La rivista
in lingua italiana
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Ottobre - Dicembre 2001  n° 117

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CARI AMICI

Ora più che mai:

Essere sostegno al orfano

di Luigi AMIGONI

Una decisione del Capitolo generale dei Somaschi del 1999 li impegna ad assumere il 28 dicembre, festa dei santi innocenti, “come giornata mondiale somasca”, perché sia loro ricordato il dovere dell‘irrinunciabile difesa dei piccoli e, insieme, quello di lottare contro gli “Erodi attuali”. Quella del 2001 sarà la seconda opportunità concessa di praticare questo mandato, assegnato dal Capitolo generale per stimolare la coscienza dei religiosi (somaschi) e la mentalità delle comunità. È una sorta di “Infancy-Day” (giorno dell’innocenza), celebrato da un ristretto numero di persone, in un momento dell’anno (immediatamente dopo Natale) che non favorisce in genere – in casa europea – iniziative di ampio coinvolgimento: con quale probabilità di risultati efficaci, con quale forza di trascinamento?
Domande legittime, rese più pertinenti dal clima creatosi dopo l’11 settembre 2001 (attentati terroristici a New York e Washington) che coglie gli effetti incalcolabilmente devastanti del terrore cieco e pazzo proprio nel fatto che vengono interessati, indiscriminatamente e senza possibilità di previsione difensiva, cittadini del tutto innocenti, tra i quali sono ulteriormente colpiti i bambini/e, che rimangono, qualora evitati dalle stragi omicide, prevedibilmente privati, con maggiore danno rispetto agli adulti, della presenza di genitori e di altre persone loro molto vicine. Dopo i morti di New York è addirittura ritornato in uso un aggettivo che da molti anni era scomparso nella scrittura e nella cultura del nostro paese, intorno al tema del disagio infantile: la parola “orfano”. Si é parlato di una città orfana (New York), lasciata sola per la paura collettiva diffusa, di un imprecisato numero di figli (minori) trovatisi senza genitori, come gli orfani di una volta che si contavano con cifre a più zeri dopo le mattanze, in Europa, delle guerre mondiali o dopo erano infierite malattie contagiose.
Che cosa può aggiungere allora – al di fuori della capacità commemorativa della massa sollecitata con gli odierni richiami dei “media” in quella liturgia laica delle dirette televisive non stop – l’iniziativa di un limitato gruppo di religiosi e di laici loro vicini che vogliono denunciare situazioni ed enunciare proclami in difesa dell’infanzia maltrattata e negata?

Il contesto da cui è scaturita l’idea di fare del 28 dicembre un “giorno somasco” è quello dei segni di speranza da lanciare e a cui aggrapparsi, per consentire anche che altri si sentano legati. Con il linguaggio vivace latinoamericano il Capitolo generale ha scritto che occorre “sperare con i passi”, intraprendere un cammino di speranza, offrendo alcuni segni di novità, che sono i gesti, singoli e, meglio ancora, coordinati, di fraternità e di solidarietà. Si è individuato come atto coerente con la nostra missione educativa e con la nostra spiritualità, che indirizza il cuore alla “paterna benignità di Dio”, l’intensificazione di una sensibilità e di una cultura a favore dell’infanzia; ciò che vuol dire, spesso, una difesa dei livelli minimi di dignità e di attenzione.

Il ritmo dei piccoli passi, autentici e gratuiti, è di ispirazione e di sapore evangelico. C’è indubbiamente una frizione tra la logica del “presentarsi in grande”, del far valere prioritariamente la potenza del numero, propria della nostra cultura di mercato, e la logica evangelica del “farsi piccolo” interiormente per essere grandi nel Regno dei cieli. Ai piccoli non è impedito di essere numerosi, anzi è detto che il lievito deve fermentare la massa; ma la profondità del cuore che ha cura dei tesori del Regno (tali sono i bambini che Gesù “pone in mezzo”) è al livello della beatitudine evangelica; la pratica – sia pure della giustizia – che ha come scopo la ricompensa dell’ammirazione, l’autogratificazione e lo spreco delle parole e del numero (a uso statistico e di sondaggio) appartiene al generale di quelle che il Vangelo tratta almeno con distanza critica.

Qualunque iniziativa ha probabilità di essere segnata con il timbro puro del Vangelo se fa affiorare lo spirito del discepolo che non vuole essere più del maestro.
Non è da sottovalutare che l’idea della “giornata propria” serva anche ad affermare l’identità collettiva dei Somaschi. Dio solo sa quanto ci sia bisogno che il gruppo che si rifà, per richiami di preghiera e per trasmissione di abitudini a un santo, Girolamo Emiliani, che ha avuto la passione per bambini e ragazzi ignorati dai più, si senta più fortemente famiglia anche per il comune interesse a ciò che si muove nel “pianeta infanzia”, soprattutto sui versanti più disumani. Le Costituzioni somasche presentano il servizio degli orfani (i quali sono una parte dell’infanzia disagiata) come eredità preziosa del Fondatore, da accogliere e trasmettere con amore e sollecitudine.

Trasformare l’amore e la sollecitudine, cioè la simpatia affettuosa verso l’infanzia e la capacità critica nel cogliere l’evoluzione dei numerosi problemi che la investono, in mentalità di vita e in azioni che ricordino e diffondano il dovere di non lasciare a un destino tragico di solitudine e di amarezza tanti bambini/e e ragazzi/e è ciò che propone ai Somaschi e a quanti essi avvicinano la giornata del 28 dicembre, che è già cara ai credenti per la difesa con il sangue, senza parole, che alcuni bambini hanno reso al Bambino, dal quale discende la inviolabilità dei diritti di ogni altro.
 

Ott-Dic 2001


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