|
Verso
le
Filippine
passando
da
Calcutta
(e
III)
di
Valerio
FENOGLIO
Rientrato
in
patria
ai
primi
di
agosto
(1980),
avevo
fatto
ai
superiori
una
relazione
completa
delle
mie
dodici
settimane
in
India,
insistendo
soprattutto
sull'invito
che
un
vescovo
del
Kerala
(India
meridionale)
inviava
tramite
me
al
Padre
generale
perché
si
avviasse
un'opera
somasca
nella
sua
diocesi.
Ovviamente
mi
dichiaravo
disponibile
a
questa
"obbedienza".
"Bene,
bene,
-
Padre
generale
mi
aveva
replicato
-
l'idea
è
buona,
però
nel
frattempo
abbiamo
deciso
di
partire
prima
nelle
Filippine
e
tu,
avendo
una
certa
esperienza
del
mondo
asiatico,
sei
il
primo
in
lista
ad
essere
destinato
là.
Preparati!".
Di
fatto,
il
dicembre
di
quello
stesso
anno
1980,
partivo
per
le
Filippine
con
p.
Cesare
de
Santis,
un
confratello
che
dopo
18
anni
in
Stati
Uniti
aveva
accettato
di
cambiare
campo
di
apostolato,
anche
nell'ottica
di
fare
esperienza
della
"contemplazione
asiatica".
Il
gruppo
Come
Noi
aveva
però
insistito
che,
"siccome
l'India
è
sulla
strada",
facessimo
una
capatina
in
Andhra
Pradesh
per
seguire
alcune
pratiche
di
adozione
che
avevo
avviato
in
quello
stato
dell'India
meridionale.
Accettammo
la
proposta
ma
la
Provvidenza
aveva
un
altro
piano
in
serbo
per
noi:
quello
di
farci
incontrare
Madre
Teresa.
Tutto
dipese
da
uno
sciopero
del
personale
di
terra
dell'aeroporto
di
Fiumicino.
Atterrati
a
Bombay
con
un
giorno
di
ritardo,
ci
sentimmo
dire
che
il
volo
per
Hyderabad
era
irrecuperabile,
dato
il
pieno
della
stagione
natalizia.
Se
eravamo
d'accordo,
potevamo
volare
a
Calcutta
e
di
lì
continuare
il
viaggio
per
l'Estremo
Oriente.
Calcutta?
Ottima
idea!
E
così
ci
trovammo
a
Calcutta,
di
nuovo
ospiti
della
cattedrale
cattolica.
Era
il
23
dicembre
1980.
Il
giorno
dopo,
vigilia
di
Natale
p.
Cesare
e
il
sottoscritto
all'unanimità
(beninteso
che
non
eravamo
sempre
così
"unanimi":
venivamo
da
esperienze
troppo
diverse!)
decidiamo
di
andare
a
visitare
la
casa
di
Madre
Teresa.
Al
rivedere
quella
casa
e
quella
porta
ho
un
sussulto
di
commozione.
Il
cartello
infatti
dice
"Mother
Teresa
is
IN"
(madre
Teresa
è
in
casa).
Ma
sperare
di
vederla
e
di
parlarle
è
forse
sperare
troppo.
Così
alla
giovane
suora
indiana
che
viene
ad
aprirci
chiedo
di
poter
vedere
la
suora
europea
a
cui
avevo
esposto
il
mio
problema
l'estate
scorsa.
Dopo
un
po'
d'attesa
la
porta
interna
si
apre
di
nuovo
ed
una
figura
minuta,
dimessa,
un
poco
incurvata
entra
silenziosamente
nella
stanza.
Ma…
ma
questa
è
Madre
Teresa!
Proprio
lei,
in
carne
ed
ossa
(p.
Cesare,
con
la
tipica
irriverenza
romanesca
di
certo
avrà
aggiunto,
mentalmente,
una
sua
espressione
usuale:
più
ossa
che
carne,
anzi
un
mucchietto
di
ossa!).
Avevo
visto
molte
foto
di
Madre
Teresa
ma
non
mi
ero
mai
reso
conto
di
quanto
la
sua
persona
fisica
fosse
irrilevante.
Eppure
questa
donna
così
minuscola
aveva
già'
fatto
sentire
la
sua
voce
in
tutto
il
mondo
e i
potenti
della
terra
l'avevano
ascoltata
in
reverente
silenzio.
Superata
la
sorpresa
e
l'emozione,
riferisco
a
Madre
Teresa
la
richiesta
di
Come
Noi:
istituire
a
Torino
un
ufficio
o
punto
di
riferimento
per
le
adozioni
internazionali
."Impossibile
-risponde
lei
con
dolce
fermezza-
ce
n'è
già
uno
a
Roma
e
come
prassi
in
ogni
nazione
teniamo
uno
solo
di
tali
centri".
Non
insisto,
anche
perché
in
fondo
sono
anch'io
convinto
che
ai
miei
amici
"bugia-nèn"
(=non
ti
muovere)
del
Piemonte
un
viaggetto
a
Roma
faccia
solo
bene,
soprattutto
se
hanno
intenzione
di
accollarsi
la
responsabilità
di
un'adozione
internazionale
(bel
messaggero,
direte,
ma
ammetterete
pure
che
uno
possa
anche
non
condividere
il
messaggio
di
cui
è
latore!).
Dopo
qualche
attimo
di
silenzio
a
Madre
Teresa
viene
un'idea:
"Se
volete
venire
con
me
oggi,
vi
conduco
dai
nostri
lebbrosi!".
Era
una
proposta
assolutamente
inaspettata,
folgorante,
ma
come
non
accettare?
Accettiamo
con
entusiasmo.
