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Testimonianze:
Giovani
religiosi
sulla
breccia

Ricardo
e
Diego
sono
due
giovani
religiosi
spagnoli
dello
stesso
paese,
Villar
de
Olalla,
nella
provincia
di
Cuenca.
Dopo
aver
vissuto
un'esperienza
comune
in
una
casa-famiglia
per
ragazzi
e
ragazze,
Ricardo,
sacerdote
da
pochi
anni,
è
partito
per
l'Equador
per
condividere
la
grave
situazione
di
povertà
e
degrado
in
cui
si
trovano
gli
abitanti
dell'Isola
Trinitaria,
mentre
Diego,
dopo
la
professione
perpetua
si
trova
ora
a
Roma
per
continuare
i
suoi
studi.
Tutti
e
due
ci
offrono
una
loro
testimonianza.
P.
Ricardo
Langreo:
TRA
I
PICCOLI
DELL'ISOLA
TRINITARIA:
Tante
volte
mi
domando:
«Perché
sono
venuto
qui?».
Tante
volte
Gli
domando:
«Che
cosa
vuoi
che
faccia
per
Te,
Signore?»
Non
sono
le
domande
di
uno
che
è
scoraggiato,
come
se
mi
fossi
pentito
della
scelta
fatta.
Sono
le
domande
che
mi
tengono
sveglio
di
fronte
a
ciò
che
vedo:
povertà,
miseria,
bambini
seminudi,
scalzi
e
sporchi
per
strade
impolverate,
giovani
che
all'età
di
tredici
o
quattordici
anni
devono
far
fronte
ad
una
gravidanza
inattesa
in
una
società
maschilista
che
vede
le
donne
come
oggetti.
Mi
è
stato
chiesto
qual
è
il
motivo
per
cui
sono
venuto
qui.
Ecco,
la
mia
motivazione
nasce
proprio
da
questo!
Voglio
vivere
la
mia
vita
religiosa
nella
frontiera,
nei
limiti.
Lì
dove
tutto
si
mette
in
gioco
e
dove
la
vita
può
essere
spesa
al
servizio
dei
più
poveri,
assumendone
la
stessa
loro
sorte.
Così
l'ha
vissuta
per
primo
Gesù,
e
poi
san
Girolamo
Emiliani.
Il
desiderio
di
Girolamo
di
vivere
e
morire
con
loro
ha
per
me
qui,
in Equador,
un
significato
concreto,
quotidiano,
nel
volto
di
tanti
bambini
e
giovani
dell'isola
Trinitaria.
Mi
sembra
un
motivo
sufficiente
per
venire
fino
a
qui.
Quando
cammino
per
le
strade
dell'Isola
provo
due
sentimenti
diversi.
Da
una
parte
mi
si
spezza
l'anima
nel
vedere
tanti
bambini
-
ma
tanti,
tanti!
-
che
girano
scalzi,
sporchi,
denutriti,
con
il
segno
della
tristezza
negli
occhi;
nello
sguardo
di
tanti
giovani,
donne,
anziani
si
avverte
la
frustrazione…
Poi
vedi
la
situazione
in
cui
vive
la
gente
nelle
loro
casette
di
canne,
le
strade
impolverate,
la
sporcizia,
gli
odori…
Ma
dall'altra
mi
nasce
la
speranza:
negli
occhi
di
questi
bambini,
nei
loro
sguardi
c'è
il
desiderio
di
cambiare,
di
fare
qualcosa.
Hanno
solo
bisogno
di
una
spinta,
di
essere
accompagnati,
di
una
presenza
che
gli
faccia
capire
che
insieme
si
può,
che
INSIEME
CE
LA
FAREMO!
Sento
l'emozione
di
vedere
un
popolo
che,
nonostante
le
sue
tantissime
difficoltà,
cammina,
“vuole
uscire
dal
paese
di
Egitto
per
arrivare
alla
terra
promessa”.
E
allora
mi
sento
forte
di
una
speranza
rinnovata
per
camminare
affianco
a
loro,
seguendo
i
segni
che
il
buon
Dio
ci
invia.
A
mio
avviso,
il
vero
problema
qui
è
la
disintegrazione
familiare,
che
insieme
con
la
povertà
e
la
mancanza
di
istruzione
ha
profonde
ripercussioni
in
una
infanzia
maltrattata,
abbandonata,
in
una
gioventù
che
non
ha
ben
chiara
la
sua
rotta,
che
ha
bisogno
di
essere
ascoltata,
capita,
con
la
quale
non
basta
stare
a
metà
ma
bisogna
impegnarsi
fino
in
fondo.
Qui
a
Guayaquil
c'è
solo
una
via
per
annuciare
il
Vangelo
di
Gesù
Cristo:
la
propria
presenza,
stare
inseme
a
loro,
attenti
ai
bisogni
dei
ragazzi,
delle
loro
famiglie.
