La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Settembre 2003 - Nº 124

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org


DOSSIER


PRESENTAZIONE

Le anticipazioni della Caritas

Pillole

Gli stranieri fra noi

a cura di Roberta RICUCCI

« Nella Chiesa nessuno è straniero»

Galleria fotografica

 

 

PRESENTAZIONE

Sono 2 milioni e 400mila gli immigrati regolari nel nostro paese, pari al 4% della popolazione residente. Una realtà descritta dal giornalista Corrado Giustiniani nel suo libro 'Fratellastri d'Italia'. Le stesse cifre presentate dalla Caritas nelle anticipazioni del "Dossier Statistico Immigrazione 2002".
Sono cifre considerevoli e destinate ad aumentare, se si tiene conto del fatto che, concluse le operazioni di regolarizzazione, i lavoratori immigrati saranno il doppio degli attuali.
Gli immigrati hanno messo radici profonde in Italia; lo dimostrano gli oltre 5 mld di rimesse che nel 2002 hanno spedito ai loro parenti. A scuola i bambini stranieri sono 228mila, 50 mila in più rispetto all'anno scorso. E aumentano al ritmo del 25% ogni anno.
Come uomini e donne di Chiesa, sperimentiamo senz'altro una grande pena per i bambini, le donne, gli uomini esposti a mille pericoli, che sopportano viaggi impossibili, sostenuti dalla speranza di un mondo migliore, fatto di solidarietà e accoglienza (fatto della "nostra" solidarietà e della "nostra" accoglienza).
E un senso d'impotenza. La Chiesa può far fronte solo in piccolissima parte alla situazione, che certamente la tocca, ma riguarda tutta la società civile, l'Italia e l'Europa, il Primo Mondo. Il problema deve essere affrontato globalmente dall'Unione europea; vanno cercate soluzioni a monte, nei Paesi d'origine dei migranti, ai quali andrebbe offerta la possibilità di migliori condizioni di vita in patria.
L'Italia, ha fatto nel passato l'esperienza dura dell'emigrazione. Così oggi abbiamo italiani in tutto il mondo. E, per fortuna, la gran parte di essi s'è integrata nella società d'accoglienza. L'emigrazione di tanti verso l'Italia, di tanti che ci vogliono anche restare, è segno che oggi da noi prevalgono i fattori di attrazione, che il nostro Paese è cresciuto e tanti extracomunitari sognano di stabilirvisi. Questo è un fatto positivo!
Mentre, purtroppo, non mancano reazioni scomposte, e si minacciano "cannonate" contro i clandestini, deve crescere la cultura della solidarietà e dell'accoglienza, d'altra parte congeniale a tanta parte del popolo italiano. Nessuno vuole mettere in dubbio il diritto dello Stato a difendere il proprio territorio con misure adeguate, che rispettino sempre la dignità umana e si ispirino alla fraternità universale. Va sempre sottolineata la necessità di coniugare solidarietà e legalità. Senza negare che la solidarietà, secondo il Vangelo, può comportare rischi e rinunce.
La Chiesa, nata dall'evento di Pentecoste, guarda con fiducia e speranza anche il fenomeno delle migrazioni, destinato a crescere. È materialmente impossibile arginare la pressione esercitata sulle nostre frontiere. Certo, l'Italia ha un patrimonio culturale, di fede e tradizioni, che va custodito e approfondito. Ma non può chiudersi impedendo gli ingressi di extracomunitari o selezionandoli in modo rigoroso in funzione dell'utilità. Ne va del rispetto e della dignità dell'uomo. "Ero forestiero e mi avete ospitato", dirà il Giudice divino, alla conclusione di tutto, quando saremo giudicati sull'amore; "venite benedetti del Padre mio". Ma c'è anche una maledizione: "lontano da me, maledetti".
Un ultimo invito a prendere più sul serio l'identificazione che Gesù fa di sé con il povero, l'emarginato, il forestiero. Questo vale per il legislatore che deve fare leggi "umane", e per il semplice cristiano che, quando non può materialmente aprire la sua casa, deve spalancare il suo cuore.
Ora prepariamoci ad ospitare chi ci darà una mano, amica e produttiva.

 

Alfredo M. Garsia, vescovo di Caltanisetta
Presidente della fondazione "Migrantes"
Da: "In famiglia" - Famiglia cristiana on line nº 26
http://www.stpauls.it/fc/0326fc/0326fc03.htm. ñ

 

IMMIGRATI / Due milioni e mezzo di stranieri in Italia

Le anticipazioni della Caritas

http://www.rassegna.it/2003/attualita/articoli/immigrati/caritas.htm

In Italia vivono 2.395 mila persone straniere. È questa la stima presentata dalla Caritas nelle anticipazioni del "Dossier Statistico Immigrazione 2002" (10.03.2003). Un dato che include non solo i lavoratori ma tutti i soggiornanti regolari e le persone che sono in attesa di regolarizzazione. L'incidenza degli stranieri sulla popolazione residente si attesta, secondo l'organizzazione religiosa, al 4%.
Sono cifre considerevoli e destinate ad aumentare, se si tiene conto del fatto che, concluse le operazioni di regolarizzazione, l'Italia si affiancherà alla Gran Bretagna o addirittura la supererà, diventando nell'Unione Europea il terzo Stato membro per numero di immigrati.
Alla fine delle procedure di regolarizzazione, i lavoratori immigrati saranno il doppio degli attuali. L' area a maggiore pressione migratoria e' la Campania, dalle regioni confinanti (esclusa la Puglia) e quelle del Centro con una propaggine in Liguria e un' evidenza non trascurabile in Lombardia (91 domande ogni 100 lavoratori soggiornanti). Nelle regioni a minor tasso di regolarita', le istanze di emersione, rispetto ai lavoratori gia' soggiornanti, vanno da 1/3 in Trentino A. A., alla meta' in Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta e ai 2/3 in Sardegna, Sicilia, Marche, Emilia Romagna. A livello provinciale, si va dalle 22 pratiche di regolarizzazione ogni 100 lavoratori di Trieste alle 313 di Benevento. Milano registra le 92, Varese 100, Pavia 124, Roma 147,8 e Latina 184,5. Roma e Milano detengono un quarto di tutte le istanze: la Capitale e' prima in graduatoria per il lavoro domestico (67 mila) e seconda per il lavoro dipendente (40 mila) Milano prima per lavoro dipendente (51 mila), seconda per lavoro domestico (40 mila).
"Può essere d'aiuto a tal fine pensare che il futuro che ci può attendere è già presente in altri paesi: - sottolinea la Caritas - gli immigrati hanno un'incidenza del 10% negli Stati Uniti, del 16% in Canada e del 20% in Svizzera. Si tratta di paesi che hanno programmato il loro futuro, tenendo conto della necessità strutturale dell'immigrazione, e hanno mostrato nel concreto che con l'immigrazione si può convivere. Il confronto può essere condotto anche per vari Stati dell'Unione Europea, a partire dalla Germania".
Il vero problema dell'Italia nasce dalla mancanza di politiche che riescano ad essere inclusive nei confronti delle persone delle quali si ha bisogno, politiche che devono tener conto invece di "un'adeguata programmazione dei flussi" e dell'integrazione socio-culturale degli immigrati. L'auspicio è che si arrivi ad una realistica presa in considerazione dei termini della questione: bisogni delle famiglie e delle aziende, conseguente programmazione dei flussi, meccanismi di collocamento più agibili, misure di sostegno dell'integrazione e un minimo di solidarietà a livello globale nei confronti di paesi dallo sviluppo debole e dalle esigenze occupazionali forti; naturalmente questo impegno va congiunto con la dovuta severità nei confronti di chi non rispetta le regole.

