Nostre opere

   
   

          Luci di speranza all’Estremo Oriente

        Martina Franca: il “villaggio” e più

 

Luci di speranza
all’Estremo Oriente

di Elisabetta CAPRIOLO

 

È nata la "Southeast Asia Vice-Province «MOTHER OF ORPHANS»"


Uno splendido lago, incastonato nel cerchio di un cratere vulcanico, un ampio pendio verde di palme, ananas, piante di caffè, dolcemente declinante verso la baia di Manila, un clima di perenne primavera, ecco Tagaytay, piccolacittà a 600 m s/m, 50 km a Sud della capitale, posto idelae per un fine settimana con aria respirabile.
Qui, per un'intera settimana, hanno lavorato i 14 religiosi Somaschi riuniti per il lieto evento della nascita della Vice-Provincia Somasca del Sud-Est Asiatico.
Intorno alla nuova creatura, sbocciata dal grembo sempre focondo della Congregazione fondata da san Girolamo Emiliani, si è creata una atmosfera in tensione di novità, si sono accese luci di speranza, sono stati tracciati sentieri di futuro.
San Girolamo approdò in terra filippina venti annni fa con l'arrivo di tre pionieri entusiasti e determinati a "sfondare", nonostante le difficoltà, i sacrifici, la scarsità di mezzi. E così sono sorte sette comunità, con attività di servizio educativo, formativo e pastorale. Sono quattro le "Case Miani", per l'accoglienza di bambini e ragazzi senza famiglia, abbandonati, emmarginati: un centinaio vi trova un ambiente sereno per crescere. Due scuole accompagnano i giovani nella conquista della cultura necessaria per un dignitoso inserimento nel tessuto sociale, civile e religioso. Sono anche attive una chiesa parrocchiale, dove l'attenzione ai poveri è alla base del servizio pastorale, e una casa per la formazione di giovani che, contagiati dal carisma di san Girolamo, intendono imitarne gli esempi di carità e di santità.
Attualmente i religiosi somaschi Filippini sono 34, di cui 15 sacerdoti; i sacerdoti italiani che svolgono la loro missione nella neonata Vice-Provincia sono 9.
Le comunità nelle Filippine, con la celebrazione del primo capitolo, sono diventate un'entità giuridica autonoma, uscendo dalla tutela della provincia "madre" italiana (la Provincia lombardo veneta). È stato eletto un governo proprio con un Superiore viceprovinciale (Fr. Gabriele Scotti) e due consiglieri (Fr. John Cariño, Vicario, e Fr. Luigi Cucci).
La volontà di futuro ha spinto i Padri capitolari a fare la scelta coraggiosa di assegnare alla Vice-Provincia un territorio che si estende oltre l'arcipelago filippino ed abbraccia tutto il vasto Sud-Est Asiatico. È un auspicio ed una sfida per l'intraprendenza e creatività filippina. Maria, Madre degli orfani è la protettrice della nuova Vice-Provincia.
Il P. Generale Bruno Luppi e il P. Provinciale Roberto Bolis hanno incoraggiato i Somaschi nelle Filippine a prendere come motto programmatico il "Duc in Altum"evangelico, cioè a navigare verso l'alto mare, sospinti dalla fedeltà al carisma di san Girolamo verso gli infiniti orizzonti dell'amore, al servizio dei poveri e dei piccoli.

 

Guardare al futuro con fiducia
ALa comunità somasca delle Filippine, piena di speranza, guarda al futuro con fiducia. Abbiamo delle solide ragioni per testimoniare la nostra speranza. Ricordiamone alcune.

1.- Gesù stesso è la nostra speranza

Solo in lui speriamo. Sperimenteremo l'efficacia della nostra speranza se metteremo in pratica le ultime volontà del nostro fondatore: "rimanete con Cristo, seguite la via del crocifisso, siate fondati sopra la ferma pietra".


