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IMMIGRATI /
Due milioni e mezzo di stranieri in Italia
Gli stranieri fra noi
a cura
di
Roberta
RICUCCI
Per chi si occupa
di immigrazione, il 1973 e il 1974 rappresentano due
date importanti. Sono, infatti, gli anni in cui la
Francia e la Germania (allora il muro non era ancora
caduto) chiusero le loro frontiere agli immigrati. La
ricostruzione c’era stata, il boom economico era passato
e si iniziavano a cogliere i primi segni di una crisi
che lo shock petrolifero andava accentuando. Per gli
italiani hanno rappresentano gli anni di passaggio da
paese di emigrazione a paese di immigrazione: i bilanci
demografici furono negativi. Per la prima volta, gli
ingressi erano superiori alle uscite. Il cambiamento fu
colto dagli studiosi, non dai cittadini, che nel
quotidiano non coglievano - e non potevano cogliere nell’immediato
- i segni di tale cambiamento di rotta. Ci volle del
tempo, perché il paese si rendesse conto di essere
diventati i cittadini di un paese ricco, di un paese
verso cui si voleva arrivare.
Da allora sono passati più di vent’anni, l’Italia è
diventata - e si riconosce - un paese di immigrazione,
dove vivono circa 1 milione e mezzo di stranieri (a cui
però vanno aggiunti gli stranieri per cui sono state
presentate quasi 700.000 domande di regolarizzazione),
provenienti soprattutto dal Marocco, dall’Albania, dalla
Romania, dal Perù, dalla Cina e dalle Filippine.
L’Italia, divenuta paese di immigrazione dalla metà
degli anni ‘70, assiste oggi ad un processo di
assestamento strutturale dell’immigrazione. La stessa
struttura della popolazione immigrata sta cambiando le
sue caratteristiche dal punto di vista demografico,
socio-economico e culturale. Il prolungamento del
periodo di residenza, il riequilibrio di genere, la
prevalenza di coniugati, i numerosi ricongiungimenti
familiari e l’aumento del numero degli immigrati con
prole, l’alta percentuale di soggiornanti che hanno
ottenuto la residenza e la percentuale di minori, gli
allievi nelle scuole sono alcuni dei tratti che
confermano la tesi della stabilizzazione. Tratti che,
d’altra parte, determinano anche problemi sociali, come
la formazione scolastica per gli immigrati della seconda
generazione, l’inserimento professionale, la nascita di
tensioni all’interno dei quartieri, etc.
È cambiata, dunque, la struttura dell’immigrazione. Non
più celibi o nubili, ma famiglie, non più solo giovani,
ma anche giovanissimi e adulti. Il progetto da
temporaneo diventa permanente, si parla di
stabilizzazione, di integrazione.
La presenza differenziata di gruppi nazionali si spiega,
in primo luogo, con il tipo di immigrazione dall’estero
che ogni area subisce in relazione alla sua collocazione
geografica, più o meno vicina a certe aree continentali
di provenienza piuttosto che ad altre. Si spiega poi con
il fatto che un effetto richiamo viene esercitato dalle
reti familiari ed, infine, tener conto che gli immigrati,
una volta entrati in Italia (e ciò avviene, come è noto,
soprattutto dalle regioni meridionali e insulari,
tradizionalmente considerate, soprattutto nel
Mediterraneo, come la “porta” verso il nostro Paese) si
muovono all’interno del territorio nazionale secondo
flussi “specializzati” anche per cultura e nazionalità
affini (e in questo caso tali flussi si orientano
solitamente verso il Nord). Più è grande il centro
urbano, più è alta la sua capacità di attrazione nei
confronti degli immigrati stabilitisi in provincia,
mentre per valutare il grado di concentrazione nel
comune capoluogo rispetto all’intera regione influisce
ovviamente il numero delle province.
