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Sarà spesso capitato a
ciascuno di noi di incontrare sulla nostra strada i
così detti "poveri".
Lungo le vie delle grandi città, essi tracciano la
loro mappa di una loro città invisibile.
I punti principali sono gli incroci, i semafori, dove
intercettano automobilisti distratti e stressati dal
traffico. Passaggi obbligati sono le strade dello
shopping, davanti ai ristoranti e alle vetrine dei
negozi e le chiese, dopo la Messa, quando restano
scoperti i punti più sensibili delle coscienze.
Chi passa vede volti sempre uguali, con le stesse
mani tese, e lo stesso mormorio molesto di preghiere,
gli stessi cartelli scritti male a pennarello: "Ho
fame". Un senso di fastidio ci pervade, si preferisce
non pensare che dietro ogni sguardo c'è una storia
diversa, c'è un'esistenza precaria e tutt'altro che
comoda, anche se a molti questo modo di guadagnarsi
vivere può sembrare facile.
I mendicanti non producono nulla, vivono dei nostri
resti, di quello che cade dalla nostra tavola.
Di fronte a loro, sporchi, laceri, imploranti,
insistenti spesso la voglia di tirare dritto prevale
sulla pietà.
Chi sono queste persone?
Alcuni sono tossicodipendenti, malati psichici,
uomini e donne senza fissa dimora finiti sulla strada
rotolando in una serie di circostanze avverse.
Ci sono poi i nomadi: chiedere la carità per loro non
è solo un bisogno ma un fatto culturale, solitamente
quelli che incontriamo sono bambini, donne, anziani.
Ci sono poi gli immigrati, soprattutto africani e
marocchini, spesso attirati nel giro dei "vu cumprà"
almeno finché non riescono a trovare di meglio.
Generalmente vivono in alloggi di fortuna costruiti
con bastoni, coperte e teli di plastica dietro le
siepi nei campi aperti disabitati delle periferie e
nelle case abbandonate. Vivono spesso in condizioni
igieniche molto precarie.
A volte esagerano un po' i propri difetti fisici per
suscitare compassione. Usano il corpo, nascosto e
avvolto in panni pesanti, come una maschera dietro la
quale la loro dignità possa rimanere intatta.
Sono prede facili di traffici illeciti: qualcuno
racconta di dover saldare con le elemosine raccolte
un debito con chi gli ha permesso di arrivare in
Italia.
I rischi più gravi li corrono i minori, lasciati
spesso soli sulla strada, utilizzati per raccogliere
più soldi, vittime predestinate di chi può comprarli
per pochi soldi.
Forse, uno spettacolo simile si presentava agli occhi
di Girolamo Miani nella sua Venezia quando per la
peste e la carestia del 1528 si sono riversati in
città dalla terraferma centinaia e centinaia di
poveri in cerca di sostentamento.
Attraverso quello spettacolo di innumerevoli miserie,
Dio parla al cuore di Girolamo e lo conduce su quel
cammino nuovo e irreversibile che lo porterà a
diventare il Padre degli Orfani. Benché prestasse la
sua opera di carità a tutti i poveri ricoverati nel
Bersaglio, coloro che attrassero in modo particolare
la sua attenzione furono i bambini o ragazzi orfani,
abbandonati, senza sicurezze, sostegno ed avvenire.
Egli stesso incominciò ad andare a raccoglierli per
le strade: "Si mise andare per la città ... e
ritrovati di questi poveri orfanelli, li andava lui
medesimo accompagnandoli ín questo luogo" (Processi
apostolici)
Sfamare gli affamati, curare le malattie, dare un
tetto anche se di legno a chi ne era privo, era
certamente gran cosa; poteva forse bastare per gli
anziani, ma non era sufficiente per dei fanciulli che
avevano davanti tutta la vita. Girolamo pensò
anzitutto avviarli all'apprendimento di qualche arte.
"E perché non restassero negletti in quel luogo senza
imparare una qualche arte de potersi a suo tempo
agiutare, trovò uno o due di questi agucchiatori e
gli faceva insegnar questa arte e lavorar di quella".
(Processi apostolici)
Certo non possiamo "imitare" in tutto la carità
ardente di San Girolamo, tuttavia davanti allo
spettacolo quotidiano della povertà non dimentichiamo
mai di andare oltre al senso istintivo di fastidio e
vedere in loro l'umanità se pur nascosta dalla
povertà.
Anche oggi c'è ancora chi li considera uomini prima
che "parassiti", e ha il coraggio di offrire loro un
riparo, cibo, abiti, scarpe, un rifugio per la notte.
Sono persone straordinariamente "comuni", che operano
in silenzio, senza chiedere niente in cambio; sono
soprattutto i volontari delle parrocchie e delle
associazioni caritative, ma anche benefattori privati
che trasformano la carità in un gesto quotidiano.
Ma prima di tutto è importante non tralasciare di
farle sentire "persone" da ciascuno di noi.
Un "buongiorno" un "ciao" che accompagna magari il
nostro gesto di elemosina o lo sostituisce, non vale
forse ancora di più dell'elemosina stessa?
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