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Prima pagina |
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L'orgia
del consenso
di
Giacomo Ghu
Prendiamo la parola nell’accezione di “apprezzamento, giudizio positivo”, secondo la definizione del Dizionario De Agostini. In modo meno culturalmente impegnato nel significato di audience. Tutti , oggi, persone o ditte commerciali, programmi televisivi o divi dello schermo, cercano di raggiungere il consenso del pubblico e delle masse.Sta davanti agli occhi di tutti - e occhi ben sgranati, come nell’attesa, per la verità, più “guardonesca” che sportiva dei recenti festeggiamenti della Roma, campione d’Italia al Circo Massimo, memoria storica di ben più sudati allori - quella ricerca spasmodica, e ad ogni costo, del consenso. L’abbiamo vissuta in diretta durante quest’ultimo anno che ha preceduto la consultazione elettorale. Onestà vuole che ogni schieramento presenti agli elettori del paese programmi chiari, realizzabili, e non promesse appetibili ma di difficile realizzazione. Ebbene: ne abbiamo sentite di tutti i toni, da tutti gli schieramenti politici. L’Italia, per un voto, sarebbe diventato il “paese di Bengodi”. Pensioni più alte, tasse diminuite, via la disoccupazione. Per non parlare, poi, dei toni aggressivi e offensivi nei confronti degli avversari. O delle trovate pubblicitarie, le famose frasi ad effetto, tra cui spicca la boutade di “un presidente operaio”! Nell’ambito del mercato televisivo, la corsa al predominio, si gioca tutta nel presentare programmi che stuzzichino la curiosità della maggior parte degli spettatori. Il fine, è noto, non è poi così disinteressatamente quello di favorire il pubblico ma quello di aumentare il gettito degli introiti attraverso le inserzioni pubblicitarie. A qualunque costo. Per cui si assiste ad una gara orgiastica nel presentare programmi “culturali” e proiezioni cinematografiche, dove il denaro, il sesso, la bellezza fisica, la violenza per dominare sono gli ingredienti più gettonati. E allora “il villaggio globale” diventa abitato da persone che vivono di istinti più che di intelligenza, di apparenza più che di sostanza, di illusione più che di realtà. Alla faccia del compito educativo del mezzo televisivo!Altro ambito tutto impostato sul successo del consenso è quello della pubblicità. Ogni prodotto, sia esso prodotto alimentare o prodotto di bellezza, strumento di lavoro per “tirare a vivere” o strumento di svago, viene presentato con parole e con immagini che non illustrano tanto la qualità del prodotto ma, spesso, il piacere prodotto o desiderato, un sogno lungamente cullato, il successo a portata di mano. Pubblicità che inganna e che, specialmente alle persone più giovani e più fragili, presenta la vita e i suoi valori, in modo distorto. Quanti extracomunitari hanno lasciato la loro terra, solamente perché attratti dai soldi a palate che si guadagnano ai telequiz o dalla presentazione di una vita facile e priva di sacrifici. Parola di giovane marocchino!Il consenso quindi cercato non attraverso un operare serio e veritiero, ma attraverso input che facciano emergere prepotentemente desideri, sogni, illusioni. Non si vuol dire e non si pretende che non si debbano far intravedere momenti migliori di vita, un giusto e meritato benessere. Ma che lo si faccia in modo onesto e non mistificante.
Un rischio questo - sia permesso suggerirlo sommessamente - da cui non può chiamarsi fuori la Chiesa stessa. Molte volte la ricerca di consenso inquina la semplicità del Vangelo. Cristo quando stava per essere designato entusiasticamente dalle folle Messia, fuggiva e si ritirava in disparte. Il vangelo vissuto opera come il lievito nella pasta, o come il seme nascosto nella terra. La storia, non una volta sola, ci racconta che troppo consenso da parte dei potenti, il più delle volte, è interessato per diminuire la forza critica del Vangelo, il “non ti è lecito”. Essere luce sul monte sì; ma non fantasmagorìa. Perché dal frutto si conosce l’albero.
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