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Ottobre - Dicembre 2001  n° 117

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IL PUNTO

 

Laici e cattolici

di Angelo BERTANI

È abbastanza evidente una ripresa della polemica tra laici e cattolici. I vari Panebianco e Galli della Loggia pontificano dalle prime pagine dei grandi giornali e non di rado dalle stesse cattedre cattoliche. E gli intransigenti di parte cattolica non perdono occasione di ribattere colpo su colpo. Con una particolarità: che la polemica cattolica avviene soprattutto contro i laici che possano essere considerati di sinistra (i pochi sopravvissuti). Quelli di centro e di destra hanno una franchigia; possono insegnare ai cattolici la giusta moderazione del liberalismo, il pluralismo scolastico, la difesa dei valori, i diritti della proprietà e delle privatizzazioni, le leggi dell’economia e del bon ton. È invece proibito per tutti di intromettersi negli affari interni della istituzione ecclesiastica e specialmente avanzare riserve o critiche alle manifestazioni esteriori della cristianità.
Ma è vero che i laici sono prepotenti coi cattolici fino a zittirli? Forse qualche volta avviene, come del resto accade il viceversa.
Ma non è un mistero del resto che sovente siano i “laici” oggi ad esprimere parole religiose sui grandi mass media; così come è spesso compito dei cristiani quello di tener alta la bandiera della laicità in un mondo che forse non sarà credente, ma clericale sì. Viviamo dunque un mondo di domande e d’incertezze: Quale allora l’identità del cattolicesimo storico oggi? I cattolici diventano laici, si laicizzano? I laici diventano religiosi, o almeno integralisti?
Certo ci sono anche presunzioni laiche, e prepotenze, misurate sullo spirito di autodifesa e forse anche sulla paura. Forse anche i laici non capiscono molto del mondo? E non hanno qualche buona ragione per difendersi dal neoclericalismo? E i laici cattolici non hanno nessuna colpa nel lasciare senza freni questa grande prepotenza e presunzione?
Ma c’è una cartina al tornasole che dimostra senza tema di smentita che la superficiale forza (e persino vis polemica) di cattolici e laici nasconde una grande debolezza. Ed è l’abbandono quasi generale di ogni impegno e capacità educativa. Diceva Dossetti: “Noi non abbiamo strumenti intellettuali per interpretare adeguatamente la realtà di oggi. Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture. Non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma senza avere il senso della profondità dei cambiamenti”. Se è vero che non c’è più nessuna cultura, né di parte cattolica né di parte laica che sappia comprendere dove siamo e dove andiamo, allora è ben naturale che, salvo i fondamentalisti, nessuno sappia e voglia farsi carico di trasmettere antiche certezze e sistemi di pensiero, contenuti e stili di cui si ha poca coscienza o si dubita ormai. In un passato non lontano laici e cattolici (cultura laica e cultura cattolica) gareggiavano pur nobilmente nell’educazione dei giovani. Avevano maestri e scuole, pedagogie ed oratori, riviste e convegni.
Adesso non più. E ci sarebbe molto da riflettere se la crisi e le rivendicazioni anche recenti sulle scuole cattoliche non nascano da una debolezza propria assai più che dalla nequizia dei tempi o delle leggi. La verità è che manca un personale convinto dell’educazione e capace di realizzarla. Anche in chiesa, anche in famiglia. E non rinascerà se vorremo moltiplicare i ghetti fatalmente sterili, anziché aprirsi ad un dialogo-collaborazione-contaminazione che renda fecondi e capaci insieme - cattolici e laici - di capire il presente, pensare il futuro. E dunque di elaborare e trasmettere una cultura dinamica, critica, problematica ma anche capace di progetto.
Il problema non è certo quello di rivendicare e moltiplicare scuole private o iniziative di proselitismo, quanto piuttosto di mettere insieme energie sufficienti per la scuola comune, cattolica e laica insieme perché ci sono cittadini che si dicono cattolici ed altri che si dicono laici. Ma una scuola veramente di tutti. E accanto ad essa una rete di mezzi di comunicazione, di arti e di messaggi, di incontri di studio e di convivialità che consentano adagio adagio la ri-nascita di una cultura che potrà anche essere molto diversa da quella che ci immaginiamo.
A tutto questo cammino i credenti potranno forse portare, come contributo singolare e prezioso, la “cultura” che sta nascendo dalla loro esperienza che padre Calati chiamerebbe “esiliaca”. Proprio il venir meno delle culture, pedagogie... di cui si diceva consente la nascita di una coscienza nuova, l’unica che può aiutare a capire il tempo di oggi e a comportarvisi degnamente. Tra i dati di questa coscienza c’è anche che solo il Signore sa chi sono davvero i credenti e chi i “laici”!

Ott-Dic 2001


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