2.- Maria, Madre di misericordia e di grazie,

È la seconda ragione di speranza
Come nostra speranza, Maria ci guida sulla strada di una vera conversione e ci insegna a contraccambiare l'amore con l'amore. Sperimenteremo il dono della sua materna speranza se ascolteremo le sue parole: "fate quello che lui vi dirà".

3.- Il carisma somasco è la terza ragione di speranza

Un prezioso tesoro di speranza ci è affidato mediante il dono dello Spirito Santo. In Cristo scopriamo il volto sofferente del nostro prossimo e diveniamo segni viventi della paternità divina mediante il servizio dei piccoli e dei poveri. Scopriremo la forza di speranza del nostro carisma se approfondiremo la sua conoscenza, se vivremo secondo la sua spiritualità e saremo fedeli alla nostra consacrazione.


4.- La gioventù bisognosa, gli orfani e i poveri

Sono la quarta ragione di speranza
Noi crediamo che Gesù è con noi per sempre e che anche i poveri sono sempre con noi come coloro che meglio ci rappresentano Cristo. Per realizzare questa speranza dobbiamo forgiare in noi un cuore di padre, e servire mediante "carità perfetta, umiltà profonda e pazienza per amore di sua Maestà".


5.- I giovani disponibili a rispondere alla chiamata di Dio

Sono la quinta ragione di speranza
Ogni giorno sperimentiamo che "la messe è molta ma gli operai sono pochi"; eppure speriamo grandemente nella forza della preghiera al Signore della messe perché invii molti operai. Noi speriamo inoltre nell'efficacia della nostra umile testimonianza di fedeli, lieti e attivi servitori del Signore e dei poveri.


6.- I valori positivi delle tradizioni culturali filippine

Sono la sesta ragione di speranza
Nella cultura filippina troviamo abbondanza di tradizioni, atteggiamenti e comportamenti associati a importanti valori etici. La conoscenza, l'approfondimento e la loro valutazione critica sono molto importanti anche per la nostra vita religiosa. È necessaria una seria riflessione per un'analitica individuazione dei valori, un confronto intelligente tra i valori culturali e quelli cristiani-somaschi, per raggiungere una sintesi ponderata.


Martina Franca:
il “villaggio” e più

di Gianfranco SOLINAS

 

Negli anni '90, in Italia, sul terreno dell'accoglienza di bambini e ragazzi, temporaneamente allontanati dalla famiglia di origine a scopo di protezione e di cura, è cresciuta una volontà diffusa di sperimentare modalità che garantissero ai minori una relazione personalizzata e un contesto di vita prettamente familiare.