Accompagnano il processo di inserimento e di
integrazione degli stranieri nelle città italiane alcune
ombre, alcune vecchie storie che si ripetono, quasi come
un ritornello di una vecchia canzone. Sono quelle degli
arrivi dell’ultima ora, degli sbarchi sulle coste
meridionali della penisola, ma anche delle donne, adulte
e minorenni, vittime della tratta, dei minori non
accompagnati, della discriminazione nell’affitto dell’alloggio
o nell’accesso ad alcune professioni, come è il caso
delle donne nigeriane per l’assistenza anziani o la
collaborazione domestica. O ancora, quella della facile
equazione fra straniero e delinquente, ovvero fra
straniera e prostituta. Eppure, nonostante tutto, gli
arrivi continuano, i fattori di espulsione e di
attrazione sono più forti di qualsiasi chiusura.
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'Sporco negro!',
ma era abbronzato
(ANSA - Martedì 5 Agosto 2003,
21:24)
RIMINI - Lo hanno chiamato 'sporco
negro' e lo hanno picchiato, senza accorgersi che
non si trattava di un ragazzo di colore ma di un
italiano molto abbronzato. Si è comunque trattato
di un'aggressione a sfondo razzista quella
avvenuta la scorsa notte a Rimini, dove quattro
'teste rasate' hanno colpito e ferito con una
bottigliata alla gola un turista bergamasco di 17
anni che stava rientrando in albergo insieme ad
altri tre amici.
L'Italia, dopo la Germania, la Francia e la
Gran Bretagna, rafforza la sua posizione come
quarto paese dell'Unione Europea per la
consistenza numerica degli immigrati (nel corso
degli anni '90, la loro presenza è raddoppiata),
il numero di immigrati rimane da noi comunque
ampiamente inferiore, sia come numero complessivo
che come incidenza sulla popolazione residente.
Gli stranieri regolarmente soggiornanti
rappresentano il circa il 4% sulla popolazione
residente (l'incidenza media nell'unione Europea è
del 5,1%).
Chi sono?
Sono vicini di casa.
È forse per questo
che ci fanno paura? |
La famiglia
In un panorama sull’immigrazione in Italia è
opportuno sottolineare la presenza di un attore che
sempre di più cavalca la scena pubblica. È la famiglia
immigrata, che diviene un tema chiave per il confronto e
l’analisi del processo migratorio per i suoi numerosi
risvolti.
1) È sempre più un dato strutturale della popolazione
straniera, un indicatore della propensione all’insediamento
stabile. Il progetto migratorio da temporaneo è ormai
divenuto definitivo, come confermano anche i nuovi
flussi di arrivi. Testimoniano il processo di
stabilizzazione la crescente incidenza di donne, il
prevalere dei coniugati rispetto ai celibi, che prima
costituivano la maggioranza assoluta e ora sono due
punti percentuali in meno.
2) La famiglia, in un contesto di migrazione, incide
sulla stabilizzazione dei migranti di prima generazione,
poiché il ricongiungimento o la formazione di una
famiglia in emigrazione procrastina - quando non esclude
definitivamente - il ritorno al paese di origine. Essa
agisce sulla visibilità sociale, infatti la presenza di
famiglie fa sì che si passi da una situazione di
invisibilità sociale ad un rapporto più intenso con il
paese di accoglienza: si usano i servizi sociali,
educativi, culturali del nuovo contesto. Ha risvolti,
quindi, sui servizi e sulle politiche pubbliche, poiché
nuove esigenze si affacciano, non più legati a
lavoratori e lavoratrici soli, ma a nuclei familiari, a
minori.
3) Occuparsi della famiglia in emigrazione è importante
per i suoi riflessi sulla società di accoglienza e sui
suoi cittadini che va accompagnata nel decodificare i
mutamenti in corso nella popolazione immigrata, spesso
presentata come un monolite da parte dei media, che ne
accentuano l’aspetto più precario, emarginato e
pericoloso.