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PILLOLE                                                                                                                                   www.stranieriinitalia.com

Nascono Azad e Ako ay Pilipino,
i mensili per le comunità pakistana e
filippina in Italia (Elvio Pasca - 23 maggio 2003)


ROMA - Due nuovi nati a casa Stranieri in Italia! Sono usciti i primi numeri di Azad e Ako ay Pilipino, mensili dedicati alle comunità pakistana e filippina, scritti dagli immigrati per gli immigrati. Entrambi i giornali parlano la lingua d'origine dei loro lettori, e rappresentano un'iniziativa editoriale senza precedenti per le due comunità. Spazio alle notizie da casa e dalle comunità in Italia, e tante informazioni utili per orientarsi nella normativa sull'immigrazione. I diversi tagli editoriali vanno incontro alle esigenze specifiche dei lettori filippini e pakistani. "La comunità filippina - spiega la caporedattrice Analiza Cepillo-Bueno - è molto attiva. Ako ay Pilipino ha corrispondenti in tutta Italia, che terranno informati i lettori dei tantissimi appuntamenti culturali e religiosi organizzati dalle varie associazioni". La formula scelta da Ako ay Pilipino sembra aver colto nel segno: il primo numero ha venduto tutte le copie in soli due giorni.
Integrazione è invece la parola d'ordine di Azad, il mensile di una comunità che sente maggiormente il peso della differenza culturale. "I pakistani in Italia - dice il caporedattore Ejaz Ahmad - avevano bisogno di un giornale scritto in urdu. La maggior parte di loro non parla italiano: rischiano di essere tagliarli fuori dall'attualità. Il nostro giornale li aiuterà quindi a capire la cultura di questo paese. Azad infatti vuol dire libero, un nome importante per chi sa cos'è una dittatura. Finalmente potremo parlare di ciò che succede in Pakistan senza dover passare per l'approvazione dell'Ufficio censura…"
Con i due nuovi mensili diventano 11 le testate etniche di Stranieri in Italia: noi l'integrazione la costruiamo anche così.

In Liguria spopola il "Noticiero", telegiornale in spagnolo per la comunità latino-americana (Elvio Pasca - 13 febbraio 2003)

GENOVA - Da quasi tre mesi, la comunità latino americana in Liguria ha un telegiornale tutto per sé. Su Telegenova e Liguria Sat è in onda il Noticiero, settimanale d'informazione e approfondimento in lingua spagnola. Un programma che ha subito rapito l'attenzione del suo target, se è vero che dalla prima puntata la redazione è stata presa d'assalto dalle telefonate e dalle e-mail dei latinoamericani di Genova e dintorni. "Abbiamo avuto davvero un bel riscontro. Non ce l'aspettavamo proprio". Elisabetta Sivo, coordinatrice redazionale, non si è ancora abituata all'entusiasmo di una delle più vivaci comunità straniere in Italia. Come la maggior parte dei media etnici, il Noticiero ha una doppia anima: da un lato aggiorna su ciò che accade nei paesi d'origine degli immigrati, dall'altro è attento ai temi più importanti per la comunità in Italia. Grande attenzione, poi, è dedicata ai latinos in Liguria, una comunità che conta quasi 20mila persone. Il Noticiero manda in onda la vita quotidiana, il lavoro, le feste degli stranieri. Li fa protagonisti di storie ben diverse da quelle di emarginazione e disagio in cui li relegano i tg italiani. E non crediate che a guardare il Noticiero siano solo i latinos: il programma ha catturato anche l'interesse dei liguri. "Un ruolo importante - spiega la Sivo - lo gioca la parentela linguistica. Anche chi non sa lo spagnolo può capire il senso delle notizie trasmesse. Quello che vorremmo fare è proprio creare un dialogo più forte tra italiani ed immigrati, un confronto basato sia sulle similitudini che sulle differenze tra le nostre culture. La nostra - conclude - è una piccola utopia".

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IMMIGRATI / Due milioni e mezzo di stranieri in Italia

Gli stranieri fra noi                                               a cura di Roberta RICUCCI

 