Si era fatta ormai evidente l’inadeguatezza delle risposte offerte dai tradizionali istituti educativo - assistenziali, pur con tutti gli ammodernamenti apportati e le novità educative introdotte. Allo stesso tempo, si era rivelato sempre più debole, in molti contesti, l’approccio all’affidamento familiare previsto dalla legge 184 del 1983, tutto giocato sull’iniziativa dei servizi pubblici territoriali e sul coinvolgimento di singole famiglie, spesso lasciate a se stesse e sovraccaricate di compiti onerosi, senza adeguato sostegno e accompagnamento.
Di qui l’avvio, al nord e al sud, di una serie di iniziative, assai originali e diversificate, in alcuni casi autopromosse da gruppi di volontariato familiare, in altri sbocciate da cammini di fede comunitari, in altri ancora avviate da alcune congregazioni religiose maschili e femminili desiderose di praticare strade nuove per l’accoglienza dei minori.
In quest’ultimo caso, generalmente, i tentativi di ripensare l’accoglienza stessa sono maturati all’interno di comunità religiose che si interrogavano sulle nuove forme di disagio delle famiglie, non più legato alle sole povertà materiali e che avevano iniziato a relazionarsi col contesto territoriale di appartenenza, dialogando con famiglie, associazioni e servizi.
È quel che è avvenuto, alla fine degli anni ‘80, a Martina Franca, in Puglia, ove fin dal 1961 una Comunità della Congregazione dei Padri somaschi si era insediata, su sollecitazione della Chiesa locale, per prendere a carico un istituto per minori, precedentemente gestito dall’Amministrazione comunale, denominato “Villaggio del fanciullo”. Dopo sperimentazioni di drastica riduzione del numero dei ragazzi accolti, fatte negli anni ‘70, il nuovo superiore, p. Luigi Boero, illuminato anche da una personale esperienza di guida di istituti aperti a nuove metodologie pedagogiche, avviò nel 1988 le prime accoglienze deistituzionalizzate, presso due famiglie residenti nella città.
L’intento era quello di promuovere una forma più efficace di affidamento familiare, mettendo a disposizione delle persone che via via si aprivano all’accoglienza, risorse organizzative e motivazionali assicurate dai religiosi della comunità.
A partire da un’azione di sensibilizzazione sviluppata nel territorio, a contatto con parrocchie e associazioni e col servizio sociale del Comune, il numero delle famiglie disponibili a fare accoglienza andò gradualmente aumentando. Si aggiunsero, inoltre, alcuni giovani motivati all’accoglienza, all’interno di percorsi di animazione comunitaria avviati da fr. Giovanni Martina in alcuni paesi del brindisino. Con il progredire del cammino si comprese che occorreva arricchirne la strumentazione. Si giunse così a costituire un’équipe di collegamento composta da religiosi e laici, che ha operato per alcuni anni, prendendosi cura della formazione degli affidatari, delle nuove accoglienze, della verifica dei percorsi di affidamento familiare. Allo stesso tempo si è garantito un adeguato servizio di sostegno psicologico e si sono reperite collaborazioni per il sostegno scolastico e per le iniziative sportive, attraverso volontari e obiettori in servizio civile.
Dopo diversi tentativi e sperimentazioni, l’accoglienza dei bambini e dei ragazzi è andata articolandosi in case famiglia e famiglie affidatarie. Nelle prime, oltre ad alcune coppie, le figure di riferimento dell’accoglienza sono oggi due somaschi ed alcune persone, al momento non coniugate, che si dedicano a pieno tempo ai ragazzi e alle ragazze accolti. Questi ultimi in origine provenivano in prevalenza da famiglie martinesi; in seguito si è risposto sempre più anche a bisogni di altri comuni pugliesi. La prevalenza degli affidi è di tipo giudiziario, avendo scelto di dare risposta a casi più difficili. Questa esperienza di accoglienza, coordinata da una comunità religiosa, ha faticato ad essere compresa dalle istituzioni pubbliche preposte, non coincidendo né con le procedure tradizionali dell’affidamento né con le comunità minorili gestite da cooperative.
Una valutazione dell’esperienza dall’interno, da parte di coloro che in questi anni l’hanno condivisa, porta a leggervi luci ed ombre. La credibilità conquistatasi nel tempo dai Padri Somaschi e l’aver saputo collegarsi con persone e istanze vive della città e della regione ha favorito la maturazione di aperture familiari che precedentemente erano ostacolate dalla cultura familistica e chiusa del territorio. Questo percorso innovativo, allo stesso tempo, ha suscitato interesse anche al di fuori della Puglia, offrendo stimoli e suggerimenti per una diffusione positiva di percorsi di deistituzionalizzazione sostenuti da un lavoro di rete. In tal senso, si è rivelato prezioso il coinvolgimento del Villaggio del Fanciullo, trasformatosi nel frattempo in “Fondazione S. Girolamo E.”, nella rete di gruppi di volontariato “Bambini e ragazzi al Sud”.
Quanto ai limiti dell’esperienza, va segnalata una resistenza alla crescita di cooperazione significativa e di cammino comunitario delle persone e famiglie coinvolte, rimaste il più delle volte in un atteggiamento di dipendenza dai religiosi. Questo esito è stato favorito dalla tendenza di molte famiglie affidatarie a privatizzare l’accoglienza ed a rivolgersi ai religiosi più che altro per ottenere servizi e affiancamento, mentre questi ultimi hanno avuto difficoltà a ripensare il loro ruolo. Peraltro l’ampliamento quantitativo della rete ha evidenziato l’impossibilità che i padri somaschi potessero soddisfare le domande di assistenza loro rivolte, senza che maturassero le condizioni per una più ricca articolazione di compiti e funzioni, tale da coinvolgere anche dei laici.
L’essere rimasta, quella di Martina Franca, un’esperienza pilota isolata ci ha, senza dubbio, privato della possibilità di un prezioso confronto con altre comunità della Provincia romana.
Al presente si evidenzia la tendenza verso una centralità delle case famiglia ed una progressiva marginalità delle famiglie affidatarie. Tale tendenza, oltre a soddisfare maggiormente le attese dei servizi pubblici, rende più gestibile ed efficiente il coordinamento dell’accoglienza da parte della comunità religiosa, oltre a migliorare l’affiatamento tra gli addetti.
Va tuttavia osservato che non è pensabile delegare interamente a servizi di accoglienza di vecchia o nuova maniera il compito di fronteggiare il degrado sociale e la crescente emarginazione familiare. Il tentativo, fatto all’origine di promuovere una rete diffusa di famiglie aperte resta la vera novità, fondata sulla consapevolezza che solo relazioni comunitarie di segno nuovo possono tracciare sentieri capaci di sbarrare la strada al degrado. Le resistenze, interne ed esterne, fanno capire che il cammino da percorrere è ancora lungo e che non ci sono facili scorciatoie. L’importante è non dimenticare qual era e quale resta la vera posta in gioco!