La presenza di immigrati singoli, celibi o nubili,
coniugati o coniugate, ha lasciato, quindi, da tempo
spazio alla presenza di famiglie straniere. La
stabilizzazione nel nuovo contesto assume forme, tempi e
strutture familiari differenti a seconda della
provenienza, delle reti di conoscenze, della realtà in
cui ci si muove . Così, per il nocciolo duro di
immigrati stabilizzatesi sul territorio italiano, con
più di dieci anni di residenza, con la carta di
soggiorno, la famiglia può essere la famiglia nucleare,
ricongiunta o formatasi qui, ma stabile, inserita nel
tessuto sociale italiano.
Va sottolineato come la ricomposizione della famiglia
difficilmente sia scevra da cambiamenti o da turbamenti
al suo interno.
Innanzitutto, la famiglia immigrata spesso ‘soffre di
solitudine’, senza una rete parentale a cui far
riferimento, a cui rivolgersi per un sostegno. Gli unici
riferimenti potrebbero essere quelli della comunità, ma
in Italia la formazione di comunità consolidate è ancora
in corso. Non si riscontrano esperienze di sostegno
familiare neanche all’interno del crescente
associazionismo etnico, finalizzato piuttosto alla
diffusione di informazioni, all’aiuto nel disbrigo di
pratiche e all’orientamento nel nuovo contesto. Le
iniziative e progetti a sostegno della famiglia
immigrata si ritrovano nell’operato di associazioni
interetniche e del volontariato caritativo cattolico.
In secondo luogo, il rapporto fra i coniugi, che si
ritrovano a convivere dopo un periodo più o meno lungo
di distanza. Si riuniscono e si rivedono, talora con
distanze culturali già troppo ampie. È il caso delle
coppie dove il percorso migratorio è al femminile, dove
il ricongiunto è l’uomo che arriva in un contesto di cui
non conosce la lingua, le tradizioni e in cui si ritrova
ad essere “gregario” della moglie. In questa situazione
il suo ruolo forte, di capo famiglia, è messo in
discussione e sostituito dalla moglie. Laddove, invece,
il ricongiunto è la donna, si può ritrovare un marito
meno interessato alla pratica religiosa rispetto alla
partenza, con una pratica religiosa “più
individualista”. Quindi, in secondo luogo, il
ribaltamento dei ruoli all’interno della famiglia.
In terzo luogo, la famiglia è messa a dura prova dalla
realtà, che viene scoperta sempre meno dorata di come
veniva presentata. Innanzitutto se il ricongiungimento
avviene nell’irregolarità, la |
famiglia vive nella
precarietà, talora divisa perché non vi è un alloggio.
Il ricongiungersi in emigrazione può divenire
un’esperienza dirompente per la stabilità della famiglia
proprio per la discrepanza fra il mondo immaginato e il
mondo trovato, fra il successo descritto (o sperato) del
coniuge partito e la realtà effettiva in cui si muove.
Così il contatto con la nuova realtà dei ricongiunti,
già di per sé carica di problematicità per l’inserimento
in un nuovo contesto, rischia di essere complicata da
numerose variabili. Alla retrocessione sociale dei
genitori immigrati, solitamente ben integrati nella
società del paese d’origine, si lega la conoscenza
insufficiente della lingua del paese di accoglienza, che
rende più difficile l’integrazione per accedere al
lavoro e per accedere alle risorse disponibili. La
precarietà economica, ne consegue, diviene un fattore
fondamentale di impedimento all’assunzione responsabile
ed efficace del ruolo di genitori. Inoltre,
l’integrazione linguistica molto più rapida dei figli
non sempre contribuisce a far sì che i genitori si
sentano a loro agio nel ruolo genitoriale e sociale.
Infine, la precarietà giuridica nella quale si trovano
le famiglie di coloro che chiedono asilo e i membri di
famiglie ricongiunte irregolarmente è un altro elemento
che ha un ruolo destabilizzante e ansiogeno nei rapporti
intra-familiari ed extra-familiari.
La famiglia
In un panorama sull’immigrazione in Italia è
opportuno sottolineare la presenza di un attore che
sempre di più cavalca la scena pubblica. È la famiglia
immigrata, che diviene un tema chiave per il confronto e
l’analisi del processo migratorio per i suoi numerosi
risvolti.
