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Essere
«giovani
religiosi»
oggi
Cosa
significa
essere
giovani
religiosi
oggi,
fare
una
scelta
di
consacrazione
nella
famiglia
somasca?
Come
nasce
la
vocazione?
Quali
difficoltà
si
incontrano?
Sono
domande
che
abbiamo
rivolto
ad
alcuni
giovani
somaschi:
ne
è
venuta
fuori
una
interessante
tavola
rotonda..
Per
iniziare…
una
breve
presentazione.
MASSIMO:
Mi
chiamo
Massimo,
ho
28
anni.
Ho
iniziato
il
mio
cammino
di
formazione
con
i
padri
somaschi
quattro
anni
fa,
dopo
aver
finito
gli
studi
di
economia
politica
all'università
a
Milano.
Nel
settembre
2000,
insieme
a
Marco,
Umberto
e
Antonello,
ho
fatto
la
prima
professione,
la
scelta
cioè
di
vivere
secondo
lo
stile
di
vita
dei
padri somaschi,
attraverso
i
consigli
evangelici
di
castità,
povertà
e
obbedienza.
UMBERTO:
Sono
Umberto,
ho
23
anni
e
vengo
da
Roma.
La
mia
parrocchia
è
animata
dai
padri somaschi:
attraverso
di
loro
ho
conosciuto
il
carisma
di
san
Girolamo.
ANTONELLO:
Mi
chiamo
Antonello
e
ho
23
anni.
Sono
di
Martina
Franca,
una
città
dove
i
padri
somaschi
da
tanti
anni
si
occupano
dei
ragazzi
con
problemi
familiari
attraverso
il
"Villaggio
del
fanciullo".
MARCO:
Io
sono
Marco,
ho
30
anni
e
sono
di
Como.
LUCIANO:
Mi
chiamo
Luciano,
vengo
da
Cagliari,
ho
27
anni
e
sono
un
consacrato
somasco
dal
settembre
1998.
MATTHIEU:
Il
mio
nome
è
Matthieu
e
vengo
dal
Burundi.
Da
quasi
un
anno
mi
trovo
a Vallecrosia,
in
Liguria,
per
il
"magistero",
un
periodo
della
formazione
in
cui
si
sperimenta
la
missione
dei
padri somaschi,
e
Iì
condivido
la
vita
di
un
gruppo
di
ragazzi
con
problemi
nelle
loro
famiglie.
Come
mai
siete
diventati
"somaschi"?
Come
è
nata
la
vostra
vocazione?
A:
Per
me
tutto
è
cominciato
quando
avevo
9
anni.
Come
ogni
estate
ero
andato
al
mare
con
una
mia
zia
e
in
quell'occasione
fui
investito
da
una
macchina.
Questo
serio
incidente
stradale
per
tanti
fu
un
episodio
triste
della
mia
infanzia,
per
me,
invece,
è
stato
il
momento
in
cui
ho
conosciuto
l'amore
di
Dio.
Vi
assicuro
che
anche
quando
si
hanno
nove
anni
si
ha
il
coraggio
di
chiedersi:
«Perché
io
vivo?».
In
quell'occasione
una
persona
cara
mi
parlò
dell'amore
di
Gesù
per
i
bambini
ed
io
sentii
dentro
che
volevo
corrispondere
a
questo
amore
con
la
mia
vita.
Così
l'anno
successivo,
dopo
aver
convinto
i
miei
genitori,
sono
entrato
nel
seminario
minore
della
mia
diocesi.
Qui
ho
vissuto
per
tre
anni,
fatti
di
avvenimenti
felici
e
no,
ma
sicuramente
anni
in
cui
mi
sono
innamorato
più
che
mai
della
scelta
fatta.
Nel
frattempo
ogni
estate
andavo
a
messa
al
santuario
di
S.
Antonio
a
Martina
Franca,
tenuto
dai
padri somaschi,
con
i
quali
avevo
legato
molto
e
soprattutto
ero
affascinato
dalla
loro
vita
con
ragazzi
cosiddetti
"difficili".
Al
termine
della
terza
media
ho
deciso
quindi
di
entrare
nel
seminario
dei
padri
somaschi
di
Albano
Laziale.
Vi
assicuro
che
non
è
stata
una
scelta
facile,
ma
d'altra
parte
la
rifarei
senza
pensarci
due
volte.
U:
Non
è
facile
individuare
nella
storia
della
mia
vocazione
dei
momenti
precisi,
ma
sicuramente
molto
mi
è
stato
donato
dalla
mia
famiglia,
che
mi
ha
trasmesso
i
valori
umani
e
cristiani.