 Per chi si occupa di immigrazione, il 1973 e il 1974 rappresentano due date importanti. Sono, infatti, gli anni in cui la Francia e la Germania (allora il muro non era ancora caduto) chiusero le loro frontiere agli immigrati. La ricostruzione c’era stata, il boom economico era passato e si iniziavano a cogliere i primi segni di una crisi che lo shock petrolifero andava accentuando. Per gli italiani hanno rappresentano gli anni di passaggio da paese di emigrazione a paese di immigrazione: i bilanci demografici furono negativi. Per la prima volta, gli ingressi erano superiori alle uscite. Il cambiamento fu colto dagli studiosi, non dai cittadini, che nel quotidiano non coglievano - e non potevano cogliere nell’immediato - i segni di tale cambiamento di rotta. Ci volle del tempo, perché il paese si rendesse conto di essere diventati i cittadini di un paese ricco, di un paese verso cui si voleva arrivare.
Da allora sono passati più di vent’anni, l’Italia è diventata - e si riconosce - un paese di immigrazione, dove vivono circa 1 milione e mezzo di stranieri (a cui però vanno aggiunti gli stranieri per cui sono state presentate quasi 700.000 domande di regolarizzazione), provenienti soprattutto dal Marocco, dall’Albania, dalla Romania, dal Perù, dalla Cina e dalle Filippine.
L’Italia, divenuta paese di immigrazione dalla metà degli anni ‘70, assiste oggi ad un processo di assestamento strutturale dell’immigrazione. La stessa struttura della popolazione immigrata sta cambiando le sue caratteristiche dal punto di vista demografico, socio-economico e culturale. Il prolungamento del periodo di residenza, il riequilibrio di genere, la prevalenza di coniugati, i numerosi ricongiungimenti familiari e l’aumento del numero degli immigrati con prole, l’alta percentuale di soggiornanti che hanno ottenuto la residenza e la percentuale di minori, gli allievi nelle scuole sono alcuni dei tratti che confermano la tesi della stabilizzazione. Tratti che, d’altra parte, determinano anche problemi sociali, come la formazione scolastica per gli immigrati della seconda generazione, l’inserimento professionale, la nascita di tensioni all’interno dei quartieri, etc.
È cambiata, dunque, la struttura dell’immigrazione. Non più celibi o nubili, ma famiglie, non più solo giovani, ma anche giovanissimi e adulti. Il progetto da temporaneo diventa permanente, si parla di stabilizzazione, di integrazione.
La presenza differenziata di gruppi nazionali si spiega, in primo luogo, con il tipo di immigrazione dall’estero che ogni area subisce in relazione alla sua collocazione geografica, più o meno vicina a certe aree continentali di provenienza piuttosto che ad altre. Si spiega poi con il fatto che un effetto richiamo viene esercitato dalle reti familiari ed, infine, tener conto che gli immigrati, una volta entrati in Italia (e ciò avviene, come è noto, soprattutto dalle regioni meridionali e insulari, tradizionalmente considerate, soprattutto nel Mediterraneo, come la “porta” verso il nostro Paese) si muovono all’interno del territorio nazionale secondo flussi “specializzati” anche per cultura e nazionalità affini (e in questo caso tali flussi si orientano solitamente verso il Nord). Più è grande il centro urbano, più è alta la sua capacità di attrazione nei confronti degli immigrati stabilitisi in provincia, mentre per valutare il grado di concentrazione nel comune capoluogo rispetto all’intera regione influisce ovviamente il numero delle province.
Accompagnano il processo di inserimento e di integrazione degli stranieri nelle città italiane alcune ombre, alcune vecchie storie che si ripetono, quasi come un ritornello di una vecchia canzone. Sono quelle degli arrivi dell’ultima ora, degli sbarchi sulle coste meridionali della penisola, ma anche delle donne, adulte e minorenni, vittime della tratta, dei minori non accompagnati, della discriminazione nell’affitto dell’alloggio o nell’accesso ad alcune professioni, come è il caso delle donne nigeriane per l’assistenza anziani o la collaborazione domestica. O ancora, quella della facile equazione fra straniero e delinquente, ovvero fra straniera e prostituta. Eppure, nonostante tutto, gli arrivi continuano, i fattori di espulsione e di attrazione sono più forti di qualsiasi chiusura.
 


'Sporco negro!', ma era abbronzato

(ANSA - Martedì 5 Agosto 2003, 21:24)


RIMINI - Lo hanno chiamato 'sporco negro' e lo hanno picchiato, senza accorgersi che non si trattava di un ragazzo di colore ma di un italiano molto abbronzato. Si è comunque trattato di un'aggressione a sfondo razzista quella avvenuta la scorsa notte a Rimini, dove quattro 'teste rasate' hanno colpito e ferito con una bottigliata alla gola un turista bergamasco di 17 anni che stava rientrando in albergo insieme ad altri tre amici.

L'Italia, dopo la Germania, la Francia e la Gran Bretagna, rafforza la sua posizione come quarto paese dell'Unione Europea per la consistenza numerica degli immigrati (nel corso degli anni '90, la loro presenza è raddoppiata), il numero di immigrati rimane da noi comunque ampiamente inferiore, sia come numero complessivo che come incidenza sulla popolazione residente.
Gli stranieri regolarmente soggiornanti rappresentano il circa il 4% sulla popolazione residente (l'incidenza media nell'unione Europea è del 5,1%).
Chi sono?

Sono vicini di casa.

È forse per questo che ci fanno paura?

La famiglia
In un panorama sull’immigrazione in Italia è opportuno sottolineare la presenza di un attore che sempre di più cavalca la scena pubblica. È la famiglia immigrata, che diviene un tema chiave per il confronto e l’analisi del processo migratorio per i suoi numerosi risvolti.
1) È sempre più un dato strutturale della popolazione straniera, un indicatore della propensione all’insediamento stabile. Il progetto migratorio da temporaneo è ormai divenuto definitivo, come confermano anche i nuovi flussi di arrivi. Testimoniano il processo di stabilizzazione la crescente incidenza di donne, il prevalere dei coniugati rispetto ai celibi, che prima costituivano la maggioranza assoluta e ora sono due punti percentuali in meno.
2) La famiglia, in un contesto di migrazione, incide sulla stabilizzazione dei migranti di prima generazione, poiché il ricongiungimento o la formazione di una famiglia in emigrazione procrastina - quando non esclude definitivamente - il ritorno al paese di origine. Essa agisce sulla visibilità sociale, infatti la presenza di famiglie fa sì che si passi da una situazione di invisibilità sociale ad un rapporto più intenso con il paese di accoglienza: si usano i servizi sociali, educativi, culturali del nuovo contesto. Ha risvolti, quindi, sui servizi e sulle politiche pubbliche, poiché nuove esigenze si affacciano, non più legati a lavoratori e lavoratrici soli, ma a nuclei familiari, a minori.
3) Occuparsi della famiglia in emigrazione è importante per i suoi riflessi sulla società di accoglienza e sui suoi cittadini che va accompagnata nel decodificare i mutamenti in corso nella popolazione immigrata, spesso presentata come un monolite da parte dei media, che ne accentuano l’aspetto più precario, emarginato e pericoloso.
La presenza di immigrati singoli, celibi o nubili, coniugati o coniugate, ha lasciato, quindi, da tempo spazio alla presenza di famiglie straniere. La stabilizzazione nel nuovo contesto assume forme, tempi e strutture familiari differenti a seconda della provenienza, delle reti di conoscenze, della realtà in cui ci si muove . Così, per il nocciolo duro di immigrati stabilizzatesi sul territorio italiano, con più di dieci anni di residenza, con la carta di soggiorno, la famiglia può essere la famiglia nucleare, ricongiunta o formatasi qui, ma stabile, inserita nel tessuto sociale italiano.
Va sottolineato come la ricomposizione della famiglia difficilmente sia scevra da cambiamenti o da turbamenti al suo interno.
Innanzitutto, la famiglia immigrata spesso ‘soffre di solitudine’, senza una rete parentale a cui far riferimento, a cui rivolgersi per un sostegno. Gli unici riferimenti potrebbero essere quelli della comunità, ma in Italia la formazione di comunità consolidate è ancora in corso. Non si riscontrano esperienze di sostegno familiare neanche all’interno del crescente associazionismo etnico, finalizzato piuttosto alla diffusione di informazioni, all’aiuto nel disbrigo di pratiche e all’orientamento nel nuovo contesto. Le iniziative e progetti a sostegno della famiglia immigrata si ritrovano nell’operato di associazioni interetniche e del volontariato caritativo cattolico.
In secondo luogo, il rapporto fra i coniugi, che si ritrovano a convivere dopo un periodo più o meno lungo di distanza. Si riuniscono e si rivedono, talora con distanze culturali già troppo ampie. È il caso delle coppie dove il percorso migratorio è al femminile, dove il ricongiunto è l’uomo che arriva in un contesto di cui non conosce la lingua, le tradizioni e in cui si ritrova ad essere “gregario” della moglie. In questa situazione il suo ruolo forte, di capo famiglia, è messo in discussione e sostituito dalla moglie. Laddove, invece, il ricongiunto è la donna, si può ritrovare un marito meno interessato alla pratica religiosa rispetto alla partenza, con una pratica religiosa “più individualista”. Quindi, in secondo luogo, il ribaltamento dei ruoli all’interno della famiglia.
In terzo luogo, la famiglia è messa a dura prova dalla realtà, che viene scoperta sempre meno dorata di come veniva presentata. Innanzitutto se il ricongiungimento avviene nell’irregolarità, la