 

La “rete”
Al momento attuale i minori affidati alla Fondazione sono 45 inseriti presso quindici comunità familiari (sei case-famiglia e nove famiglie), in cui si offre un ambiente personalizzato, dove è possibile costruire rapporti validi, in un clima caldo e sereno. Attorno a queste realtà, inoltre, ruotano altre famiglie disponibili all'accoglienza e anche volontari e obiettori, per cui l'articolazione della rete è piuttosto ampia.
Il coinvolgimento delle famiglie e delle persone disponibili a mettersi a servizio dei minori è avvenuta e generalmente avviene attraverso la conoscenza diretta della realtà, ma anche con una sensibilizzazione del territorio.

FONDAZIONE S. GIROLAMO EMILIANI
COMUNITÀ FAMILIARI

VILLAGGIO DEL FANCIULLO

È una rete di comunità familiari che intende promuovere l'affidamento familiare e realizzare, secondo le leggi vigenti e gli accordi con le autorità competenti, interventi di accoglienza di tipo familiare che rispondano a particolari situazioni di disagio di bambini e ragazzi.
I valori fondamentali a cui essa si ispira fanno riferimento all'intuizione originale di S. Girolamo E.:
Accoglienza: per significare la finalità dell'opera, che sta nel mettere al centro i bisogni di bambini e ragazzi che soffrono l'esclusione sociale, coinvolgendo persone, soprattutto coppie, che s'impegnano ad accoglierli nella forma dell'affidamento, rendendo a carico loro esigenze vitali, problemi, sofferenze, diritti negati.
Condicisione: per significare lo spirito e il tipo di accoglienza che si stabilisce tra chi accoglie e chi è accolto e anche per sottolineare un metodo educativo originale che fa della partecipazione e della corresponsabilità un mezzo per promuovere la qualità della vita.
Fraternità: per significare l'impegno a costruire una relazione di tipo comunitario, accogliendo bambini e ragazzi in comunità familiari in cui essi non siano considerati ospiti, ma fratelli, amati e serviti in spirito evangelico, con tale trasparenza e gratuità da diventare fermento per l'ambiente circostante e stimolo al cambiamento per la società tutta. (n. 3 del Progetto educativo).