La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Settembre 2003 - Nº 124

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org


Nostra storia

(2) Genova: la chiesa di Santo Spirito
Carlone, Biscaino, Borzone, Balli: una schiera di artisti rampanti nel secolo d'oro di Genova.

di Renato CIOCCA

“Appena i Somaschi presero possesso del complesso di Santo Spirito si resero immediatamente conto delle sue condizioni “pietose”. I segni dell’abbandono e dell’incuria erano evidenti. Valeva la pena ricostruire la chiesa, ingrandirla e trasferirvi il Noviziato che si trovava alla Maddalena. I nostri Religiosi d’altronde avevano ben in mente le disposizioni precise e severe che il Concilio di Trento aveva emanato non tanti anni prima a proposito del decoro e della funzionalità delle nuove chiese”.
Animati da grande fiducia in Dio e dalle prime offerte dei fedeli, nel 1597, diedero inizio alla ricostruzione. Non solo la pianta fu ingrandita, ma anche il disegno venne notevolmente migliorato. Nel 1614 fu intonacata all’interno e fu arricchita di stucchi pregevoli, come ancor oggi possiamo, almeno in parte, vedere. I medaglioni, vennero in seguito, affrescati. Nel 1626 fu la volta del campanile. La sua situazione era tale che poteva cadere da un momento all’altro. Si passò quindi ad abbellire la chiesa dotando le cappelle di marmi pregiati. Vennero infine chiamati artisti tra i più insigni ad illustrarle con decorazioni, affreschi e tele che ora possiamo ammirare in vari musei. Santo Spirito risultò veramente un tempio secondo i dettami del Tridentino.