Ci
si
deve
confondere
tra
loro,
camminare
scalzi
in
mezzo
ai
poveri,
perché
qui,
nei
poveri,
come
nella
sacra
montagna
del
Sinai,
c’è
il
Signore.
Che
poi
qui
il
problema
non
sono
i
bambini:
loro
sono
soltanto
il
riflesso
del
degrado
famigliare.
Ogni
giorno
mi
devo
alzare
con
la
profonda
convinzione
che
anche
oggi
il
Signore
continua
a
salvare.
Dico
ai
miei
fratelli:
proviamo
ad
essere
coraggiosi,
creativi,
professionisti
dell'amore
gratuito
e
dell'offerta
generosa
a
qualunque
prezzo
essa
sia!
Anche
Dio
e
san
Girolamo
sona
arrivati
nell’Isola
Trinitaria
e
vi
vogliono
rimanere.
Proprio
pochi
giorni
fa’
leggevo:
«...avevo
fame
e
mi
avete
dato
da
mangiare…».
Sono
parole
che
risuonano
alte
e
chiare
in
ogni
bambino
denutrito,
in
ogni
giovane
dallo
sguardo
triste,
in
ogni
ragazza
maltrattata,
in
ogni
donna
oltraggiata
da
una
società
maschilista
che
nega
loro
i
diritti
fondamentali
di
ogni
essere
umano.
È
una
voce
che
spesso
si
esprime
in
un
grido
lacerante
ma
anche
in
un
mormorio
appena
percettibile.
E
noi,
la
sentiamo
questa
voce?
Cosa
facciamo
per
metterci
in
ascolto?
E
ancora:
quale
risposta
la
nostra?
Abbiamo
bisogno
di
tanta
Luce
per
discernere
tra
i
bisogni
più
urgenti!
Ma
andiamo
avanti.
La
vita
è
piena
di
speranza.
Ve
l’ho
già
detto:
gli
occhi
dei
bambini
hanno
la
luce
della
vita.
Quando
mi
si
avvicinano
e
mi
prendono
per
mano,
con
le
loro
piccole
mani
sporche,
sono
le
mani
di
Cristo
che
mi
accolgono.
Quando
mi
si
mettono
addosso,
è
lo
Spirito
che
mi
copre
con
il
suo
amore.
Quando
mi
chiedono
mille
volte
di
benedirli,
sono
loro
che
mi
benedicono
con
la
loro
innocenza.
Quando
si
confessano,
spaccano
in
mille
pezzi
il
mio
cuore
per
farlo
diventare
un
cuore
di
carne.
Diego
Albaladejo
Martínez:
Nei
piccoli
abbandonati
il
volto
di
Cristo:
Gli
anni
del
magistero
li
ho
trascorsi
in
una
casa-famiglia
per
ragazzi
e
ragazze
che,
pur
nella
loro
giovane
età,
hannno
già
fatto
amara
esperienza
del
maltrattamento
e
dell'abbandono
da
parte
di
chi
deve
trasmettere
loro
sostegno
e
sicurezza:
i
genitori.
Ero
insieme
a
Ricardo.
Vivere
con
loro
è
stata
per
me
una
vera
preparazione
al
mio
sì
definitivo
a
Dio.
In
tutti
i
ragazzi
e
le
ragazze
che
ho
avvicinato
ho
cercato
di
scoprire
sempre
il
volto
di
Cristo.
Scegliendo
di
seguire
Cristo
secondo
l'esempio
di
san
Girolamo,
voglio
mettere
la
mia
vita
al
loro
servizio,
lavando
loro
i
piedi,
come
ha
fatto
Gesù
con
i
suoi
discepoli
in
un
gesto
supremo
di
amore,
prima
di
morire,
e
come
ha
fatto
anche
Girolamo
con
i
suoi
orfanelli.
Voglio
essere
per
loro
come
un
padre
e
una
madre.
Mi
piace
pensare
che
Dio
mi
ha
scelto
prima
che
io
nascessi,
per
seguirlo
più
da
vicino
secondo
il
carisma
particolare
di
Girolamo:
servire
Cristo
nei
piccoli
e
nei
poveri.
Accogliendo
la
sua
grazia,
con
la
professione
perpetua
ho
detto
il
mio
sì
per
sempre,
perché,
come
un
tempo
il
profeta
Geremia,
«mi
sono
lasciato
sedurre».
Mi
piace
esprimere
la
mia
gioia
di
appartenere
a
Gesù
attraverso
le
parole
di
un
canto
spagnolo:
«Cosa
ti
posso
dare
che
non
mi
abbia
dato
tu.
Cosa
ti
posso
dire
che
non
mi
abbia
detto
tu.
Cosa
posso
fare
per
te
se
io
non
posso
fare
niente
senza
di
Te,
mio
Dio.
Tutto
quello
che
so,
tutto
quello
che
sono,
tutto
quello
che
ho
è
tuo»..
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