Un
grande
aiuto,
poi,
mi
è
stato
dato
dalla
comunità
religiosa
della
mia
parrocchia,
dove
si
trova
anche
una
casa
famiglia
nella
quale
ho
fatto
volontariato
per
un
periodo.
Questi
momenti
in
cui
stavo
con
questi
ragazzi
erano
per
me
molto
forti,
perché
sentivo
il
bisogno
di
dare
qualcosa
di
mio,
ma
non
era
ben
chiara
in
me
l'idea
di
intraprendere
questo
cammino.
Un'estate
durante
un
campo
con
la
mia
parrocchia
ho
avvertito
che
non
bastava
impegnarmi
solo
per
poche
ore
con
i
ragazzi,
ma
che
Dio
mi
chiedeva
di
farlo
a
tempo
pieno.
Così
quando
sono
tornato
a
casa,
con
l'aiuto
di
un
padre
somasco
e
dopo
averci
pregato
su,
ho
deciso
di
lasciare
la
mia
famiglia
e
di
entrare
in
seminario.
MC:
Dopo
aver
frequentato
l'Istituto
magistrale
mi
sono
iscritto
alla
scuola
per
infermieri
professionali
e
terminata
questa
ho
iniziato
a
lavorare
prima
in
una
cooperativa
e
poi
presso
l'ospedale
di
Saronno,
dove
sono
stato
assunto
a
seguito
di
un
concorso.
In
quello
stesso
periodo
ho
incominciato
a
frequentare
come
volontario
la
casa-famiglia
dell'Annunciata
di
Como,
che
si
occupa
di
minori
a
rischio.
Già
da
prima
però
mi
dedicavo
al
servizio
dei
più
piccoli
lavorando
in
parrocchia
e
seguendo
un
gruppo
di
ragazzi
dell'Azione
cattolica.
Tuttavia
il
mio
desiderio
era
di
fare
qualcosa
di
più
per
i
ragazzi
e
in
particolare
per
quelli
che
avevano
più
bisogno.
L'impatto
con
questi
ragazzi
è
stato
stupendo,
anche
se
impegnativo.
Con
loro
passavo
qualche
ora
del
pomeriggio
appena
i
turni
di
lavoro
me
lo
consentivano.
Li
aiutavo
a
fare
i
compiti
di
scuola,
condividevo
i
loro
momenti
di
gioco
e
libera
uscita
e
anche
qualche
momento
di
festa.
Tutto
proseguiva
tranquillamente
fino
a
che,
nel
maggio
1996,
la
diocesi
di
Como
ha
vissuto
la
gioia
della
visita
del
papa.
Le
sue
parole,
nell'incontro
con
i
giovani
riuniti
nello
stadio,
mi
hanno
mandato
in
fibrillazione,
perché
mi
sentivo
coinvolto
in
pieno.
Queste
parole
mi
hanno
spinto
a
scavare
maggiormente
dentro
di
me,
e
da
qui
è
nata
la
mia
domanda:
«Perché
non
dedicarmi
totalmente
al
servizio
di
chi
è
più
povero
e
più
piccolo?».
Così
è
emerso
in
me
il
desiderio
di
entrare
a
far
parte
dei
padri somaschi,
con
l'idea
di
diventare
religioso,
ma
non
sacerdote.
Dapprima
ho
iniziato
a
parlarne
con
il
padre
responsabile
della
comunità
dove
prestavo
il
mio
volontariato,
poi
ho
intrapreso
un
cammino
regolare
di
discernimento
e
formazione.
Ovviamente
i
miei
genitori
non
sapevano
ancora
di
questo
mio
desiderio,
ma
a
poco
a
poco
mi
sono
fatto
coraggio
e
gli
ho
detto
tutto.
Così
nel
1997
ho
preso
un
anno
di
aspettativa
sul
lavoro
e
sono
entrato
nella
comunità
somasca
di
Parzano
(nei
pressi
di
Como)
dove
ho
continuato
il
mio
discernimento
vocazionale
condividendo
la
vita
della
comunità,
pregando,
studiando
e
continuando
il
mio
apostolato
presso
la
comunità
per
ragazzi
di
Como.
Si
avvicinava
nel
frattempo
la
scadenza
dell'aspettativa
dal
lavoro:
dovevo
prendere
una
decisione.
