La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Settembre 2003 - Nº 124

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org


Il Punto

Guardare lontano: gli immigrati
 

di Angelo BERTANI

Misuriamo in questi giorni la miseria della politica. Ci fu una stagione in cui essa appariva forte, quasi onnipotente, ispirata a grandi progetti. Ricordate la stagione della Costituente, la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo, il progetto di un Nuovo ordine internazionale, il sogno di una comunità civile giusta, capace di aiutare i bisognosi e offrire a ciascuno l’occasione per sviluppare al meglio le sue potenzialità? Ricordate l’ “umanesimo integrale” di Maritain e il “personalismo comunitario” di Mounier, gli ideali di De Gasperi e Moro?
Certo, qualcuno richiamava al necessario realismo e ammoniva sul “limite della politica” (Martinazzoli).
Da qualche tempo, e non solo in Italia, la politica è diventata l’amministrazione degli interessi prevalenti. È al servizio dei più forti, anziché dei più deboli. E dunque si limita a “lasciar fare”, giacché i forti non hanno bisogno della politica. Gli bastano i soldi e le armi. Il famoso programma dei vescovi italiani (1981) “Ripartire dagli ultimi” sembra lontano cent’anni.
Una politica senza progetto né ambizione di migliorare il mondo ha lasciato che scoppiassero a ripetizione guerre. Guerre particolarmente orribili e “asimmetriche” dove alcuni uomini, seduti su grandi aeroplani, lanciavano missili e bombardavano quasi ciecamente città e popolazioni, dalla Serbia alla Somalia, dall’Afghanistan all’Irak. Nel frattempo i popoli poveri lo diventano sempre di più, fino ai limiti della disperazione. E sono entrati a far parte dei popoli affamati anche parecchi di quelli che fino a dieci anni fa vivevano male, ma con una certa dignità, sotto i regimi del socialismo reale. La caduta dei muri è stata un evento positivo, anche perché incruento. Ha destato speranze, ma ben presto è diventato una grande occasione perduta. Le democrazie occidentali hanno offerto ben poco (sia in termini di danaro che di valori civili e morali) forse perché hanno ben poco da offrire. Quanto al terzo mondo, la nostra preoccupazione sembra soltanto quella di chiudere le frontiere in modo che quei disgraziati delle carrette del mare se ne tornino indietro.
Se noi oggi fossimo capaci di pensare e realizzare una politica degna di questo nome coglieremmo il segno dei tempi rappresentato dall’immigrazione, dall’immensa pressione che cresce alle nostre frontiere.
Come cattolici sappiamo bene che ogni uomo ha un diritto naturale incoercibile di migrare in altre nazioni se ha delle ragioni gravi (se è perseguitato, minacciato, se ha fame, se non ha lavoro….). Una politica seria dovrebbe vergognarsi di costruire muri e fili spinati alle frontiere, peggio di quello che divideva Berlino. Servirebbe una grande e pacata riflessione e un progetto globale, realistico, cui tutti potrebbero dare un contributo. Anzitutto andrebbe valorizzato, e non umiliato, come oggi si sta facendo, tutto il volontariato internazionale. Sarebbe necessario rafforzare, a livello italiano ed europeo, una politica di collaborazione, aiuto ed equo commercio con i Paesi del Terzo mondo per favorirne lo sviluppo e, in prospettiva, diminuire le migrazioni.
E tuttavia, intanto, bisogna pensare agli immigrati nel nostro Paese come ad una risorsa anche per noi. Non solo perché ci aiutano in tanti lavori umili, assistono le nostre nonne, offrono manodopera a basso prezzo. Molto di più: portano qui energie nuove, culture diverse, un patrimonio di coraggio e di iniziativa. Certo: bisogna offrire loro l’occasione di esprimersi al meglio, anziché chiuderli in ghetti, affittare loro stanze luride a caro prezzo, imbrogliarli e talora perseguitarli con un razzismo che grida vendetta di fronte a Dio. Servono case, scuole professionali e di cultura generale; essi devono conoscere, rispettare e forse apprezzare le nostre leggi e le ragioni che le giustificano. Dobbiamo dirgli che cosa ci aspettiamo da loro, che cosa loro possono aspettarsi da noi, quale società, italiana e mondiale, vogliamo costruire assieme.
Saranno loro, in larga misura, gli italiani di domani: che siano cittadini bravi, contenti e leali dipende da noi oggi, da una politica che sappia guardare lontano con intelligenza, realismo e generosità.
 

q