famiglia vive nella precarietà, talora divisa perché non vi è un alloggio. Il ricongiungersi in emigrazione può divenire un’esperienza dirompente per la stabilità della famiglia proprio per la discrepanza fra il mondo immaginato e il mondo trovato, fra il successo descritto (o sperato) del coniuge partito e la realtà effettiva in cui si muove. Così il contatto con la nuova realtà dei ricongiunti, già di per sé carica di problematicità per l’inserimento in un nuovo contesto, rischia di essere complicata da numerose variabili. Alla retrocessione sociale dei genitori immigrati, solitamente ben integrati nella società del paese d’origine, si lega la conoscenza insufficiente della lingua del paese di accoglienza, che rende più difficile l’integrazione per accedere al lavoro e per accedere alle risorse disponibili. La precarietà economica, ne consegue, diviene un fattore fondamentale di impedimento all’assunzione responsabile ed efficace del ruolo di genitori. Inoltre, l’integrazione linguistica molto più rapida dei figli non sempre contribuisce a far sì che i genitori si sentano a loro agio nel ruolo genitoriale e sociale.
Infine, la precarietà giuridica nella quale si trovano le famiglie di coloro che chiedono asilo e i membri di famiglie ricongiunte irregolarmente è un altro elemento che ha un ruolo destabilizzante e ansiogeno nei rapporti intra-familiari ed extra-familiari.

 

La famiglia
In un panorama sull’immigrazione in Italia è opportuno sottolineare la presenza di un attore che sempre di più cavalca la scena pubblica. È la famiglia immigrata, che diviene un tema chiave per il confronto e l’analisi del processo migratorio per i suoi numerosi risvolti.
1) È sempre più un dato strutturale della popolazione straniera, un indicatore della propensione all’insediamento stabile. Il progetto migratorio da temporaneo è ormai divenuto definitivo, come confermano anche i nuovi flussi di arrivi. Testimoniano il processo di stabilizzazione la crescente incidenza di donne, il prevalere dei coniugati rispetto ai celibi, che prima costituivano la maggioranza assoluta e ora sono due punti percentuali in meno.
2) La famiglia, in un contesto di migrazione, incide sulla stabilizzazione dei migranti di prima generazione, poiché il ricongiungimento o la formazione di una famiglia in emigrazione procrastina - quando non esclude definitivamente - il ritorno al paese di origine. Essa agisce sulla visibilità sociale, infatti la presenza di famiglie fa sì che si passi da una situazione di invisibilità sociale ad un rapporto più intenso con il paese di accoglienza: si usano i servizi sociali, educativi, culturali del nuovo contesto. Ha risvolti, quindi, sui servizi e sulle politiche pubbliche, poiché nuove esigenze si affacciano, non più legati a lavoratori e lavoratrici soli, ma a nuclei familiari, a minori.
3) Occuparsi della famiglia in emigrazione è importante per i suoi riflessi sulla società di accoglienza e sui suoi cittadini che va accompagnata nel decodificare i mutamenti in corso nella popolazione immigrata, spesso presentata come un monolite da parte dei media, che ne accentuano l’aspetto più precario, emarginato e pericoloso.
La presenza di immigrati singoli, celibi o nubili, coniugati o coniugate, ha lasciato, quindi, da tempo spazio alla presenza di famiglie straniere. La stabilizzazione nel nuovo contesto assume forme, tempi e strutture familiari differenti a seconda della provenienza, delle reti di conoscenze, della realtà in cui ci si muove . Così, per il nocciolo duro di immigrati stabilizzatesi sul territorio italiano, con più di dieci anni di residenza, con la carta di soggiorno, la famiglia può essere la famiglia nucleare, ricongiunta o formatasi qui, ma stabile, inserita nel tessuto sociale italiano.
Va sottolineato come la ricomposizione della famiglia difficilmente sia scevra da cambiamenti o da turbamenti al suo interno.
Innanzitutto, la famiglia immigrata spesso ‘soffre di solitudine’, senza una rete parentale a cui far riferimento, a cui rivolgersi per un sostegno. Gli unici riferimenti potrebbero essere quelli della comunità, ma in Italia la formazione di comunità consolidate è ancora in corso. Non si riscontrano esperienze di sostegno familiare neanche all’interno del crescente associazionismo etnico, finalizzato piuttosto alla diffusione di informazioni, all’aiuto nel disbrigo di pratiche e all’orientamento nel nuovo contesto. Le iniziative e progetti a sostegno della famiglia immigrata si ritrovano nell’operato di associazioni interetniche e del volontariato caritativo cattolico.
In secondo luogo, il rapporto fra i coniugi, che si ritrovano a convivere dopo un periodo più o meno lungo di distanza. Si riuniscono e si rivedono, talora con distanze culturali già troppo ampie. È il caso delle coppie dove il percorso migratorio è al femminile, dove il ricongiunto è l’uomo che arriva in un contesto di cui non conosce la lingua, le tradizioni e in cui si ritrova ad essere “gregario” della moglie. In questa situazione il suo ruolo forte, di capo famiglia, è messo in discussione e sostituito dalla moglie. Laddove, invece, il ricongiunto è la donna, si può ritrovare un marito meno interessato alla pratica religiosa rispetto alla partenza, con una pratica religiosa “più individualista”. Quindi, in secondo luogo, il ribaltamento dei ruoli all’interno della famiglia.
In terzo luogo, la famiglia è messa a dura prova dalla realtà, che viene scoperta sempre meno dorata di come veniva presentata. Innanzitutto se il ricongiungimento avviene nell’irregolarità, la famiglia vive nella precarietà, talora divisa perché non vi è un alloggio. Il ricongiungersi in emigrazione può divenire un’esperienza dirompente per la stabilità della famiglia proprio per la discrepanza fra il mondo immaginato e il mondo trovato, fra il successo descritto (o sperato) del coniuge partito e la realtà effettiva in cui si muove. Così il contatto con la nuova realtà dei ricongiunti, già di per sé carica di problematicità per l’inserimento in un nuovo contesto, rischia di essere complicata da numerose variabili. Alla retrocessione sociale dei genitori immigrati, solitamente ben integrati nella società del paese d’origine, si lega la conoscenza insufficiente della lingua del paese di accoglienza, che rende più difficile l’integrazione per accedere al lavoro e per accedere alle risorse disponibili. La precarietà economica, ne consegue, diviene un fattore fondamentale di impedimento all’assunzione responsabile ed efficace del ruolo di genitori. Inoltre, l’integrazione linguistica molto più rapida dei figli non sempre contribuisce a far sì che i genitori si sentano a loro agio nel ruolo genitoriale e sociale.
Infine, la precarietà giuridica nella quale si trovano le famiglie di coloro che chiedono asilo e i membri di famiglie ricongiunte irregolarmente è un altro elemento che ha un ruolo destabilizzante e ansiogeno nei rapporti intra-familiari ed extra-familiari.
 