1) È sempre più un dato strutturale della popolazione
straniera, un indicatore della propensione all’insediamento
stabile. Il progetto migratorio da temporaneo è ormai
divenuto definitivo, come confermano anche i nuovi
flussi di arrivi. Testimoniano il processo di
stabilizzazione la crescente incidenza di donne, il
prevalere dei coniugati rispetto ai celibi, che prima
costituivano la maggioranza assoluta e ora sono due
punti percentuali in meno.
2) La famiglia, in un contesto di migrazione, incide
sulla stabilizzazione dei migranti di prima generazione,
poiché il ricongiungimento o la formazione di una
famiglia in emigrazione procrastina - quando non esclude
definitivamente - il ritorno al paese di origine. Essa
agisce sulla visibilità sociale, infatti la presenza di
famiglie fa sì che si passi da una situazione di
invisibilità sociale ad un rapporto più intenso con il
paese di accoglienza: si usano i servizi sociali,
educativi, culturali del nuovo contesto. Ha risvolti,
quindi, sui servizi e sulle politiche pubbliche, poiché
nuove esigenze si affacciano, non più legati a
lavoratori e lavoratrici soli, ma a nuclei familiari, a
minori.
3) Occuparsi della famiglia in emigrazione è importante
per i suoi riflessi sulla società di accoglienza e sui
suoi cittadini che va accompagnata nel decodificare i
mutamenti in corso nella popolazione immigrata, spesso
presentata come un monolite da parte dei media, che ne
accentuano l’aspetto più precario, emarginato e
pericoloso.
La presenza di immigrati singoli, celibi o nubili,
coniugati o coniugate, ha lasciato, quindi, da tempo
spazio alla presenza di famiglie straniere. La
stabilizzazione nel nuovo contesto assume forme, tempi e
strutture familiari differenti a seconda della
provenienza, delle reti di conoscenze, della realtà in
cui ci si muove . Così, per il nocciolo duro di
immigrati stabilizzatesi sul territorio italiano, con
più di dieci anni di residenza, con la carta di
soggiorno, la famiglia può essere la famiglia nucleare,
ricongiunta o formatasi qui, ma stabile, inserita nel
tessuto sociale italiano.
Va sottolineato come la ricomposizione della famiglia
difficilmente sia scevra da cambiamenti o da turbamenti
al suo interno.
Innanzitutto, la famiglia immigrata spesso ‘soffre di
solitudine’, senza una rete parentale a cui far
riferimento, a cui rivolgersi per un sostegno. Gli unici
riferimenti potrebbero essere quelli della comunità, ma
in Italia la formazione di comunità consolidate è ancora
in corso. Non si riscontrano esperienze di sostegno
familiare neanche all’interno del crescente
associazionismo etnico, finalizzato piuttosto alla
diffusione di informazioni, all’aiuto nel disbrigo di
pratiche e all’orientamento nel nuovo contesto. Le
iniziative e progetti a sostegno della famiglia
immigrata si ritrovano nell’operato di associazioni
interetniche e del volontariato caritativo cattolico.
In secondo luogo, il rapporto fra i coniugi, che si
ritrovano a convivere dopo un periodo più o meno lungo
di distanza. Si riuniscono e si rivedono, talora con
distanze culturali già troppo ampie. È il caso delle
coppie dove il percorso migratorio è al femminile, dove
il ricongiunto è l’uomo che arriva in un contesto di cui
non conosce la lingua, le tradizioni e in cui si ritrova
ad essere “gregario” della moglie. In questa situazione
il suo ruolo forte, di capo famiglia, è messo in
discussione e sostituito dalla moglie. Laddove, invece,
il ricongiunto è la donna, si può ritrovare un marito
meno interessato alla pratica religiosa rispetto alla
partenza, con una pratica religiosa “più
individualista”. Quindi, in secondo luogo, il
ribaltamento dei ruoli all’interno della famiglia.
In terzo luogo, la famiglia è messa a dura prova dalla
realtà, che viene scoperta sempre meno dorata di come
veniva presentata. Innanzitutto se il ricongiungimento
avviene nell’irregolarità, la famiglia vive nella
precarietà, talora divisa perché non vi è un alloggio.
