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Il Padreterno e Montanelli
di
Giorgio Torelli
/
pp. 150 - Ancora, 2003
Di
contro a tanti che si autoassolvono dicendosi "credenti,
poco praticanti", ecco un "cattolico non credente" quale
si presentava - in odore di discussione religiosa -
Indro Montanelli, il principe del giornalismo italiano,
morto a 92 anni nel 2001, scrivendo sul suo "Corriere".
"Cardinale del laicismo professato", come dice nella
prefazione il suo amico Torelli, eppure vicino a preti e
vescovi, legato a persone di fede profonda, ammiratore
di papa Wojtyla, Montanelli si riteneva sprovvisto del
pacchetto della fede per una inadempienza postale del
Padre eterno. E come lasciato in ombra da Dio è voluto
morire, senza fede anche "in zona Cesarini", e senza
funerali con il latino del canto gregoriano. Tutti (o
quasi) i 76 convocati da Torelli a testimoniare sul
grande "toscanaccio" immaginano un dopo morte con
Montanelli alle prese con Dio, a esigere spiegazioni, a
scrutarlo in modo ravvicinato, a ritrarlo con quelle
definizioni fulminanti da scrittore combattente. E
pronto, tuttavia, in un dialogo senza astuzia e senza
prepotenza - quale era l'uomo - a dare conto di avere
sempre decifrato l'indecifrabile, sapendo che è
indecifrabile, "perché questo è il privilegio, che è
anche condanna, di essere uomini, cioè essere pensanti".
Se è vero che, su questo versante della vita, pensare
non vuol dire sapere, di là conoscere e godere sarà la
stessa cosa e la verità cercata il volto di Dio.

La Bibbia dei non credenti
a cura di F. Antonioli / pp. 222 - Piemme,
2002
Nel
dibattito in corso, condotto con passione e solo in qualche caso con
freddezza un po' snob, su Europa e Dio, su matrici culturali e sistemi
di valori per la comunità dei popoli dall'Atlantico agli Urali, si
inserisce questo libro che documenta la rilevanza del "grande codice
della civiltà europea". Quali pagine o figure bibliche hanno contribuito
a formare la nostra cultura? E quali immagini di Dio fra quelle
veicolate dalla Bibbia aiutano a lottare per la libertà dell'uomo?
Cinquanta persone, "non addette ai lavori", di diverso orientamento
rispetto alla fede ("non sono ateo, ma uno che non crede", confessa uno
dei partecipanti a questo forum) sono state invitate a lasciarsi
interrogare dalla Bibbia, talora ridotta a un vago ricordo infantile. Ne
sono scaturiti resoconti interessanti, di solito non atti a confermare
le attese dei credenti, ma tutti in grado di attestare che le pagine
della Bibbia creano, a gradazioni diverse, simpatia, positivo disagio,
scandalo necessario. E nessuno degli interpellati si sente rappresentato
dai tanti "non credenti", spesso elogiati, presenti nella Bibbia.
Possono non convincere le idee della Bibbia; è fuori discussione però il
riscontro al bisogno di credere raccontato nella lunga storia del popolo
della Bibbia e raccolto nell'evento definitivo di Gesù.

La Chiesa, corpo inquieto
di
Saverio Xeres / pp. 300 - Ancora, 2003

Con lucida consapevolezza di credente e facile sicurezza narrativa,
vengono ripercorsi duemila anni di storia della Chiesa, "sempre da
riformare", perché sempre attratta, nonostante la sua fragilità,
dall'esigenza interna di essere simile al suo fondatore e capo. La
Chiesa è comunità rassicurante proprio perché inquieta, sempre
oscillante tra punte estreme di fedeltà e di rinnegamento. L'autore,
prete valtellinese della diocesi di Como e studioso di storia,
simbolizza il moto pendolare in tre interrogativi, corrispondenti ai
diversi e coordinati periodi in cui può essere colta la storia della
Chiesa. Per il primo millennio: "erede di Costantino o imitatrice degli
apostoli?"; per il medioevo: "titolare di un diritto o serva del
Vangelo?"; per gli ultimi cinque secoli (dal concilio di Trento al
secondo del Vaticano): "società in sé conclusa o comunità pellegrina nel
mondo?".

Cristiani nella società
di
Enzo Bianchi / pp. 195 - Rizzoli,
2003

I nove saggi del libro (altrettante conferenze o studi tenuti in
occasioni e con finalità diverse) sono tesi dall'unico filo che è la
risposta all'esigenza di provare una autentica vita spirituale
cristiana, traduzione "in codice" di una vita "buona, bella e felice".
Il titolo designa la condizione contemporanea della fede (da vivere "con
gli altri" e non contro gli altri) e del mondo (quale identità per
coloro che vivono oggi?). E risponde al doppio mortale pericolo
avvertito ai due piani in cui ognuno gioca la propria scommessa: la
scoperta delle radici etniche (a livello sociale) e l'irrigidimento
confessionale (a livello religioso). Con parole della teologia il
problema posto con radicalità suona così: come può la Chiesa avere
simpatia per gli uomini e difendersi dalla mondanità? Bisogna essere
grati a Bianchi che, come frutto (parziale) della quasi quarantennale
esperienza monastica di Bose, ci regala questa intensa meditazione
"tenendo lo sguardo fisso su Gesù e cercando di vedere uomini e vicende
con l'occhio stesso di Dio"..

La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca
di Enrico Deaglio / pp.135 - Feltrinelli, 2002 (ris.)

Occorreva una fiction televisiva, oltre 10 anni dopo, per estendere al
vasto pubblico ciò che solo quattro milioni e mezzo di italiani avevano
visto a fine 1990 in una puntata di Mixer. In Italia ci si era accorti
di lui alla Rai perché nel 1989 a Gerusalemme aveva piantato un albero
nel "Parco dei Giusti" che conserva i nomi di tutti coloro che hanno
aiutato gli ebrei. Nemmeno questo libro che seguì (1991) al filmato
servì a molto più che a ottenere a Giorgio Perlasca qualche
riconoscimento ufficiale, negato per 45 anni, e qualche invito nelle
scuole. C'è voluto la tenacia di alcuni ebrei ungheresi da lui salvati,
per fissare per sempre quello che aveva fatto e che lui stesso, per un
meccanismo ben noto ai reduci dai campi nazisti, rischiava di asciugare
nella sua memoria. Il libro si apre con una domanda, abituale in questo
uomo, nato a Como nel 1910 e morto a Padova nel 1992, che circostanze
non volute hanno reso un eroe per tanti mesi: "lei, che cosa avrebbe
fatto al mio posto?". E si conclude con la citazione della targa-ricordo
che preferiva: "ad un uomo cui vorremmo assomigliare". La banalità del
bene si oppone alla "banalità del male" di cui parlò nel 1961 una
giornalista di origine tedesca a proposito Adolf Eichmann.
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