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Sabato
sera, 28 giugno, vigilia della solennità dei santi
Pietro e Paolo, Giovanni Paolo II alle ore 19,04 ha
firmato l'Esortazione Apostolica post Sinodale "Ecclesia
in Europa". L'argomento è attuale e si può inserire
nel dibattito, a volte poco sereno, sulle radici
dell'Europa, che oggi si va indirizzando verso
un'unità che vada oltre l'aspetto economico e
realizzi l'Unione degli Stati Europei. Non è,
evidentemente, l'aspetto politico quello che qui ci
può interessare, ma quello di osservare le
conseguenze di quelle radici cristiane che
storicamente stanno all'origine dei vari stati
europei.
Il Papa nell'esortazione descrive una situazione
onesta della realtà. "Il tempo che stiamo vivendo -
egli dice - con le sfide che gli sono proprie, appare
come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e
donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza
e non pochi cristiani condividono questi stati
d'animo. Numerosi sono i segnali preoccupanti... Tra
i tanti aspetti vorrei ricordare lo smarrimento della
memoria e dell'eredità cristiane, accompagnato da una
sorta di agnosticismo pratico e di indifferentismo
religioso, per cui molti europei danno l'impressione
di vivere senza retroterra spirituale e come degli
eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro
consegnato dalla storia".
Assistiamo ad un cristianesimo di superficie e e
vagamente sociologico, mancante di quella radicalità
che l'Evangelo propone e, soprattutto, mancante di
futuro, tolto il quale l'uomo rimane chiuso nel
presente, preoccupato di ciò che può fare e non di
ciò che può attendere dal suo Dio. Allora "l'uomo
deve aderire al suo presente e mettercela tutta per
dare un valore e un senso alla sua vita in quel poco
tempo che gli è dato" (D. Garota). Viene a mancare
ogni sogno di redenzione; e allora il cristianesimo
viene svuotato del suo stesso essere.
È questo il rischio che stiamo correndo noi cristiani.
Annacquare la fede, renderla innocua, per cui
possiamo trovare una fede per ogni stagione e per
ogni scelta di vita. In questo senso mi pare di
trovare il malvezzo di voler ad ogni costo battezzare
persone e avvenimenti, per cui il non credente
Salvatore Natoli giustamente arriva ad affermare, nel
suo dialogo con il cristianesimo, "Quando dicono a me
che io sono credente comincio a capire che non sono
credenti loro". La fede cristiana ha un'identità ben
precisa; e quando togliamo tutto ciò che può rendere
impervio e faticoso il nostro cammino per seguire
Cristo facciamo un'operazione di immedesimazione
negli scribi e nei farisei del tempo di Gesù: non lo
riconosciamo come Salvatore e Figlio di Dio.
Ancora
così il Papa si esprime nell'Esortazione ricordata: "L'intera
Chiesa in Europa senta rivolto a sé il comando e
l'invito del Signore: ravvediti e convertiti, "svegliati
e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire" (Ap
3,2). Per rinvigorire la nostra fede bisogna scavare
dentro la nostra vita, fino a sbucciarsi le mani. Non
servono i guanti, perché bisogna entrare nel vivo. E
ognuno lo deve fare personalmente. Non lo si può fare
l'uno per l'altro: il prete per la comunità, i
genitori per i figli, la moglie per il marito. Certo:
la comunità, l'"altro" è indispensabile con la sua
testimonianza, con le ragioni della sua speranza. Ma
l'ultimo passo è il mio, solamente il mio. Non
dimentichiamo che la fede è "pietra d'inciampo" (1Pt
2,8).
La fede ha un doppio contenuto: è dottrina ed è vita;
e tutte e due sono contemporaneamente necessari. Non
c'è fede solo con i contenuti; ma la vita di fede che
non si agganci e non sgorghi dai contenuti, dai
perché della fede, che sono poi le radici, è una vita
destinata presto a inaridire, poco per volta, a
morire. "Sono stanco di stare con gente che dice di
aspettare il ritorno di Cristo e la risurrezione dei
morti con la stessa indifferenza con cui si aspetta
il tram", diceva Ignazio Silone.
Questa affermazione ci porta in un altro campo,
quello dell'"intercambiabilità" delle fedi. Se i miti
classici, orientali o africani fossero facilmente
sostituiti dal Credo o viceversa, la fede cristiana
rimarrebbe un mito tra i tanti. Questa confusione,
questo equiparare le verie fedi religiose è la
tentazione attuale. "Forse oggi - dice Daniele
Garotta - siamo affetti da uno ostilità al Vangelo
del tutto particolare, una ostilità che si nasconde
sotto i veli delle cose per bene, quella che accetta
il Vangelo che parla del bel vivere, ma che quando si
vede tirare fuori croce e rinuncia, dice: fuori dai
piedi!".
Giunto al termine dell'articolo voglio comunicare ai
lettori che quanto scritto è stato in me provocato
oltre che da un'attenzione alla pastorale odierna e
alla vita delle nostre comunità cristiane, anche da
un libro recentemente pubblicato da Daniele Garotta,
dal titolo "Il coltello di Abramo". Il titolo stesso
già annuncia la problematicità e la radicalità della
fede cristiana. Tutto per altro già anticipato da
Gesù, quando nel discorso di Cafarnao, di fronte alla
fuga delle folle, si rivolge ai Dodici e dice loro "Forse
anche voi volete andarvene?". Può rispondere anche
per noi Simon Pietro? "Signore da chi andremo? Tu hai
parole di vita eterna" (Gv 6,68). q
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