Usciamo
all'aperto
dove
le
Missionarie
della
Carità
stanno
caricando
di
viveri
il
pulmino
che
ci
porterà
al
lebbrosario.
Madre
Teresa
è
lì,
silenziosa
ma
attenta
e
vigile
allo
stesso
tempo:
si
vede
che
vorrebbe
dare
una
mano
ed
ogni
tanto
fa
il
tentativo
ma
le
sue
sorelle,
così
vivaci
e
dinamiche,
la
prevengono
ogni
volta.
Con
un
po'
di
riluttanza
si
lascia
scattare
una
foto
tra
noi
due
e
poi
saliamo
a
bordo.
Il
lebbrosario
dista
credo
una
ventina
di
chilometri
dal
centro-città.
Durante
il
viaggio
osservo
di
soppiatto
Madre
Teresa.
Ha
tirato
fuori
il
rosario
ed
adesso
sta
pregando
in
silenzio.
Gli
occhi
sono
socchiusi
ma
pronti
ad
aprirsi
del
tutto
non
appena
qualcosa
indichi
che
occorre
tornare
all'azione.
Mi
domando
come
sia
possibile
mantenere
questo
duplice
livello
di
attenzione:
avere
lo
spirito
rivolto
a
Dio
e
nello
stesso
tempo
la
capacità
di
cogliere
immediatamente
il
richiamo
della
realtà
terrestre,
l'occasione
di
aiutare
il
prossimo,
qualunque
sia
il
bisogno.
In
lei
colpisce
soprattutto
la
totale
mancanza
di
affettazione.
Si
vede,
si
percepisce
inequivocabilmente
che
tutto
in
lei
è
assolutamente
autentico:
dalla
mano
allungata
per
aiutare
a
sollevare
un
sacco
di
pane
all'ininterrotto,
silenzioso
sgranare
del
rosario.
Arriviamo
al
lebbrosario.
Ci
viene
spiegato
che,
essendo
i
lebbrosi
considerati
"intoccabili"
nel
senso
più
stretto
del
termine,
il
comune
di
Calcutta
non
ha
trovato
niente
di
meglio
che
offrire
a
Madre
Teresa
per
tale
scopo
quell'appezzamento
lungo
la
ferrovia.
Ma
è
più
esatto
dire
che
il
lebbrosario
è
sulla
ferrovia,
nel
senso
che
il
centro
consiste
di
due
edifici
costruiti
su
entrambi
i
lati
della
massicciata,
per
cui
i
pazienti
-
molti
di
loro
con
gli
arti
ridotti
a
miserevoli
monconi
-
si
trovano
a
dover
attraversare
i
binari
di
corsa,
cercando
di
non
farsi
cogliere
dai
treni
in
transito
(Non
voglio
accettare
questo
sospetto
ma
sono
fortemente
tentato
di
pensare
che
il
gesto
"munifico"
del
comune
di
Calcutta
sia
stato
ispirato
da
un'intenzione
segreta,
diabolicamente
perfida:
il
treno
farà
la
sua
parte…).
All'arrivo
ecco
che
una
folla
festante
ci
viene
incontro,
ci
circonda,
ci
abbraccia.
Ma
questi
sono
lebbrosi!
Forse
ci
è
voluto
qualche
secondo
per
cogliere
questa
realtà
così
sconcertante
eppure
così
ovvia.
Ma
ecco
che
il
miracolo
avviene,
un
vero
miracolo
nella
mente
e
nel
cuore
di
quei
due
occidentali
formati
alla
scuola
dell'asetticità:
tutta
la
ritrosia,
l'istintiva
paura
che
si
era
annidata
in
un
angolo
segreto
del
sub-conscio,
si
dissipa
di
colpo
per
far
posto
alla
più
incondizionata
disponibilità
a
vivere
un
giorno
di
festa,
senza
barriere,
senza
"precauzioni"
con
questi
ultimi
-
nel
senso
più
estremo
del
termine
-
tra
i
nostri
fratelli
uomini.
Ci
torna
in
mente
di
colpo
che
è
la
vigilia
di
Natale
e
capiamo
finalmente
l'intenzione
di
Madre
Teresa:
farci
fare
Natale
con
i
lebbrosi.
Si
celebra
infatti
il
cosiddetto
Christmas
Party
-
anticipato,
come
si
usa
in
molti
paesi.
Ci
sono
canti,
danze,
distribuzione
di
doni,
come
se
questo
mondo
di
relitti
umani
fosse
una
realtà
assolutamente
normale.
E
lo
è,
anzi
una
realtà
squisitamente
umana,
come
Madre
Teresa
ci
fa
capire
con
il
suo
gestire,
parlare,
muoversi
in
modo
del
tutto
naturale,
come
farebbe
tra
i
bambini
del
Shishu
Bhavan.
Ci
invita
a
prendere
parte
attiva
alla
festa:
nel
distribuire
il
cibo
e i
pacchi
dono.
La
cosa
va
avanti
fino
a
pomeriggio
inoltrato,
quando
il
pulmino
ci
riporta
con
Madre
Teresa
alla
casa
madre
e
lì
ci
accomiatiamo.
Non
ricordo
con
quali
parole
Madre
Teresa
ci
abbia
salutati:
certamente
parole
che
avevano
il
significato
di
benedizione
e
di
auspicio
per
l'evento
che
avremmo
vissuto
il
giorno
seguente.
Infatti
il
giorno
dopo,
Natale
del
Signore
del
1980
saremmo
atterrati
a
Manila,
Filippine,
nell'ottica
di
costituire,
con
p.
Giovanni
Tarditi
-che
era
già
sul
posto-
la
prima
ufficiale
presenza
somasca
in
quella
terra.
|