La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Settembre 2003 - Nº 124

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org


Prima Pagina

 

Sporcarsi le mani
per ritrovare le radici
                               di Giacomo GHU - giacomo.ghu@somaschi.org

 

Sabato sera, 28 giugno, vigilia della solennità dei santi Pietro e Paolo, Giovanni Paolo II alle ore 19,04 ha firmato l'Esortazione Apostolica post Sinodale "Ecclesia in Europa". L'argomento è attuale e si può inserire nel dibattito, a volte poco sereno, sulle radici dell'Europa, che oggi si va indirizzando verso un'unità che vada oltre l'aspetto economico e realizzi l'Unione degli Stati Europei. Non è, evidentemente, l'aspetto politico quello che qui ci può interessare, ma quello di osservare le conseguenze di quelle radici cristiane che storicamente stanno all'origine dei vari stati europei.
Il Papa nell'esortazione descrive una situazione onesta della realtà. "Il tempo che stiamo vivendo - egli dice - con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d'animo. Numerosi sono i segnali preoccupanti... Tra i tanti aspetti vorrei ricordare lo smarrimento della memoria e dell'eredità cristiane, accompagnato da una sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo religioso, per cui molti europei danno l'impressione di vivere senza retroterra spirituale e come degli eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia".
Assistiamo ad un cristianesimo di superficie e e vagamente sociologico, mancante di quella radicalità che l'Evangelo propone e, soprattutto, mancante di futuro, tolto il quale l'uomo rimane chiuso nel presente, preoccupato di ciò che può fare e non di ciò che può attendere dal suo Dio. Allora "l'uomo deve aderire al suo presente e mettercela tutta per dare un valore e un senso alla sua vita in quel poco tempo che gli è dato" (D. Garota). Viene a mancare ogni sogno di redenzione; e allora il cristianesimo viene svuotato del suo stesso essere.
È questo il rischio che stiamo correndo noi cristiani. Annacquare la fede, renderla innocua, per cui possiamo trovare una fede per ogni stagione e per ogni scelta di vita. In questo senso mi pare di trovare il malvezzo di voler ad ogni costo battezzare persone e avvenimenti, per cui il non credente Salvatore Natoli giustamente arriva ad affermare, nel suo dialogo con il cristianesimo, "Quando dicono a me che io sono credente comincio a capire che non sono credenti loro". La fede cristiana ha un'identità ben precisa; e quando togliamo tutto ciò che può rendere impervio e faticoso il nostro cammino per seguire Cristo facciamo un'operazione di immedesimazione negli scribi e nei farisei del tempo di Gesù: non lo riconosciamo come Salvatore e Figlio di Dio.
Ancora così il Papa si esprime nell'Esortazione ricordata: "L'intera Chiesa in Europa senta rivolto a sé il comando e l'invito del Signore: ravvediti e convertiti, "svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire" (Ap 3,2). Per rinvigorire la nostra fede bisogna scavare dentro la nostra vita, fino a sbucciarsi le mani. Non servono i guanti, perché bisogna entrare nel vivo. E ognuno lo deve fare personalmente. Non lo si può fare l'uno per l'altro: il prete per la comunità, i genitori per i figli, la moglie per il marito. Certo: la comunità, l'"altro" è indispensabile con la sua testimonianza, con le ragioni della sua speranza. Ma l'ultimo passo è il mio, solamente il mio. Non dimentichiamo che la fede è "pietra d'inciampo" (1Pt 2,8).
La fede ha un doppio contenuto: è dottrina ed è vita; e tutte e due sono contemporaneamente necessari. Non c'è fede solo con i contenuti; ma la vita di fede che non si agganci e non sgorghi dai contenuti, dai perché della fede, che sono poi le radici, è una vita destinata presto a inaridire, poco per volta, a morire. "Sono stanco di stare con gente che dice di aspettare il ritorno di Cristo e la risurrezione dei morti con la stessa indifferenza con cui si aspetta il tram", diceva Ignazio Silone.
Questa affermazione ci porta in un altro campo, quello dell'"intercambiabilità" delle fedi. Se i miti classici, orientali o africani fossero facilmente sostituiti dal Credo o viceversa, la fede cristiana rimarrebbe un mito tra i tanti. Questa confusione, questo equiparare le verie fedi religiose è la tentazione attuale. "Forse oggi - dice Daniele Garotta - siamo affetti da uno ostilità al Vangelo del tutto particolare, una ostilità che si nasconde sotto i veli delle cose per bene, quella che accetta il Vangelo che parla del bel vivere, ma che quando si vede tirare fuori croce e rinuncia, dice: fuori dai piedi!".
Giunto al termine dell'articolo voglio comunicare ai lettori che quanto scritto è stato in me provocato oltre che da un'attenzione alla pastorale odierna e alla vita delle nostre comunità cristiane, anche da un libro recentemente pubblicato da Daniele Garotta, dal titolo "Il coltello di Abramo". Il titolo stesso già annuncia la problematicità e la radicalità della fede cristiana. Tutto per altro già anticipato da Gesù, quando nel discorso di Cafarnao, di fronte alla fuga delle folle, si rivolge ai Dodici e dice loro "Forse anche voi volete andarvene?". Può rispondere anche per noi Simon Pietro? "Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6,68).
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