La
Rivista  dei Padri Somaschi
     

 

   
Gennaio-Marzo 2001     
                 
 

 

 
 
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Un profilo più “alto” 
per favore! 

di Giacomo Ghu

Non è chi non veda, anche senza tanti sforzi, come il degrado ambientale si stia estendendo da quello che è il suo "proprio" a quello ben più vasto e deleterio che è il rapporto tra le persone. Dietro una patina di slavato umanitarismo, che sbandiera i valori della libertà e della diversità, assistiamo, non solo con le parole ma certamente principalmente con queste, ad una continua aggressione all'altro, non ha importanza chi esso sia. In campo politico ormai non ci si misura e confronta più sui programmi, ma sugli slogans più o meno populistici, su promesse chiaramente non facilmente mantenibili; sui campi da gioco “del più bel campionato del mondo” (bisogna pur dire che siamo encomiabili nel forgiare definizioni eccellenti!) asistiamo a oltraggi  e a risse che sfiorano anche la morte; in campo legislativo e sociale i nostri politici elaborano proposte che certamente non tendono a dare “motivazioni di vita” ma, parrebbe, a rendere i problemi meno “pesanti” per la società e meno “costosi” per le casse statali.

Prendiamo l’ultimo convegno sulla “droga” svoltosi a Genova. Uno stato, si è affermato, che propone di distribuire la droga ai tossicodipendenti è uno stato che si ritira di fronte al problema. Affermare che l’ectasy non fa morire e quindi non fa male è semplicemente la manifestazione della propria impotenza o, e pare la cosa più probabile, del proprio disimpegno. Infatti è vero che non fa morire, ma non fa neppure bene alla salute. E in mezzo a tutti i proclami sulla prevenzione nei confronti della salute, per essere al passo dei paesi più avanzati, ognuno può vederne il controsenso. Diciamo allora più onestamente che stiamo agendo ad un profilo molto basso, dimenticando che “compito dello stato e di ogni agenzia educativa è quello di agire sulla prevenzione e arrivare a rimotivare la vita, in modo da uscire dal tunnel e non dedicarsi al mantenimento del drogato nel suo stato di tossicodipendenza”, come molto bene è stato fatto notare da chi, nel settore, sta profondendo tempo e passione.

Manca - ci pare - un vero confronto nella ricerca appassionata di ciò che è bene per la persona umana, che vada oltre gli interessi personali, di gruppo o ideologici. Quel dogmatismo, di cui si accusa la Chiesa, è profondamente radicato nel mondo laicista, per cui quanto il credente propone, appena appena si scontra con la mia visione del mondo o dell’uomo, diventa intrusione del religioso in un ambito che non “deve” essere il suo. Così, d’altra parte, deve essere evitata da parte del credente - pur riconoscendo (ed è questo il vantaggio) che la fede illumina i “persorsi” umani - la richiesta al non credente di adesione ad un progetto in nome della fede religiosa. E’ sul piano della ragionevolezza e della verifica scientifica che, ad esempio, si può affermare che l’aborto e l’eutanasia non sono una conquista dell’umanità, ma una sconfitta. Perché “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (GS 1).

Il contributo del mondo cattolico, in questo inizio di terzo millennio, non può essere quello dell’arroccamento e della difesa, ma della proposta “alta” e appassionata, aperta al dialogo nella ricerca. Insomma da “liberi e forti” - scontornando l’espressione da ogni riferimento politico e partitico, ma, contemporaneamente, rimarcandone l’opposizione ad uno standard culturale imposto - nel ricercare la verità ultima possibile sull’uomo e sulla sua dignità, senza scorciatoie.

     

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