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La
provocazione
degli
"Ultimi-lontani"
di
Teresa
MARZOCCHI
BIGNAMI
La sana
inquietudine
del
nostro
servizio
non può
uscire
indenne
dalle
riflessioni
di
questi
ultimi
mesi.
Tutti
siamo
presi
dai
temi
della
globalizzazione,
guardiamo
con
curiosità
e un
po' di
sospetto
a
coloro
che si
apprestano
a
manifestare
dissenso
in
occasione
degli
incontri
dei
grandi
della
terra,
temiamo
inutili
violenze
e nello
stesso
tempo,
essendo
un po'
fuori
del
giro,
ci
chiediamo
quanto
c'è di
vero e
profondo
in un
movimento
di
opinione
così
vasto e
variegato.
Che
vorranno
dirci
queste
nuove
generazioni…forse
si
affaccia
l'insorgere
di una
nuova
idealità?
Perché
con
loro ci
sono
anche
persone
adulte
e con
una
certa
cultura?
Dove
può
portarci
questa
esperienza
di
incontro
e messa
in
comune
di
cammini
tanto
diversi?
Molti
di noi
si sono
sentiti
in pace
quando
finalmente
molte
nazioni
hanno
accettato,
in
occasione
dell'anno
giubilare,
di
rimettere
il
debito
dei
paesi
poveri.
Anch'io
ho
sentito
questa
iniziativa
come un
passo
molto
importante,
come
una
possibile
apertura
alla
gestione
dei
mercati
e dello
sviluppo
in
un'ottica
di
rispetto
delle
grandi
diversità
dei
nostri
popoli.
Poi un
prete
amico,
mentre
ad un
incontro
di
lavoro
si
parlava
del G8,
ha
provocatoriamente
proposto
di
andare
a
manifestare,
insieme
ad
altri
confratelli,
indossando
l'abito
talare
ed
esibendo
cartelli
che
riportavano
le
parole
di Papa
Giovanni
Paolo
II
sulla
globalizzzione.
L'iniziativa
molto
probabilmente
sarà
irrealizzabile
ma
resta
il
fatto
che
ancora
una
volta
il Papa
ha
saputo
e
voluto
prendere
una
posizione
e ciò
ha
suscitato
in me
una
riflessione
che non
riesco
a
distaccare
dal
vissuto
della
nostra
realtà.
Anche
la le
opere
somasche
sono
ormai
distribuite
in
molti
paesi,
ci sono
incontri
al
vertice
anche
al
nostro
interno,
c'è una
riflessione
ed una
programmazione
comune,
c'è un
grande
motivo
di
appartenenza
e
condivisione.
A noi
che
fatichiamo
ogni
giorno
per
cercare
di
restare
fedeli
ai
nostri
impegni
ed alle
richieste
dei
nostri
poveri
che ne
viene
da
tutto
questo?
Quale
la
ricchezza
nell'essere
parte
di una
realtà
di così
grande
respiro?
Chi,
per
grazia
di Dio,
ha
potuto
prendere
contatto,
direttamente
o
indirettamente,
con
qualche
realtà
lontana
non può
aver
fatto a
meno di
tenersi
nel
cuore
alcuni
interrogativi
quasi
brutali.
La
violenza
della
povertà
Se non
lo si
vede o
non te
lo dice
qualcuno
di cui
ti fidi
davvero
tanto
fai
fatica
anche
solo a
pensare
che sia
possibile
ancor
oggi
considerare
il
possedere
un paio
di
ciabatte
(anche
di
gomma)
come un
evento
determinante
rispetto
al tuo
livello
di
benessere,
che sia
normale
in
alcune
realtà
crescere
fin da
piccoli
nella
strada
senza
genitori,
che non
scandalizzi
più di
tanto
avere
tre
figli e
prostituirsi
già
all'età
di
dodici
anni,
che
inspirare
colla o
bere
aguardiente
sia una
buona
soluzione
alla
mancanza
di
cibo,
che
sparire
dalla
circolazione
sia un
evento
comprovante
la tua
uscita
dalla
scena
della
vita,
che il
carcere
minorile
sia un
luogo
di
passaggio
dove
riprendere
le
forze
ritemprando
il
fisico.
La
fatica
dello
"stare
con"
Come fa
un
educatore,
religioso
o laico
che
sia, a
vivere
in
queste
situazioni;
come fa
a
convivere,
a
condividere
questa
quotidianità
di
povertà
estrema,
di
rischio
estremo.
Come si
concilia
questa
presenza
con il
ruolo
educativo
e la
testimonianza
di
fede;
dove
siamo
missionari
stranieri
e dove
invece
siamo
parte
di un
popolo,
fermento
e
proposta;
dove
portiamo
l'occidente
con i
suoi
metodi
e dove
riusciamo
a
metterne
al
servizio
le
conoscenze,
le
risorse,
gli
strumenti.
L'"inutilità"
del
proprio
impegno
Quale
motivazione
e
quanta
è
necessaria
per
riuscire
ad
offrirsi,
a
spendersi
senza
quantificare
i
risultati.
Dove
porta
la
ricerca
di
senso
di un
intervento
praticamente
inutile
rispetto
alla
vastità
delle
necessità
del
contesto;
"ago
nel
pagliaio"
e
"goccia
nel
mare"
sono
linguaggi
poetici
che
poco
aiutano
a
sostenere
il
quotidiano,
forse
l'unico
sostegno
sta
nella
consapevolezza
che
anche
un solo
gesto
di
servizio
fatto a
un
povero,
per
quanto
piccolo
o
isolato
che
sia, è
fatto
al
Signore.
Così mi
viene
in
mente
che la
nostra
globalizzazione
non può
essere
altro
che il
prendersi
carico
di
queste
sfide,
di
queste
provocazioni
come se
fossero
nostre,
come se
le
vivessimo
sulla
nostra
pelle
pur non
essendo
direttamente
coinvolti.
E'
fatica
farlo.
Noi
Centri
Accoglienza
ci
abbiamo
provato
e
stiamo
purtroppo
rendendoci
conto
che è
difficile
essere
veramente
parte,
aldilà
di un
gesto
di
solidarietà
economica,
di
qualcosa
che ci
fa
andare
oltre
al
nostro
impegno
quotidiano
per
scavalcare
gli
steccati
di
un'organizzazione
di vita
e di
lavoro
precaria
ma pur
sempre
esistente.
La
nostra
difficoltà
al
nuovo,
al
diverso,
all'estremo
mi da
conto,
anche
personalmente,
del
bisogno
che
abbiamo
di
vivere
sulla
carne e
con la
carne
anche
situazioni
più
disperate
delle
nostre.
La
televisione
e le
e-mail
non
bastano.
Forse è
davvero
necessario
pensare
ad un
nostro
coinvolgimento
diretto,
ad uno
scambio
personale
con i
mondi
altri
che ci
diano
stimolo
e ci
purifichino
rinnovando
anche
il
nostro
impegno
e la
condivisione.
La
Congregazione
e le
sue
Opere
sono
un'occasione
unica,
molti
non
possono
usufruire
di una
possibilità
del
genere.
Perché
non
pensarci
allora,
religiosi
e laici
insieme,
in un
percorso
unico
di
scambio
e di
arricchimento
personale,
professionale
e
spirituale?
Forse
in
questo
modo,
pur
senza
indossare
tute
bianche,
sapremo
dare il
nostro
piccolo
contributo
allo
sviluppo
di una
civiltà
più
giusta.
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