I minori
I costi dell’emigrazione, i vincoli all’inserimento e al ricongiungimento dei familiari dettati dalle norme in materia di immigrazione (reddito, metratura dell’alloggio, definizione del grado di parentela) hanno determinato la formazione di famiglie monoparentali, in cui il genitore emigrato è raggiunto da uno o più figli adolescenti. Gli adolescenti latino americani, soprattutto, raggiungono le madri e sono da loro spronati per realizzare un progetto di formazione e di inserimento qualificato nel mercato del lavoro italiano. Si tratta quindi di famiglie in cui la problematica dell’immigrazione si gioca nel rapporto madre-figlio, che deve essere riallacciato dopo anni di separazione, in cui entrambi i soggetti della relazione sono mutati: la madre ha assunto un ruolo “tipicamente paterno, da capofamiglia”, mentre il figlio è diventato adolescente. Una relazione che va ricostruita su nuove basi affinchè la madre capisca che il figlio adolescente non è più il bambino di tanti anni prima e, nel contempo, perché il figlio riscopra e riconosca l’autorità - e l’autorevolezza - della figura genitoriale ritrovata.
Famiglie monoparentali sono anche caratteristiche dell’immigrazione marocchina, dove figli adolescenti raggiungono i padri per inserirsi rapidamente nel mercato del lavoro. Ai minori marocchini si sono aggiunti dalla metà degli anni novanta i minori albanesi, partiti con il consenso dei genitori e affidati a conoscenti o addirittura partiti da soli hanno attraversato l’Adriatico per raggiungere l’Italia, e spesso città, uffici e servizi precisi alla ricerca di un lavoro, di una tutela e, così, di un permesso di soggiorno che gli consentisse di sviluppare il loro futuro in Italia. Anche dietro questi minori non accompagnati vi è una famiglia, anzi alcune volte ve ne sono più di una. Vi è la famiglia di origine, che per amore o per forza, si distacca da un figlio adolescente dal punto di vista anagrafico, ma già adulto secondo la tradizione culturale. Vi è poi la famiglia del tutore a cui il minore viene affidato, che si incarica di seguire il progetto di integrazione, attraverso la formazione scolastica e lavorativa. Minori soli sono anche le ragazzine coinvolte nel giro della prostituzione, o meglio della tratta di esseri umani. Sono minorenni, soprattutto dell’Europa dell’Est, arrivate in Italia dopo essere state vendute, con il sogno infranto di un lavoro e l’incubo reale delle sevizie e dello sfruttamento. Alcune si salvano, riescono a fuggire e trovano la forza di rivolgersi ai servizi sociali, alla polizia, e il coraggio di chiedere aiuto e denunciare. Per alcune, su richiesta, la fine dell’incubo avviene con il rientro in famiglia. Per altre, soprattutto per le ragazze vendute dalla stessa famiglia, ricomincia una nuova vita, con una nuova famiglia: la comunità d’accoglienza in cui sono inserite e dove trovano un sostegno per intraprendere un percorso di inserimento.
Soli o con famiglia, scolari di mattina e venditori di pomeriggio, giovanissimi studenti degli istituti tecnici o futuri fresatori, a loro, che non sono i crociati di una fantomatica invasione dell’Islam o del cristianesimo ortodosso, si rivolgono numerose iniziative che il privato sociale e le città hanno attivato. Talora si tratta di strumenti creati ad hoc, come i sevizi d’accoglienza a bassa soglia o i corsi di alfabetizzazione linguistica, talora, invece, si tratta di un ampliamento e di una riscoperta di attività e strumenti già usati per i minori italiani (il doposcuola…). I centri, le associazioni, gli oratori portano avanti durante l’anno iniziative ed attività che vedono coinvolti minori stranieri: corsi di informatica, di sostegno scolastico, ma anche di apprendimento e rafforzamento delle competenze linguistiche, attività sportive e ricreative.
L’attenzione alle diverse provenienze, la valorizzazione delle culture di cui i ragazzi sono portatori è parte del modo di lavorare di operatori e volontari che spesso divengono l’unico punto di riferimento per quei minori stranieri che non riescono a trovare un equilibrio nel “vivere fra due mondi”, fra una famiglia legata a tradizioni, prassi non riproducibili in un contesto nuovo e un mondo scolastico, aggregativi, dei pari, che riconosce ancora solo un modo di rapportarsi, quello europeo.
Non bisogna però dimenticare quella parte del quadro un po’ scura rappresentata dagli adolescenti che finiscono al carcere minorile. Si tratta di adolescenti albanesi, maghrebini, nomadi. L’alta presenza di stranieri non significa che gli adolescenti italiani delinquano di meno, ma che per loro più facilmente si possono utilizzare misure alternative alla permanenza in carcere.
Partire dai diritti
Spesso quando si affronta il tema ‘immigrazione’ si tende ad utilizzare solo alcune lenti, cioè quelle dei costi e dei benefici, della sicurezza (anzi dell’insicurezza), del lavoro (necessario, ma talora ‘rubato’ agli stakanovisti italiani), della prostituzione e dei lavavetri. In questo paragrafo, vorrei utilizzare la lente dei diritti che le Convenzioni Internazionali e le legislazioni nazionali hanno sancito e dichiarato di garantire. Vorrei parlare di diritti universali garantiti da convenzioni soprannazionali che tutelano le persone, indipendentemente dal loro status giuridico.
Ciò che le Carte internazionali ribadiscono, talora però, si scontra con i muri eretti dai moderni stati nazionali. La tutela è affidata all’essere cittadino sia per discendenza che per nascita. Così a quanti sono “cittadini” le varie Costituzioni, Leggi Fondamentali riconoscono i diritti di cittadinanza attiva e passiva, garantiscono, promuovono e tutelano i diritti sociali (lavoro, salute, studio, giusta retribuzione, assistenza...). Ma per chi non è cittadino? Per chi è straniero? Purtroppo per chi è straniero la cittadinanza non è la sola fonte di distinzione, ma a questa si aggiunge spesso la sua condizione economica, la sua stessa provenienza (essere cittadino italiano in Austria vuol dire avere cittadinanza diversa, ma non essere straniero, perché facente parte della stessa famiglia dell’Unione Europea), la sua condizione giuridica (profugo, rifugiato…), la sua condizione professionale (studente, lavoratore, in cerca di occupazione…).

