La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Settembre 2003 - Nº 124

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org


Cari Amici

 

“Anche questo è un uomo”

di Eufrasio COLOMBO

 

Sarà spesso capitato a ciascuno di noi di incontrare sulla nostra strada i così detti "poveri".
Lungo le vie delle grandi città, essi tracciano la loro mappa di una loro città invisibile.
I punti principali sono gli incroci, i semafori, dove intercettano automobilisti distratti e stressati dal traffico. Passaggi obbligati sono le strade dello shopping, davanti ai ristoranti e alle vetrine dei negozi e le chiese, dopo la Messa, quando restano scoperti i punti più sensibili delle coscienze.
Chi passa vede volti sempre uguali, con le stesse mani tese, e lo stesso mormorio molesto di preghiere, gli stessi cartelli scritti male a pennarello: "Ho fame". Un senso di fastidio ci pervade, si preferisce non pensare che dietro ogni sguardo c'è una storia diversa, c'è un'esistenza precaria e tutt'altro che comoda, anche se a molti questo modo di guadagnarsi vivere può sembrare facile.
I mendicanti non producono nulla, vivono dei nostri resti, di quello che cade dalla nostra tavola.
Di fronte a loro, sporchi, laceri, imploranti, insistenti spesso la voglia di tirare dritto prevale sulla pietà.

Chi sono queste persone?
Alcuni sono tossicodipendenti, malati psichici, uomini e donne senza fissa dimora finiti sulla strada rotolando in una serie di circostanze avverse.
Ci sono poi i nomadi: chiedere la carità per loro non è solo un bisogno ma un fatto culturale, solitamente quelli che incontriamo sono bambini, donne, anziani.
Ci sono poi gli immigrati, soprattutto africani e marocchini, spesso attirati nel giro dei "vu cumprà" almeno finché non riescono a trovare di meglio.
Generalmente vivono in alloggi di fortuna costruiti con bastoni, coperte e teli di plastica dietro le siepi nei campi aperti disabitati delle periferie e nelle case abbandonate. Vivono spesso in condizioni igieniche molto precarie.
A volte esagerano un po' i propri difetti fisici per suscitare compassione. Usano il corpo, nascosto e avvolto in panni pesanti, come una maschera dietro la quale la loro dignità possa rimanere intatta.
Sono prede facili di traffici illeciti: qualcuno racconta di dover saldare con le elemosine raccolte un debito con chi gli ha permesso di arrivare in Italia.
I rischi più gravi li corrono i minori, lasciati spesso soli sulla strada, utilizzati per raccogliere più soldi, vittime predestinate di chi può comprarli per pochi soldi.
Forse, uno spettacolo simile si presentava agli occhi di Girolamo Miani nella sua Venezia quando per la peste e la carestia del 1528 si sono riversati in città dalla terraferma centinaia e centinaia di poveri in cerca di sostentamento.
Attraverso quello spettacolo di innumerevoli miserie, Dio parla al cuore di Girolamo e lo conduce su quel cammino nuovo e irreversibile che lo porterà a diventare il Padre degli Orfani. Benché prestasse la sua opera di carità a tutti i poveri ricoverati nel Bersaglio, coloro che attrassero in modo particolare la sua attenzione furono i bambini o ragazzi orfani, abbandonati, senza sicurezze, sostegno ed avvenire. Egli stesso incominciò ad andare a raccoglierli per le strade: "Si mise andare per la città ... e ritrovati di questi poveri orfanelli, li andava lui medesimo accompagnandoli ín questo luogo" (Processi apostolici)
Sfamare gli affamati, curare le malattie, dare un tetto anche se di legno a chi ne era privo, era certamente gran cosa; poteva forse bastare per gli anziani, ma non era sufficiente per dei fanciulli che avevano davanti tutta la vita. Girolamo pensò anzitutto avviarli all'apprendimento di qualche arte. "E perché non restassero negletti in quel luogo senza imparare una qualche arte de potersi a suo tempo agiutare, trovò uno o due di questi agucchiatori e gli faceva insegnar questa arte e lavorar di quella". (Processi apostolici)

Certo non possiamo "imitare" in tutto la carità ardente di San Girolamo, tuttavia davanti allo spettacolo quotidiano della povertà non dimentichiamo mai di andare oltre al senso istintivo di fastidio e vedere in loro l'umanità se pur nascosta dalla povertà.
Anche oggi c'è ancora chi li considera uomini prima che "parassiti", e ha il coraggio di offrire loro un riparo, cibo, abiti, scarpe, un rifugio per la notte.
Sono persone straordinariamente "comuni", che operano in silenzio, senza chiedere niente in cambio; sono soprattutto i volontari delle parrocchie e delle associazioni caritative, ma anche benefattori privati che trasformano la carità in un gesto quotidiano.
Ma prima di tutto è importante non tralasciare di farle sentire "persone" da ciascuno di noi.
Un "buongiorno" un "ciao" che accompagna magari il nostro gesto di elemosina o lo sostituisce, non vale forse ancora di più dell'elemosina stessa?

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