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Laici e cattolici
di
Angelo BERTANI
È
abbastanza evidente una ripresa della polemica tra laici e cattolici. I
vari Panebianco e Galli della Loggia pontificano dalle prime pagine dei
grandi giornali e non di rado dalle stesse cattedre cattoliche. E gli
intransigenti di parte cattolica non perdono occasione di ribattere colpo
su colpo. Con una particolarità: che la polemica cattolica avviene
soprattutto contro i laici che possano essere considerati di sinistra (i
pochi sopravvissuti). Quelli di centro e di destra hanno una franchigia;
possono insegnare ai cattolici la giusta moderazione del liberalismo, il
pluralismo scolastico, la difesa dei valori, i diritti della proprietà e
delle privatizzazioni, le leggi dell’economia e del bon ton. È invece
proibito per tutti di intromettersi negli affari interni della istituzione
ecclesiastica e specialmente avanzare riserve o critiche alle
manifestazioni esteriori della cristianità.
Ma è vero che i laici sono prepotenti coi cattolici fino a zittirli? Forse
qualche volta avviene, come del resto accade il viceversa.
Ma non è un mistero del resto che sovente siano i “laici” oggi ad
esprimere parole religiose sui grandi mass media; così come è spesso
compito dei cristiani quello di tener alta la bandiera della laicità in un
mondo che forse non sarà credente, ma clericale sì. Viviamo dunque un
mondo di domande e d’incertezze: Quale allora l’identità del cattolicesimo
storico oggi? I cattolici diventano laici, si laicizzano? I laici
diventano religiosi, o almeno integralisti?
Certo ci sono anche presunzioni laiche, e prepotenze, misurate sullo
spirito di autodifesa e forse anche sulla paura. Forse anche i laici non
capiscono molto del mondo? E non hanno qualche buona ragione per
difendersi dal neoclericalismo? E i laici cattolici non hanno nessuna
colpa nel lasciare senza freni questa grande prepotenza e presunzione?
Ma c’è una cartina al tornasole che dimostra senza tema di smentita che la
superficiale forza (e persino vis polemica) di cattolici e laici nasconde
una grande debolezza. Ed è l’abbandono quasi generale di ogni impegno e
capacità educativa. Diceva Dossetti: “Noi non abbiamo strumenti
intellettuali per interpretare adeguatamente la realtà di oggi. Siamo
dinnanzi all’esaurimento delle culture. Non vedo nascere un pensiero nuovo
né da parte laica né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un
presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma senza avere il
senso della profondità dei cambiamenti”. Se è vero che non c’è più nessuna
cultura, né di parte cattolica né di parte laica che sappia comprendere
dove siamo e dove andiamo, allora è ben naturale che, salvo i
fondamentalisti, nessuno sappia e voglia farsi carico di trasmettere
antiche certezze e sistemi di pensiero, contenuti e stili di cui si ha
poca coscienza o si dubita ormai. In un passato non lontano laici e
cattolici (cultura laica e cultura cattolica) gareggiavano pur nobilmente
nell’educazione dei giovani. Avevano maestri e scuole, pedagogie ed
oratori, riviste e convegni.
Adesso non più. E ci sarebbe molto da riflettere se la crisi e le
rivendicazioni anche recenti sulle scuole cattoliche non nascano da una
debolezza propria assai più che dalla nequizia dei tempi o delle leggi. La
verità è che manca un personale convinto dell’educazione e capace di
realizzarla. Anche in chiesa, anche in famiglia. E non rinascerà se
vorremo moltiplicare i ghetti fatalmente sterili, anziché aprirsi ad un
dialogo-collaborazione-contaminazione che renda fecondi e capaci insieme -
cattolici e laici - di capire il presente, pensare il futuro. E dunque di
elaborare e trasmettere una cultura dinamica, critica, problematica ma
anche capace di progetto.
Il problema non è certo quello di rivendicare e moltiplicare scuole
private o iniziative di proselitismo, quanto piuttosto di mettere insieme
energie sufficienti per la scuola comune, cattolica e laica insieme perché
ci sono cittadini che si dicono cattolici ed altri che si dicono laici. Ma
una scuola veramente di tutti. E accanto ad essa una rete di mezzi di
comunicazione, di arti e di messaggi, di incontri di studio e di
convivialità che consentano adagio adagio la ri-nascita di una cultura che
potrà anche essere molto diversa da quella che ci immaginiamo.
A tutto questo cammino i credenti potranno forse portare, come contributo
singolare e prezioso, la “cultura” che sta nascendo dalla loro esperienza
che padre Calati chiamerebbe “esiliaca”. Proprio il venir meno delle
culture, pedagogie... di cui si diceva consente la nascita di una
coscienza nuova, l’unica che può aiutare a capire il tempo di oggi e a
comportarvisi degnamente. Tra i dati di questa coscienza c’è anche che
solo il Signore sa chi sono davvero i credenti e chi i “laici”! |

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