In Italia, lo straniero, se legalmente soggiornante e in regola con la normativa vigente (la legge n.139 del 2002, cosiddetta Bossi-Fini), si vede garantito e tutelato - quanto meno sulla carta - nei suoi diritti sociali (casa, lavoro, istruzione, sanità, assistenza). I


PILLOLE

A Rapallo, il Centro Estivo 2003
(Lorenzo Podestà - 11 agosto 2003)


Rapallo - Anche quest'anno, dal 3 al 29 agosto , si è svolto il Centro Estivo, presso l' Istituto Emiliani dei Padri Somaschi. Una bella occasione per 55 ragazzi e ragazze di Rapallo, tra gli 8 e i 13 anni, per stare insieme, giocare, nuotare (al mare o in piscina), fare attività con educatori simpatici e preparati. E ogni 15 giorni… tutti a Ceriale, al Parco acquatico delle Caravelle, tra scivoli e tuffi sempre più spericolati! Ma è anche una risposta concreta, nata dalla collaborazione tra il Comune di Rapallo e i Padri Somaschi, alla necessità di molti genitori che lavorano anche a luglio ed agosto. Così chi non può farsi aiutare dai nonni, o da altri parenti, può lasciare i propri figli in un ambiente sicuro e ben organizzato, in cui attività ricreative e di impegno (purtroppo si fanno anche i compiti… a piccole dosi) sono dosate con cura. Per questo la metà dei partecipanti al Centro estivo proviene da famiglie extracomunitarie, che hanno meno risorse per offrire ai figli una estate serena e impegnata. Al Centro si conoscono ragazzi e ragazze dalle provenienze più diverse, e per chi è arrivato da poco in Italia è un aiuto piacevole per imparare a comunicare in una lingua e in un ambiente nuovi.

«Dove mangiare, dormire, lavarsi»
(Elisabetta Capriolo - 16 agosto 2003)

ROMA -Sul vademecum "Dove mangiare, dormire, lavarsi" pubblicato e distribuito dalla comunità di Sant'Egidio, la Basilica di Sant'Alessio è indicata come un luogo dove posso mangiare un piatto caldo: fino a 100 persone dalle 12.00 alle 13.00. Effettivamente quel numero lo si raggiunge solo in agosto dove le chiusure per ferie sono più numerose. Solitamente circa 60 persone verso le 11.30 raggiungono l'Aventino e ritirano un numero che serve per la precedenza e tenere un po' di ordine. Funziona così da qualche anno. “Solitamente si distribuisce un piatto di pasta - spiega il Rettore della Basilica - e quello che ci viene dato tramite il Banco Alimentare o privati che ci conoscono. Il tutto è cucinato e preparato nella nostra stessa cucina e servito da noi Somaschi con l'aiuto a volte di qualche volontario. Le persone che vengono a mangiare sono soprattutto provenienti dall'est (Romania, Albania, Turkia, Polonia, Ucraina, Bielorussia…) ma anche africani e latinoamericani. Molti di loro sono saltuari, altri più abituali… ma pochi. Purtroppo il nostro contatto con loro è solamente legato alla distribuzione del pasto anche se a volte no manca l'occasione di fare due chiacchiere e di chiedere qualche informazione sulle loro condizioni di vita qui a Roma”. Si tratta di un servizio molto semplice, ma utile.

diritti ci sono, la legge li riconosce, ma il quotidiano spesso li disconosce, assumendo la veste della discriminazione:
- Il diritto all’istruzione è garantito a tutti i minori stranieri presenti sul territorio, anche agli irregolari, ma esistono poi le condizioni perché a questi ragazzini sia prestata la giusta e doverosa attenzione (insegnanti preparati ad affrontare contesti culturali differenti, laboratori di lingua italiana, contatto con le eventuali famiglie per comprenderne il contesto e l’ambito di crescita…)?
- Il diritto al pari trattamento come lavoratori (ossia assunzione regolare, corrispondenza fra la mansione svolta e la categoria assegnata, retribuzione corrisposta, pagamento delle ore di lavoro straordinario, etc.) è garantito per tutti? - La tutela sanitaria è realmente tale anche laddove non sono presenti nelle strutture mediatori culturali, dove le informazioni non sono tradotte in lingue differenti?
Vi sono poi altri diritti che sono riconosciuti, ma che trovano barriere nella loro esigibilità. Si pensi al diritto ad associarsi e alle difficoltà che incontra un’associazione di stranieri (dal reperire locali per la sua sede, ai costi, all’accreditamento verso sedi istituzionali..); si pensi al diritto di professare la propria religione, alle difficoltà di pratica per quanti sono di fede islamica.
Finora si è parlato di diritti fondamentali della persona, ma si potrebbe continuare con quelli dell’effettiva partecipazione alle scelte in materia di politica dei servizi, dei diritti di cittadinanza attiva e passiva. È un campo da cui gli stranieri sono assenti o dove hanno fatto qualche breve apparizione.
 

