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S. Girolamo Emiliani a Bergamo:
zelo per le anime
Il ricordo della
fervida carità di san Girolamo Miani a Bergamo
in un libro del 1553, sedici anni dopo la morte del Santo
di
Renato CIOCCA
Una delle caratteristiche peculiari del nostro Santo, dopo la sua
conversione, fu certamente quella di essere un incendiario della Carità
di Cristo. In tutte le città dell’Italia settentrionale che ebbero la
fortuna di essere da Lui visitate fiorirono, al suo passaggio, opere
autenticate dall’amore divino e una schiera di persone furono attratte
irresistibilmente dal suo esempio tanto da abbandonare ogni cosa per
condividerne la vita ed i nobili ideali.
Bergamo ebbe il privilegio di vedere realizzare nel suo territorio le
opere che più stavano a cuore al Miani: orfanotrofi maschili e
femminili,una casa per le convertite e la missione rurale in mezzo ai
contadini per aiutarli nel loro duro lavoro dei campi, ma soprattutto
per istruirli nelle verità della fede. Per Lui il Concilio di Trento era
già incominciato.
Ma lasciamo parlare i testimoni. Il 12 luglio del 1533 venne pubblicata
a Milano da Francesco Cantalovo una lettera pastorale di Mons. Luigi
Lippomano Vescovo di Bergamo. Ancora vivo il Miani, narra in maniera
entusiasta, a dir poco, la sua conversione e il suo proposito di servire
Cristo nel prossimo e soprattutto nei più poveri e più abbandonati. Lo
chiama “magnifico e generoso Domino Ieronimo Miani” e lo vede “di
perfettissima carità infiammato”. Descrive le sue opere di carità, che
certamente ha potuto vedere, in modo impressionante. «…In tanto che,
somma ammirazione induce in ciascun fedele che vede e contempla tanta
profusa ed immensa carità, tanta clemenza e pietà ch’egli dimostra.
Lavando con le sue proprie mani le schifose piaghe, astergendo le
pestificazioni,medicando con sani rimedi ed empiastri, tollerando odori
fetidissimi ed altre sporcizie da indurre non solo nei ministri,ma anche
nei riguardanti la nausea e l’abbominazione , mentre egli non solo non
le aborrisce,ma con le proprie mani le tocca come se fossero fragranti
di soave odore».
Di fonte a tali esempi di carità vissuta è chiaro che il Vescovo non può
non raccomandare a tutti i fedeli della Sua Diocesi di favorire in ogni
modo l’azione caritativa del Miani.
La seconda testimonianza autorevole ci viene dal Vicario Generale di
Bergamo dottor Giovanni Battista Guillermi, canonico di Feltre. In una
lettera di appena quattro anni dopo, e precisamente del 1537, racconta
della morte del Miani come della morte di un uomo di Dio. «…io non
scrivo il successo dell’infermità, e della morte, ch’io vi farei crepare
il cuore; pareva che avesse il Paradiso in mano, per la sicurezza sua…
si partì di qui inanzi Natale, ma prima mi venne a ritrovare in
Vescovato all’audienza, e qui mi s’inginocchiò dinanzi, raccomandandomi
la fede di Cristo…
…Hoggi si è fatta la commemoratione sua in alcune di queste
chiese,mercoledì si farà il rimanente, come se fosse morto il Papa… non
so se mai morì persona, che più m’attristasse.»
Il senso di sgomento e di vuoto causato dalla perdita di un così grande
amico e di conseguenza la sua ammirazione per Lui non hanno bisogno di
commento.
A queste due autorevoli testimonianze di per sé esaustive circa la
santità del Miani dobbiamo aggiungerne un’altra poco nota, ma non di
minore efficacia.
L’11 luglio del 1553, sedici anni dalla morte del Santo, per i tipi di
Ludovico britannico veniva stampato a Brescia un libro intitolato “OPUS
DIVINUM de Sacra, ac Fertili Bergomensi Vinea…” ad opera dello storico
Bartolomeo Pellegrini. Si tratta di una specie di storia della diocesi
di Bergamo, scritta sfruttando la metafora della vigna evangelica, molto
in voga allora, in cui il Padrone manda a tutte le ore nuovi operai a
lavorare nella sua vigna. Il tutto si riduce ad un elenco di personaggi,
più o meno santi, che nelle varie epoche della storia si sono susseguiti
nell’azione religiosa a livello locale. Nella seconda parte dell’opera e
precisamente ai capitoli 114 e 118, l’autore parla con accenti di
commozione e di sincera ammirazione del Miani.
Nel primo ci dà un breve resoconto dell’attività apostolica svolta a
Bergamo senza dimenticare la sua santità e il desiderio ardente di
attirare altre anime a Cristo. La traduzione suona così:
«Lavorò anche in questa vigna il signor Girolamo meanu patrizio veneto,
e vero servo di Cristo, quando nell’anno del Signore1532, venne a
Bergamo, e con i suoi cristianissimi esempi, ed esortazioni, e con
assidua sollecitudine e cura, radunò molte donne liberate dalle catene
del Diavolo affinché vivessero insieme, onestamente e castamente; e
consegnò all’ospedale di santa Maddalena una moltitudine di fanciulli
senza dimora e di orfani perché fossero protetti.
Queste cose sono a nostra conoscenza per testimonianza oculare.»
Sintesi mirabile di santità di vita e di ardente amore per la salvezza
delle anime delle persone più a rischio.
Al capitolo 118, invece, l’autore tesse le lodi dell’egregio signor
Domenico Tasso, uomo generosissimo, che aveva donato ai Cappuccini due
iugeri di terreno per costruire un monastero e che aveva fatto costruire
a spese proprie una cisterna per ricevere l’acqua del vicino fiume. E
poi aggiunge: « (il Tasso) fu di aiuto al signor Girolamo meiano,
patrizio veneto, nel raccogliere ed unire le meretrici convertite alla
legge di Cristo. Lo stesso fece per i fanciulli e le fanciulle che
vagavano mendicando in città. Queste cose sono a nostra conoscenza per
testimonianza oculare.»
Alle istituzioni ricordate precedentemente ora viene aggiunto anche un
rifugio per le fanciulle abbandonate. Il cuore del Miani non conosceva
proprio confini.
Possiamo quindi concludere, a ragione, che dopo sedici anni, a Bergamo,
era ancora vivissimo il ricordo della santità e della fervida carità di
Girolamo e che molte persone pie continuavano a vivere all’insegna dei
suoi esempi luminosissimi.
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Nota:
Le testimonianze tra
virgolette del Vescovo e del Vicario Generale di Bergamo sono tratte da:
G. Landini, S. Girolamo Emiliani - Roma, 1947.
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