Al presbiterio con l’altare maggiore, rifatto in marmo, facevano corona otto cappelle laterali.
La prima, a destra del Sacramento, la più grande, era dedicata a San Venanzio. Ma non appena Benedetto XIV nel 1747 proclamò beato Girolamo Miani, il posto d’onore toccò al nostro Fondatore. San Venanzio finì alla quarta cappella di sinistra. Fu collocato sopra l’altare un dipinto del genovese Francesco Grondona. L’opera fu accolta con scarso interesse e fu addirittura giudicata “meschina”. In realtà il quadro non esula dal cliché tradizionale. A sinistra in basso le catene della prigionia, l’Angelo che regge il libro della Regola, su un tavolino un cranio e il Crocifisso, il Santo in una posa piuttosto fredda, convenzionale che guarda in direzione sbagliata. In alto Maria circondata da angioletti sorride al Miani, ma non si capisce che cosa indichi con le mani e perché in una situazione di stasi il manto svolazzi alle sue spalle. Sulla destra, la fortezza di Quero. In complesso l’opera risulta affrettata e convenzionale. Il “mugugno” fu inevitabile. Nel bel complesso di Santo Spirito stonava. A Francesco Narici toccò il compito di far dimenticare il quadro, quando, vent’anni dopo, ebbe l’incarico, in occasione della canonizzazione del Miani, di realizzare una tela degna di tale avvenimento.
Sorretto da un folto gruppo di angeli il Santo con forme decisamente superiori alla normalità viene condotto in cielo. Le braccia aperte e lo sguardo volto in alto manifestano la serenità e la gioia che precedono un incontro importante. Ai piedi del quadro un gruppo di giovani Somaschi piange sconsolatamente. Con tutta la buona volontà non si riesce a capire perché. Le doti salienti del Narici sono da ricercare nella forza del disegno, nella dolcezza, nella grandiosità delle forme, nella sapienza del panneggio e nel robusto chiaroscuro. Tuttavia, come nota un suo contemporaneo, “fu posto coi mediocri, ma è uno dei buoni.” Il mugugno non si spense del tutto.
A sinistra del Sacramento si trovava la Cappella dedicata all’Angelo custode, sistemazione tipica delle chiese rette dai Padri Somaschi. Fu fabbricata nel 1612 per opera di Bartolomeo Rinaldi, sacerdote di Lucca, il quale vi fondò pure una Confraternita dell’Angelo custode. L’altare era stato costruito con marmi scelti e preziosi. Al centro una graziosa tavola rappresentante l’Angelo custode attorniata da sei minori, con episodi biblici in cui protagonisti sono i messaggeri di Dio. L’autore, il pittore fiorentino Simon Balli, dovette superare se stesso, perché fu molto lodato dai critici al punto che l’Alizeri ne parla così: «Chi non vide la tela presente non giudichi questo allievo del Lomi; perché se nel pochissimo che abbiam di lui (sebbene vissuto a Genova fino a tardissima morte) può sembrare esperto nell’imitarlo, io il dirò quivi bastante a superarlo negli stessi suoi metodi: certamente di vaghezza e di brio non gli cede, ne’ giuochi del chiaroscuro è più temperato e modesto, e sovratutto distacca e decide i contorni con tanta cura quanta par che ne avesse il pisano nell’annebbiarli d’un falso vapore». Andrea Corna, nel suo “Dizionario della Storia dell’Arte in Italia”, dice che lo stile del Balli si rassomiglia a quello di Andrea del Sarto, invita a visitare la Chiesa del Carmine e l’Oratorio di S. Bartolomeo a Genova per ammirare alcuni suoi quadri e ricorda che dipinse pure molti quadretti in rame rappresentanti storie sacre. Anche noi siamo tra quelli che devono fidarsi dei giudizi altrui: al momento le tavole risultano disperse.
Il secondo altare a destra era dedicato a San Giovanni Battista. Della sua costruzione si occuparono Agostino Pinelli (ex-doge) e sua sorella Nicoletta. Quest’ultima la scelse come luogo della sua sepoltura e dei suoi eredi. Fu dato incarico allo scultore Domenico Pacata per il progetto e per la scelta di marmi adeguati. Sulla destra doveva essere scolpito a grandezza naturale Agostino Pinelli in abiti ducali e dall’altra parte la sorella Nicoletta. La parte migliore però doveva essere quella pittorica commissionata a uno dei pennelli più famosi, Luciano Borzone. Il maestro realizzò una pala centrale che raffigurava il Battesimo di Gesù e sei pannelli illustranti la vita del Precursore. Purtroppo i moti del 1797 causarono la dispersione delle sei tavolette. Rimase invece al suo posto la tela centrale. E l’ammirazione e le lodi non si fecero attendere. Il già citato Alizeri si esprime senza mezzi termini: «Non si ha opera in pubblico,né altra in privato si nomina da raffrontare alla presente». Gli fa eco il Soprani: «Non v’ha dubbio esser stato il Borzone uno dei più degni pittori della nostra città. La sua maniera è fondata sul vero,ed a lui più giustamente che ad altri possiamo dare il titolo di naturalista». L’equilibrio compositivo raggiunto sfiora la perfezione in tutte le sue parti. Divertente e naturalissimo il trastullo dei tre bellissimi putti che giocano a leggere e a tradurre la bandella, scritta in ebraico, del bastone del Battista. Dallo sfondo scuro emerge la figura scultorea di Giovanni che con gesto deciso e sguardo intenso, conscio dell’avvenimento singolare che unisce il cielo alla terra, compie solennemente il rito del battesimo. Gesù, raccolto in se stesso, con gli occhi rivolti appena verso il cielo, riceve con grande serenità e compostezza l’acqua lustrale. Sullo sfondo, il guado del Giordano e due angeli che parlano tra loro. Alla sommità lo Spirito in forma di colomba illumina degnamente la scena. Ricordiamo con piacere chela famiglia Borzone apparteneva alla parrocchia della Maddalena. Morì all’età di 54 anni cadendo da una scala sulla quale stava dipingendo. La morte fu rapidissima: fece a tempo a ricevere soltanto il Sacramento della Estrema Unzione. Era il 12 luglio del 1645. Fu sepolto nella chiesa di S. Agostino. I Somaschi, prendendo possesso della Chiesa di S . Francesco a Rapallo, all’inizio del XX secolo, troveranno un’altra opera mirabile del Borzone, Sant’Antonio che resuscita un morto.
Non possiamo certamente non ricordare Bartolomeo Biscaino. Nato a Genova nel 1632, approdò presto alla scuola del celebre Valerio Castello. E se la peste del 1657 non gli avesse stroncato la vita a soli 25 anni, certamente la sua fama sarebbe stata assai maggiore. Dipinse per la nostra chiesa una tavola con San Ferrando davanti al trono della Madonna nell’atto di implorarla in soccorso di alcuni poveri storpi che le indica. Anche per lui i critici spendono parole lusinghiere: «Di grande onore -dice il Soprani- fu al Biscaino questa pittura sì per l’ottimo disegno, sì per il gustoso colorito: tanto più che quando ei la fece appena aveva compiuto il venticinquesimo anno della sua età». «Preziose e come cose di gran valore -aggiunse il Banchero- si tengono le poche tavole dipinte da questo valentissimo giovane». Anche i re di Francia e di Polonia onorarono le loro gallerie con un’opera del nostro pittore. Si cimentò anche nell’arte difficile dell’incisione. Ci rimangono di lui tre stampe: un presepe, Mosè salvato dalle acque e una Vergine col Bambino ed angeli, tutte ricercatissime.
Del crocefisso “superbissimo” del Bissoni abbiamo parlato precedentemente (cf. V.S. n. 122). Non possiamo, infine, dimenticare i tre affreschi sulla Passione di N. S. Gesù Cristo usciti dal pennello di Giovanni Battista Carlone. Fu artista dalla produzione fecondissima e dalla esecuzione rapidissima. Il clero e i nobili fecero a gara per avere una sua opera... Numerose chiese e palazzi furono abbelliti dalle vivaci figure ricche di colore e di luce che, quasi per incanto, uscivano dalla sua tavolozza. La sua fama gli procurò pure numerosissime committenze fuori Genova. Tra gli attestati di ammirazione e di stima scegliamo quello del Cappellini: «Lavorò sul fresco con tanta vivezza di colorito e seppe spiegare una tale vigoria e un sì grazioso tratto di pennello che taluni dei suoi dipinti sembrano intagliati a bulino». Purtroppo anche la sua produzione artistica fu distrutta dai moti del 1797.
Il rimpianto per noi è grande.

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