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La paura dell’invasione

Concludo questo lavoro con una riflessione sull’Islam, sulla paura dell’Islam che spesso fa capolino sui giornali e nelle trasmissioni radio-Tv. A questo proposito, tre mi sembra siano i punti da considerare: la nazione Italia, la presenza di immigrati e il rapporto Stato-Chiesa. Considerare la presenza islamica una minaccia all’identità italiana presuppone che gli italiani abbiano una forte e consapevole percezione di un’identità nazionale e che su questa identità nazionale si basi la convivenza, la cooperazione, la solidarietà. È proprio così? È così in un paese dove le spinte secessioniste e federaliste coinvolgono una percentuale sempre più alta della cittadinanza, dove si parla di due o tre Italie, dove i giovani non sanno che vi sono state le leggi razziali? Mi pare troppo semplicistico e assai anacronistico giocare la carta del nazionalismo, per una Italia che a più di un secolo dalla sua unificazione non si è ancora abituata a pensarsi come una. Dunque, non c’è da difendere una nazione essenzialmente una. Non ci sono neanche i principi per temere l’invasione di migranti. Le cifre, quelle diffuse dal Dossier Statistico della Caritas, indicano la presenza di più di due milioni di immigrati extracomunitari, inclusi i regolarizzandi. Fra questi vi sono coloro che non lavorano, che delinquono, che parassitano i centri di accoglienza del privato sociale, che per amore o per forza sono costretti ad accattonare o a prostituirsi. È questa una faccia della medaglia che, troppo spesso, viene lucidata, lasciando opaca quella che mostra coloro che lavorano, che contribuiscono allo stato sociale nazionale e per questo hanno il diritto di usufruire di tutte quelle garanzie che il sistema del welfare di un paese di diritto garantisce. Il mondo dell’immigrazione è composito, con cittadini che fuggono da regimi totalitari, da situazioni di guerra, da sistemi economici in crisi, da sistemi in transizione. Vi sono cattolici, ortodossi, buddisti, islamici. Sarebbero questi ultimi da temere per il loro integralismo e per il loro slancio missionario nell’opera di conversione? È realistico pensare che circa 500.000 fedeli, sia pure molto ferventi e praticanti, siano capaci di convertire milioni e milioni di cattolici? Con quali strumenti? Con le moschee che chiedono di aprire, qualcuno potrebbe obiettare. Ecco il punto, le moschee. Che forse la paura non sia quella del confronto ovvero della moschea con un centinaio di fedeli il venerdì e delle chiese con una decina di anziani fedeli la domenica? Nell’era dell’audience, si scatena il marketing della fede. Forse sarò un po’ troppo rigorosa, ma ritengo, come credente, che non solo si teme ciò che non si conosce (e

nel caso specifico gli stereotipi e i luoghi comuni su poligamia, ruolo della donna, diritto familiare… sono eccessivi), ma si ha paura anche se non si è sicuri delle proprie posizioni. Temiamo di vacillare nelle nostre posizioni perché le nostre convinzioni sono solo di facciata, sono flebili ricordi del catechismo. E allora, come già disse qualcuno, non cadiamo nell’errore di “…guardare la pagliuzza nell’occhi dell’altro e non accorgersi della trave che c’è nel nostro”. Chiudiamo le porte, ma il Vangelo parla di accoglienza, di apertura; facciamo distinzioni, classifiche, ma un certo Gesù, anche lui migrante, parlava di fratellanza. Il rischio è che si confonda davvero “...ciò che è di Cesare con ciò che è di Dio”. Se ci permettiamo, come cattolici, di essere autoreferenziali almeno ci sia in noi la consapevolezza che forse nell’ardore della fede rischiamo di cavalcare l’onda di chiusura che attraversa vari gruppi politici, prestando il fianco a facili strumentalizzazioni. Eccoci così all’ultimo punto della riflessione: il rapporto Stato-Chiesa. Un rapporto che è stato conflittuale e ambiguo nei secoli, che è stato chiarito con la formula “libera Chiesa, in libero Stato”, ma che oggi taluni forse vorrebbero rivedere. O almeno così farebbero pensare alcuni interventi che nelle settimane scorse alcuni esponenti della Chiesa e dello Stato hanno fatto. Così, paradossalmente, di fronte alla globalizzazione, alle frontiere sempre più labili, ad un mondo che “è in rete” e perciò dove è possibile sapere e conoscere tutto e camuffare e camuffarsi, mi chiedo non solo se sia plausibile pensare che ci sia ancora qualcosa capace di legarsi indissolubilmente a qualcos’altro, ma anche se nell’era della pluralità non sia riduttivo ed eccessivamente anacronistico pensare e rivendicare un primato che gli stessi che lo rivendicano affondano allo stesso tempo favorendo lo sviluppo della new economy, l’individualismo e la spersonalizzazione.

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IMMIGRATI / Due milioni e mezzo di stranieri in Italia

« Nella Chiesa nessuno è straniero »

