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Misuriamo in questi
giorni la miseria della politica. Ci fu una stagione
in cui essa appariva forte, quasi onnipotente,
ispirata a grandi progetti. Ricordate la stagione
della Costituente, la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo,
il progetto di un Nuovo ordine internazionale, il
sogno di una comunità civile giusta, capace di
aiutare i bisognosi e offrire a ciascuno l’occasione
per sviluppare al meglio le sue potenzialità?
Ricordate l’ “umanesimo integrale” di Maritain e il
“personalismo comunitario” di Mounier, gli ideali di
De Gasperi e Moro?
Certo, qualcuno richiamava al necessario realismo e
ammoniva sul “limite della politica” (Martinazzoli).
Da qualche tempo, e non solo in Italia, la politica è
diventata l’amministrazione degli interessi
prevalenti. È al servizio dei più forti, anziché dei
più deboli. E dunque si limita a “lasciar fare”,
giacché i forti non hanno bisogno della politica. Gli
bastano i soldi e le armi. Il famoso programma dei
vescovi italiani (1981) “Ripartire dagli ultimi”
sembra lontano cent’anni.
Una politica senza progetto né ambizione di
migliorare il mondo ha lasciato che scoppiassero a
ripetizione guerre. Guerre particolarmente orribili e
“asimmetriche” dove alcuni uomini, seduti su grandi
aeroplani, lanciavano missili e bombardavano quasi
ciecamente città e popolazioni, dalla Serbia alla
Somalia, dall’Afghanistan all’Irak. Nel frattempo i
popoli poveri lo diventano sempre di più, fino ai
limiti della disperazione. E sono entrati a far parte
dei popoli affamati anche parecchi di quelli che fino
a dieci anni fa vivevano male, ma con una certa
dignità, sotto i regimi del socialismo reale. La
caduta dei muri è stata un evento positivo, anche
perché incruento. Ha destato speranze, ma ben presto
è diventato una grande occasione perduta. Le
democrazie occidentali hanno offerto ben poco (sia in
termini di danaro che di valori civili e morali)
forse perché hanno ben poco da offrire. Quanto al
terzo mondo, la nostra preoccupazione sembra soltanto
quella di chiudere le frontiere in modo che quei
disgraziati delle carrette del mare se ne tornino
indietro.
Se noi oggi fossimo capaci di pensare e realizzare
una politica degna di questo nome coglieremmo il
segno dei tempi rappresentato dall’immigrazione, dall’immensa
pressione che cresce alle nostre frontiere.
Come cattolici sappiamo bene che ogni uomo ha un
diritto naturale incoercibile di migrare in altre
nazioni se ha delle ragioni gravi (se è perseguitato,
minacciato, se ha fame, se non ha lavoro….). Una
politica seria dovrebbe vergognarsi di costruire muri
e fili spinati alle frontiere, peggio di quello che
divideva Berlino. Servirebbe una grande e pacata
riflessione e un progetto globale, realistico, cui
tutti potrebbero dare un contributo. Anzitutto
andrebbe valorizzato, e non umiliato, come oggi si
sta facendo, tutto il volontariato internazionale.
Sarebbe necessario rafforzare, a livello italiano ed
europeo, una politica di collaborazione, aiuto ed
equo commercio con i Paesi del Terzo mondo per
favorirne lo sviluppo e, in prospettiva, diminuire le
migrazioni.
E tuttavia, intanto, bisogna pensare agli immigrati
nel nostro Paese come ad una risorsa anche per noi.
Non solo perché ci aiutano in tanti lavori umili,
assistono le nostre nonne, offrono manodopera a basso
prezzo. Molto di più: portano qui energie nuove,
culture diverse, un patrimonio di coraggio e di
iniziativa. Certo: bisogna offrire loro l’occasione
di esprimersi al meglio, anziché chiuderli in ghetti,
affittare loro stanze luride a caro prezzo,
imbrogliarli e talora perseguitarli con un razzismo
che grida vendetta di fronte a Dio. Servono case,
scuole professionali e di cultura generale; essi
devono conoscere, rispettare e forse apprezzare le
nostre leggi e le ragioni che le giustificano.
Dobbiamo dirgli che cosa ci aspettiamo da loro, che
cosa loro possono aspettarsi da noi, quale società,
italiana e mondiale, vogliamo costruire assieme.
Saranno loro, in larga misura, gli italiani di domani:
che siano cittadini bravi, contenti e leali dipende
da noi oggi, da una politica che sappia guardare
lontano con intelligenza, realismo e generosità.
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