Meditandoci
sopra
parecchio
ho
optato
per
il
licenziamento,
per
proseguire
con
più
tranquillità
il
mio
cammino.
E'
stato
un
gesto
non
facile,
ma
mi
sono
fidato
di
Dio.
MT:
Vedendo
la
mia
età
(31
anni)
uno
può
subito
concludere
che
la
mia
è
una
vocazione
adulta,
come
si
usa
dire
oggi.
La
mia
vocazione,
in
realtà,
non
è
né
adulta
né
giovane,
solamente
ho
fatto
un
lungo
e
lento
cammino.
La
mia
vocazione
è
stata
come
la
risposta
intensa
ad
un
ringraziamento
per
tutto
ciò
che
il
Signore
aveva
compiuto
nella
mia
vita
precedente.
Ho
voluto
ricambiare
l'amore
con
l'amore.
Ho
iniziato
il
cammino
quando
avevo
22
anni,
età
giusta
nel
mio
contesto
culturale.
Purtroppo
in
seguito
a
motivi
seri
ho
dovuto
interrompere
il
cammino
per
un
breve
periodo.
Ma
come
il
Signore
si
era
manifestato
nella
mia
quotidianità
precedentemente,
anche
durante
questa
sosta
ha
continuato
a
manifestarsi
fino
a
farmi
arrivare
in
questa
terra
mai
pensata
e
tanto
meno
desiderata.
Avevo
quasi
25
anni
quando
sono
entrato
in
contatto
con
i
somaschi
e
da
lì
ho
deciso
di
riprendere
il
cammino.
L:
All'età
di
17
anni
ho
conosciuto
i
padri somaschi,
attraverso
un
centro
giovanile
curato
da
loro
insieme
alle
missionarie somasche.
Sono
venuto
a
contatto
con
tanti
giovani
e
ho
fatto
un'esperienza
forte
di
amicizia,
che
ho
scoperto
radicata
nel
"comandamento
nuovo"
e
in
Dio-Amore.
La
scoperta
è
proseguita
-
e
in
questo
cammino
la
comunione
con
i
padri
somaschi
del
posto
è
stata
fondamentale
-
e
la
mia
vita
è
cambiata
sino
ad
intraprendere
la
prospettiva
della
consacrazione
a
Dio.
Pian
piano
ho
quindi
scoperto
san
Girolamo
come
modello
di
un
vangelo
incarnato
con
radicalità,
ho
iniziato
il
noviziato
e
poi
ho
fatto
i
primi
voti..
Secondo
voi
che
cosa
spinge
un
giovane
a
scegliere
di
percorrere
una
strada
come
la
vita
consacrata?
MA:
Sicuramente
un
amore
e
un
desiderio
di
seguire
e
conoscere
meglio
la
persona
di
Gesù,
che
si
riconosce
gradualmente
sempre
più
come
il
centro
della
propria
esistenza.
E
poi
una
grande
passione
per
il
suo
corpo
che
è
la
Chiesa,
per
il
suo
popolo,
per
l'umanità
tutta,
con
una
premura
e
una
cura
speciali
verso
chi
è
più
bisognoso.
MT:
Secondo
me
ciò
che
può
spingere
un
giovane
a
scegliere
di
percorrere
una
strada
come
la
vita
consacrata
è
l'INCONTRO
con
una
PERSONA,
Cristo.
Nella
nostra
vita
ci
sono
tanti
avvenimenti
che
ci
capitano
e
che
non
sono
sicuramente
neutrali.
Di
conseguenza,
aiutati
da
una
buona
guida,
questi
avvenimenti
possono
essere
letti
alla
luce
di
Colui
che
tutto
può.
Una
volta
scoperto
il
significato,
la
risposta
dipende
da
noi.
Un
padre
che
ha
visto
un
giorno
la
sua
figlia
laureata
fare
le
valige
per
farsi
monaca
di
clausura,
ha
detto:
«Chi
è
questo
Invisibile
che
affascina
così
i
giovani?».
E'
senz'altro
una
persona,
perché
un
fantasma
non
può
attirare.
L:
Io
credo
che
per
un
giovane
la
spinta
a
percorrere
la
strada
della
vita
consacrata
possa
essere
fondamentalmente
un'esperienza
forte
di
Dio.
Mi
pare
di
poterlo
dire
anche
di
me.
