufficienti, e dunque ad emularli "verso il basso"? Diciamolo chiaramente: il criterio di reciprocità, che infatti del resto viene mutuato dai comportamenti mercantili della prestazione/controprestazione, è una strada verso l'imbarbarimento e rappresenta il criterio pagano e volgare di eguaglianza, ben diverso da quello cristiano. Anzi, ci sono tanti non credenti che, animati da uno spirito di giustizia e di magnanimità, superano spesso i cristiani nel dire: voglio prevenirti e superarti nella generosità. Starà a te la sfida di imitare il mio esempio. È questo, io credo, il "martirio" di oggi, la testimonianza al Signore (e anche magari soltanto alla propria convinzione laica, ma altamente umanistica e altruista): superare la reciprocità. Non è cosa di poco eroismo. Capisco bene che per i cattolici di oggi il rinunciare ai loro privilegi e far posto "a pari condizioni" con le altre tradizioni religiose, costa molto, in termini psicologici ed economici. Ma se crediamo a Gesù di Nazareth, come sarebbe possibile fare altrimenti senza che ciò costituisca un'abiura del suo messaggio di eguaglianza, fraternità, mitezza e universalità? Noi che dalla storia e dalla sorte, con pochissimo nostro merito, abbiamo ricevuto tanto di più dei nostri fratelli, saremmo ingiustificabili se pretendessimo di applicare la stessa legge a situazioni tanto diverse. Certo: in tema di libertà religiosa e personale, per fare un esempio, dobbiamo fare il possibile affinché quella che noi oggi riconosciamo qui ai nostri fratelli islamici o ebrei diventi l'occasione affinché anche a casa loro, nei loro paesi, una libertà analoga venga riconosciuta ai cristiani, ma anche ai cittadini islamici od ebrei, perché a noi non interessa la libertà per i soli cristiani se non è accompagnata dalla libertà per tutti. La nostra proposta sarà convincente se sarà accompagnata da una testimonianza di coerenza e di mitezza; se dimostreremo che noi alla libertà delle persone, alla tolleranza e allo spirito di accoglienza crediamo veramente, con le parole e con i fatti; verso tutti. Per noi la libertà religiosa, ad esempio, non è una qualunque "legge del mercato" o un accordo internazionale sui liberi commerci che vale "a condizioni di reciprocità". Questo ci auguriamo che venga capito dalle autorità civili e religiose qui da noi e da quelle che hanno il potere in tutti i paesi del mondo. All'inizio del terzo millennio sarebbe necessario finalmente un soprassalto d'intelligenza e di generosità. Ma, devo dire la verità, mi sembra che sia merce ovunque assai rara.
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| Un
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