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“Appena i Somaschi
presero possesso del complesso di Santo Spirito si
resero immediatamente conto delle sue condizioni “pietose”.
I segni dell’abbandono e dell’incuria erano evidenti.
Valeva la pena ricostruire la chiesa, ingrandirla e
trasferirvi il Noviziato che si trovava alla
Maddalena. I nostri Religiosi d’altronde avevano ben
in mente le disposizioni precise e severe che il
Concilio di Trento aveva emanato non tanti anni prima
a proposito del decoro e della funzionalità delle
nuove chiese”.
Animati da grande fiducia in Dio e dalle prime
offerte dei fedeli, nel 1597, diedero inizio alla
ricostruzione. Non solo la pianta fu ingrandita, ma
anche il disegno venne notevolmente migliorato. Nel
1614 fu intonacata all’interno e fu arricchita di
stucchi pregevoli, come ancor oggi possiamo, almeno
in parte, vedere. I medaglioni, vennero in seguito,
affrescati. Nel 1626 fu la volta del campanile. La
sua situazione era tale che poteva cadere da un
momento all’altro. Si passò quindi ad abbellire la
chiesa dotando le cappelle di marmi pregiati. Vennero
infine chiamati artisti tra i più insigni ad
illustrarle con decorazioni, affreschi e tele che ora
possiamo ammirare in vari musei. Santo Spirito
risultò veramente un tempio secondo i dettami del
Tridentino.
Al presbiterio con
l’altare maggiore, rifatto in marmo, facevano corona
otto cappelle laterali.
La prima, a destra del Sacramento, la più grande, era
dedicata a San Venanzio. Ma non appena Benedetto XIV
nel 1747 proclamò beato Girolamo Miani, il posto
d’onore toccò al nostro Fondatore. San Venanzio finì
alla quarta cappella di sinistra. Fu collocato sopra
l’altare un dipinto del genovese Francesco Grondona.
L’opera fu accolta con scarso interesse e fu
addirittura giudicata “meschina”. In realtà il quadro
non esula dal cliché tradizionale. A sinistra in
basso le catene della prigionia, l’Angelo che regge
il libro della Regola, su un tavolino un cranio e il
Crocifisso, il Santo in una posa piuttosto fredda,
convenzionale che guarda in direzione sbagliata. In
alto Maria circondata da angioletti sorride al Miani,
ma non si capisce che cosa indichi con le mani e
perché in una situazione di stasi il manto svolazzi
alle sue spalle. Sulla destra, la fortezza di Quero.
In complesso l’opera risulta affrettata e
convenzionale. Il “mugugno” fu inevitabile. Nel bel
complesso di Santo Spirito stonava. A Francesco
Narici toccò il compito di far dimenticare il quadro,
quando, vent’anni dopo, ebbe l’incarico, in occasione
della canonizzazione del Miani, di realizzare una
tela degna di tale avvenimento.
Sorretto da un folto gruppo di angeli il Santo con
forme decisamente superiori alla normalità viene
condotto in cielo. Le braccia aperte e lo sguardo
volto in alto manifestano la serenità e la gioia che
precedono un incontro importante. Ai piedi del quadro
un gruppo di giovani Somaschi piange sconsolatamente.
Con tutta la buona volontà non si riesce a capire
perché. Le doti salienti del Narici sono da ricercare
nella forza del disegno, nella dolcezza, nella
grandiosità delle forme, nella sapienza del panneggio
e nel robusto chiaroscuro. Tuttavia, come nota un suo
contemporaneo, “fu posto coi mediocri, ma è uno dei
buoni.” Il mugugno non si spense del tutto.
A sinistra del Sacramento si trovava la Cappella
dedicata all’Angelo custode, sistemazione tipica
delle chiese rette dai Padri Somaschi. Fu fabbricata
nel 1612 per opera di Bartolomeo Rinaldi, sacerdote
di Lucca, il quale vi fondò pure una Confraternita
dell’Angelo custode. L’altare era stato costruito con
marmi scelti e preziosi. Al centro una graziosa
tavola rappresentante l’Angelo custode attorniata da
sei minori, con episodi biblici in cui protagonisti
sono i messaggeri di Dio. L’autore, il pittore
fiorentino Simon Balli, dovette superare se stesso,
perché fu molto lodato dai critici al punto che
l’Alizeri ne parla così: «Chi non vide la tela
presente non giudichi questo allievo del Lomi; perché
se nel pochissimo che abbiam di lui (sebbene vissuto
a Genova fino a tardissima morte) può sembrare
esperto nell’imitarlo, io il dirò quivi bastante a
superarlo negli stessi suoi metodi: certamente di
vaghezza e di brio non gli cede, ne’ giuochi del
chiaroscuro è più temperato e modesto, e sovratutto
distacca e decide i contorni con tanta cura quanta
par che ne avesse il pisano nell’annebbiarli d’un
falso vapore». Andrea Corna, nel suo “Dizionario
della Storia dell’Arte in Italia”, dice che lo stile
del Balli si rassomiglia a quello di Andrea del Sarto,
invita a visitare la Chiesa del Carmine e l’Oratorio
di S. Bartolomeo a Genova per ammirare alcuni suoi
quadri e ricorda che dipinse pure molti quadretti in
rame rappresentanti storie sacre. Anche noi siamo tra
quelli che devono fidarsi dei giudizi altrui: al
momento le tavole risultano disperse.