di di Bruno MIOLI,  della FONDAZIONE MIGRANTES
 

Il compito primario affidato dalla Chiesa italiana alla Migrantes è quello di affrontare sotto l’aspetto pastorale le migrazioni e quanto alle migrazioni fa riferimento, in primo luogo la famiglia. Poiché tale servizio “pastorale” non lo si può svolgere in forma astratta e disincarnata dagli aspetti sociologici e antropologici, giuridici e legislativi, demografici e quantitativi del fenomeno migratorio, la Migrantes, con altre forze ecclesiali o comunque di ispirazione cristiana, segue da vicino l’evolversi della legislazione anche per quanto riguarda le politiche familiari.
Per la pastorale della famiglia immigrata non c’è da partire da zero, esiste infatti anche da parte del Magistero un ricco patrimonio di indicazioni sicure, abbastanza concrete e dettagliate, che forse non sono sufficientemente conosciute. Inoltre, due dei messaggi che Giovanni Paolo II offre annualmente a tutta la Chiesa dal 1985 per la Giornata Mondiale delle Migrazioni, sono dedicati alla famiglia migrante.
Anche la Chiesa italiana nei suoi documenti ufficiali sulle migrazioni mette in luce i cruciali problemi della famiglia e sollecita un particolare impegno pastorale, a cominciare dalla Nota pastorale del 1982 “I nuovi poveri tra noi e il nostro impegno”, ma soprattutto nel documento del 1990 “Uomini di culture diverse: dal conflitto alla solidarietà” e in quello del 1993 “Ero forestiero e mi avete ospitato”. Più recentemente, nel 2001, Caritas italiana, Ufficio della Pastorale sociale e del Lavoro e Migrantes hanno steso una Guida pratica per l’immigrazione ad uso degli operatori socio-pastorali “Nella Chiesa nessuno è straniero”; anche in questo sussidio ampio spazio viene lasciato alla famiglia e ai problemi connessi.
Inoltre nel dicembre del 2000 ancora tre organismi della CEI hanno cercato di fare il punto sulla pastorale della famiglia con un apposito seminario. Attingendo soprattutto dalle conclusioni si può elencare una serie di tematiche di maggiore rilevanza in fatto di pastorale per la famiglia migrante.
1. L’impegno della Chiesa va in favore di tutte le famiglie; la Chiesa infatti in forza della sua missione promuove e difende la famiglia come istituzione naturale fondata sul valore del matrimonio. Verso i cristiani ed in particolare verso i cattolici la Chiesa ha però una particolare missione, quella di “evangelizzare” la novità sacramentale del matrimonio e della famiglia. Perciò i consultori matrimoniali, i centri per la vita gestiti dalla Chiesa possono rendere un eccellente servizio per tutti i migranti, per tutte le famiglie, ma non può esaurirsi in questi servizi l’impegno della Chiesa verso le famiglie cristiane che esigono attenzioni specifiche a tutela di questa specificità “cristiana”.
2. Si deve prendere atto che alla fragilità dell’istituto familiare, che si riscontra oggi anche fra i nostri cattolici e più ampiamente fra i cittadini italiani, si accompagna negli immigrati un’altra fragilità, quella connessa alla vicenda migratoria, allo sradicamento dal tradizionale contesto socio-culturale e conseguente inserimento in una società occidentale che non solo ha altri riferimenti socio-culturali, ma è pure sulla china di un degrado verso un’impostazione sempre più edonistica e consumistica della vita, svuotata di valori autentici. A questa fragilità “aggiunta” delle famiglie straniere la Chiesa di accoglienza dovrebbe rispondere con una qualificata attenzione, sta però il fatto che in genere la nostra Chiesa locale e in genere la comunità cristiana non è attenta e non si attiva nei confronti della famiglia immigrata; ritiene infatti di aver assolto al suo dovere, offrendo alle famiglie anche immigrate i servizi che sono a disposizione delle famiglie italiane. Inoltre può diventare traumatico e disorientante per gli stranieri constatare che essi dalla cosiddetta “comunità cristiana” hanno poco di cristiano da attingere per la loro vita coniugale e familiare.
3. Per un intervento efficace in favore di queste famiglie migranti, in particolare di quelle cattoliche, il responsabile della Chiesa locale ha tre vie da seguire. Anzitutto, egli prenda atto che nella pastorale ordinaria spesso c’è un deficit di attenzione, di sensibilità e di responsabilità verso queste presenze che, non facendo parte dei “soliti” fedeli, rimangono di fatto emarginate dai programmi e dall’azione pastorale. La scelta prioritaria per gli ultimi deve valere anche in questo caso. Può trattarsi anche di minime cose, ma di grande significato: il censimento accurato e aggiornato di queste nuove presenze, la visita alla famiglia da poco arrivata, il saluto per strada, il benvenuto all’assemblea domenicale, un ricordo alla preghiera dei fedeli, oltre che la disponibilità all’aiuto concreto là dove è possibile.
4. Va fatto il tentativo di agganciare queste famiglie immigrate a qualche gruppo familiare esistente in parrocchia o a qualche singola famiglia esperta nel dare alla propria vita familiare anche una dimensione apostolica e caritativa. Facendosi carico della famiglia immigrata con eleganza, quasi in un rapporto di dare e ricevere, la famiglia italiana sperimenterà un reciproco arricchimento, in analogia a quanto si legge nella Redemptoris missio: “La fede si rafforza donandola”. Questo poi è un campo in cui può ampiamente manifestarsi il genio femminile, che troverà le opportune occasioni per portare il discorso, in clima di confidenza e di amicizia, sul sistema di vita in Italia, sui diritti e doveri, su quanto riguarda gestazione e maternità, salute e igiene, economia domestica e alimentazione, cura della casa ed esigenze del lavoro, adempimenti burocratici e accesso ai pubblici servizi, informazioni sulla parrocchia e sulle sue attività.
5. Se l’immigrato in genere ha bisogno e diritto a una pastorale specifica, tanto più la famiglia immigrata: una pastorale fatta su misura, oltre che della propria lingua, anche della propria cultura e tradizione, spesso tanto diverse su quanto si riferisce all’istituto familiare. Perciò il parroco, quando soprattutto è consistente il numero di famiglie di una determinata etnia, favorirà il contatto di queste famiglie con l’operatore pastorale etnico, particolarmente se questi è sacerdote. Si dovrà però porre attenzione che pastorale specifica e pastorale ordinaria non procedano per due vie parallele; occorre tra le due realtà un esplicito raccordo, un rapporto di conoscenza, di dialogo, di complementarietà.
6. I ricongiungimenti familiari vanno sostenuti anche dalla Chiesa e allo scopo è importante:
- sollecitare i singoli e le famiglie a definire il più concretamente possibile il proprio progetto migratorio;
- sensibilizzare al grande valore dell’unità familiare, che non va troppo subordinata a calcoli economici e soprattutto al miraggio di un guadagno sempre maggiore anche oltre la soglia dei bisogni primari;
- informarsi con rispettosa discrezione sulla reale situazione familiare (separazioni intervenute già al paese di origine o qui in Italia, convivenze, prole avuta fuori del matrimonio, ecc.);
- accostarsi con sincera comprensione alle reali e spesso dure difficoltà che si frappongono al sognato obiettivo dell’unificazione della famiglia, difficoltà riguardanti l’alloggio, il tipo di lavoro, il disbrigo delle pratiche;
- prendere atto che le famiglie ricongiunte spesso continuano a rimanere famiglie “spezzate” ed hanno bisogno di essere sostenute e accompagnate nel loro cammino di integrazione più delle famiglie straniere che si sono formate in Italia.
7. Si dovrà fare pure ogni sforzo perché tra le famiglie della medesima etnia vengano promosse forme di associazionismo, grazie al quale la condivisione delle medesime esperienze si possa tradurre in solidarietà e aiuto reciproco anche sul piano della vita cristiana.
8. Vanno potenziate inoltre le iniziative di sostegno per i figli: doposcuola, inserimento nei nostri gruppi giovanili, nelle attività estive, nelle classi di catechismo e negli oratori per facilitare una sana socializzazione. Una particolare sensibilità e preparazione va richiesta agli insegnanti di religione nelle scuole. I minori, se bene integrati possono diventare ottimi mediatori linguistici e culturali all’interno delle loro famiglie. Per la trasmissione della fede è importantissimo fare ricorso al bilinguismo.
9. Si constata infine che la famiglia riunificata, inserita nel mondo del lavoro, con un proprio alloggio e i figli che frequentano la scuola, entra in una normalità di vita e di rapporto con gli italiani che previene o smorza le tensioni sociali e non lascia spazio per manifestazioni xenofobe. (Da: Internet).

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