Solo
se
un
giovane
incontra
"qualcosa"
di
grande
e
di
bello
può
sentirsene
attratto,
e
solo
se
ne
fa
esperienza
con
tutto
se
stesso,
e
non
solo
con
la
testa
o
con
la
sua
sensibilità,
può
vedere
in
questa
scoperta
la
strada
della
sua
vita…
Ciò
vale
specialmente
quando
si
scopre
che
l'Ideale
"chiave"
della
mia
vita
è
Dio-Amore.
Succede
così
che
Egli
raccoglie
ogni
nostra
aspirazione,
che
quasi
"magicamente"
porta
a
sintesi
ogni
parte
di
noi,
dando
soluzione
ai
nostri
interrogativi
più
intimi
e
dissolvendo
le
nostre
paure
sul
futuro.
Un
effetto
tipico
dell'incontro
con
Lui
è
la
pace
intima,
sperimentata
dopo
un
momento
più
o
meno
lungo
di
profonda
preghiera
o
dopo
una
giornata
trascorsa
ad
amare
i
fratelli…
Non
basta,
però,
semplicemente
un'esperienza
di
Dio
-
che
tutti
i
cristiani
devono
fare
-
ma
occorre
anche
che
Egli
chiami
a
questa
specifica
vita:
questo
si
scopre
pian
piano
nell'anima,
quando
la
voce
di
Dio
ti
parla..
Non
vi
sembra
un
cammino
troppo
difficile?
A:
Certo,
come
potete
bene
immaginare
le
difficoltà
ci
sono
e
sono
tante.
Io
personalmente
ho
avuto
accanto
persone
che
mi
hanno
aiutato
a
superarle.
MA:
Talvolta,
a
mio
parere,
si
guarda
alle
persone
di
vita
consacrata
come
a
persone
diverse
dalle
altre,
quasi
di
un
piano
superiore,
capaci
di
vivere
determinate
pratiche
e
di
osservare
una
certa
disciplina
di
vita
molto
difficile.
Non
di
rado,
forse,
sono
le
stesse
persone
consacrate
a
favorire
questa
visione,
o
quantomeno
a
coltivare
un
certo
tipo
di
ideale
di
santità.
In
realtà
nessuna
persona,
a
mio
avviso,
può
presumere
di
se
stessa
in
questo
modo.
Ciò
che
è
centrale
nel
cammino
di
consacrazione,
invece,
è
la
fiducia,
l'abbandono
nelle
mani
di
un
Padre.
Esso
diviene
così
un
cammino
di
fede,
storia
di
salvezza
e
di
alleanza,
fedele
collaborazione
e
risposta
dell'uomo
alla
chiamata
e
all'opera
di
Dio,
la
quale
conserva
sempre
il
primato.
Proprio
per
questo
esso
è
un
dono
che
viene
accolto
con
gioia
e
gratitudine.
La
vita
consacrata
è
una
forma
di
vita
cristiana
-
una
vocazione
che,
come
tutte
le
altre,
scaturisce
dal
battesimo
-
da
sempre
presente
nella
vita
della
Chiesa,
come
segno
particolare
di
comunione
e
di
servizio,
vissuto
da
uomini
e
donne
che
l'hanno
gioiosamente
riconosciuto
come
proprio,
espressione
speciale
di
discepolato
dell'unico
maestro
di
tutti.
L:
Penso
che
una
scelta
di
questo
tipo
sia
impegnativa
per
un
giovane
di
oggi,
ma
non
complicata.
Impegnativa
sì,
ma
come
tutte
le
scelte
radicali
della
vita
(il
matrimonio
per
esempio)
che
richiedono
un
sì
che
ci
percorre
“dal
fondo
alla
cima"…
Se
poi
si
vuol
far
riferimento
alla
difficoltà
di
fare
una
scelta
di
vita
di
castità,
non
mi
pare
tanto
qui
il
problema:
anche
lo
sposato
è
chiamata
ad
una
scelta
di
castità
impegnativa
nell'ambito
del
matrimonio.
Più
che
altro,
oggi,
il
problema
è
non
saper
essere
conseguenti
ad
un
ideale
che
chiede
maturità,
capacità
di
giocarsi
e
disponibilità
a
scelte
definitive.
D'altra
parte,
però,
non
è
anacronistico
notare
che
oggi
i
giovani
si
distinguono
per
la
loro
inquietudine,
quasi
una
noia
radicale
di
fronte
alla
vita:
i
giovani
sono
fragili,
ma
proprio
per
questo
cercano
con
tutto
loro
stessi
l'Ideale
della
vita,
che
in
definitiva
è
Dio.
Quindi
una
scelta
impegnativa,
non
complicata
e
quanto
mai
attuale.
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