Il secondo altare a destra era dedicato a San
Giovanni Battista. Della sua costruzione si
occuparono Agostino Pinelli (ex-doge) e sua sorella
Nicoletta. Quest’ultima la scelse come luogo della
sua sepoltura e dei suoi eredi. Fu dato incarico allo
scultore Domenico Pacata per il progetto e per la
scelta di marmi adeguati. Sulla destra doveva essere
scolpito a grandezza naturale Agostino Pinelli in
abiti ducali e dall’altra parte la sorella Nicoletta.
La parte migliore però doveva essere quella pittorica
commissionata a uno dei pennelli più famosi, Luciano
Borzone. Il maestro realizzò una pala centrale che
raffigurava il Battesimo di Gesù e sei pannelli
illustranti la vita del Precursore. Purtroppo i moti
del 1797 causarono la dispersione delle sei tavolette.
Rimase invece al suo posto la tela centrale. E
l’ammirazione e le lodi non si fecero attendere. Il
già citato Alizeri si esprime senza mezzi termini:
«Non si ha opera in pubblico,né altra in privato si
nomina da raffrontare alla presente». Gli fa eco il
Soprani: «Non v’ha dubbio esser stato il Borzone uno
dei più degni pittori della nostra città. La sua
maniera è fondata sul vero,ed a lui più giustamente
che ad altri possiamo dare il titolo di naturalista».
L’equilibrio compositivo raggiunto sfiora la
perfezione in tutte le sue parti. Divertente e
naturalissimo il trastullo dei tre bellissimi putti
che giocano a leggere e a tradurre la bandella,
scritta in ebraico, del bastone del Battista. Dallo
sfondo scuro emerge la figura scultorea di Giovanni
che con gesto deciso e sguardo intenso, conscio dell’avvenimento
singolare che unisce il cielo alla terra, compie
solennemente il rito del battesimo. Gesù, raccolto in
se stesso, con gli occhi rivolti appena verso il
cielo, riceve con grande serenità e compostezza
l’acqua lustrale. Sullo sfondo, il guado del Giordano
e due angeli che parlano tra loro. Alla sommità lo
Spirito in forma di colomba illumina degnamente la
scena. Ricordiamo con piacere chela famiglia Borzone
apparteneva alla parrocchia della Maddalena. Morì all’età
di 54 anni cadendo da una scala sulla quale stava
dipingendo. La morte fu rapidissima: fece a tempo a
ricevere soltanto il Sacramento della Estrema Unzione.
Era il 12 luglio del 1645. Fu sepolto nella chiesa di
S. Agostino. I Somaschi, prendendo possesso della
Chiesa di S . Francesco a Rapallo, all’inizio del XX
secolo, troveranno un’altra opera mirabile del
Borzone, Sant’Antonio che resuscita un morto.
Non possiamo certamente non ricordare Bartolomeo
Biscaino. Nato a Genova nel 1632, approdò presto alla
scuola del celebre Valerio Castello. E se la peste
del 1657 non gli avesse stroncato la vita a soli 25
anni, certamente la sua fama sarebbe stata assai
maggiore. Dipinse per la nostra chiesa una tavola con
San Ferrando davanti al trono della Madonna nell’atto
di implorarla in soccorso di alcuni poveri storpi che
le indica. Anche per lui i critici spendono parole
lusinghiere: «Di grande onore -dice il Soprani- fu al
Biscaino questa pittura sì per l’ottimo disegno, sì
per il gustoso colorito: tanto più che quando ei la
fece appena aveva compiuto il venticinquesimo anno
della sua età». «Preziose e come cose di gran valore
-aggiunse il Banchero- si tengono le poche tavole
dipinte da questo valentissimo giovane». Anche i re
di Francia e di Polonia onorarono le loro gallerie
con un’opera del nostro pittore. Si cimentò anche
nell’arte difficile dell’incisione. Ci rimangono di
lui tre stampe: un presepe, Mosè salvato dalle acque
e una Vergine col Bambino ed angeli, tutte
ricercatissime.
Del crocefisso “superbissimo” del Bissoni abbiamo
parlato precedentemente (cf. V.S. n. 122). Non
possiamo, infine, dimenticare i tre affreschi sulla
Passione di N. S. Gesù Cristo usciti dal pennello di
Giovanni Battista Carlone. Fu artista dalla
produzione fecondissima e dalla esecuzione
rapidissima. Il clero e i nobili fecero a gara per
avere una sua opera... Numerose chiese e palazzi
furono abbelliti dalle vivaci figure ricche di colore
e di luce che, quasi per incanto, uscivano dalla sua
tavolozza. La sua fama gli procurò pure numerosissime
committenze fuori Genova. Tra gli attestati di
ammirazione e di stima scegliamo quello del
Cappellini: «Lavorò sul fresco con tanta vivezza di
colorito e seppe spiegare una tale vigoria e un sì
grazioso tratto di pennello che taluni dei suoi
dipinti sembrano intagliati a bulino». Purtroppo
anche la sua produzione artistica fu distrutta dai
moti del 1797.
Il rimpianto per noi è grande.
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