Il ricongiungersi in emigrazione può divenire
un’esperienza dirompente per la stabilità della famiglia
proprio per la discrepanza fra il mondo immaginato e il
mondo trovato, fra il successo descritto (o sperato) del
coniuge partito e la realtà effettiva in cui si muove.
Così il contatto con la nuova realtà dei ricongiunti,
già di per sé carica di problematicità per l’inserimento
in un nuovo contesto, rischia di essere complicata da
numerose variabili. Alla retrocessione sociale dei
genitori immigrati, solitamente ben integrati nella
società del paese d’origine, si lega la conoscenza
insufficiente della lingua del paese di accoglienza, che
rende più difficile l’integrazione per accedere al
lavoro e per accedere alle risorse disponibili. La
precarietà economica, ne consegue, diviene un fattore
fondamentale di impedimento all’assunzione responsabile
ed efficace del ruolo di genitori. Inoltre,
l’integrazione linguistica molto più rapida dei figli
non sempre contribuisce a far sì che i genitori si
sentano a loro agio nel ruolo genitoriale e sociale.
Infine, la precarietà giuridica nella quale si trovano
le famiglie di coloro che chiedono asilo e i membri di
famiglie ricongiunte irregolarmente è un altro elemento
che ha un ruolo destabilizzante e ansiogeno nei rapporti
intra-familiari ed extra-familiari.
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I minori
I costi dell’emigrazione, i vincoli all’inserimento
e al ricongiungimento dei familiari dettati dalle
norme in materia di immigrazione (reddito,
metratura dell’alloggio, definizione del grado di
parentela) hanno determinato la formazione di
famiglie monoparentali, in cui il genitore
emigrato è raggiunto da uno o più figli
adolescenti. Gli adolescenti latino americani,
soprattutto, raggiungono le madri e sono da loro
spronati per realizzare un progetto di formazione
e di inserimento qualificato nel mercato del
lavoro italiano. Si tratta quindi di famiglie in
cui la problematica dell’immigrazione si gioca nel
rapporto madre-figlio, che deve essere
riallacciato dopo anni di separazione, in cui
entrambi i soggetti della relazione sono mutati:
la madre ha assunto un ruolo “tipicamente paterno,
da capofamiglia”, mentre il figlio è diventato
adolescente. Una relazione che va ricostruita su
nuove basi affinchè la madre capisca che il figlio
adolescente non è più il bambino di tanti anni
prima e, nel contempo, perché il figlio riscopra e
riconosca l’autorità - e l’autorevolezza - della
figura genitoriale ritrovata.
Famiglie monoparentali sono anche caratteristiche
dell’immigrazione marocchina, dove figli
adolescenti raggiungono i padri per inserirsi
rapidamente nel mercato del lavoro. Ai minori
marocchini si sono aggiunti dalla metà degli anni
novanta i minori albanesi, partiti con il consenso
dei genitori e affidati a conoscenti o addirittura
partiti da soli hanno attraversato l’Adriatico per
raggiungere l’Italia, e spesso città, uffici e
servizi precisi alla ricerca di un lavoro, di una
tutela e, così, di un permesso di soggiorno che
gli consentisse di sviluppare il loro futuro in
Italia. Anche dietro questi minori non
accompagnati vi è una famiglia, anzi alcune volte
ve ne sono più di una. Vi è la famiglia di
origine, che per amore o per forza, si distacca da
un figlio adolescente dal punto di vista
anagrafico, ma già adulto secondo la tradizione
culturale. Vi è poi la famiglia del tutore a cui
il minore viene affidato, che si incarica di
seguire il progetto di integrazione, attraverso la
formazione scolastica e lavorativa. Minori soli
sono anche le ragazzine coinvolte nel giro della
prostituzione, o meglio della tratta di esseri
umani. Sono minorenni, soprattutto dell’Europa
dell’Est, arrivate in Italia dopo essere state
vendute, con il sogno infranto di un lavoro e
l’incubo reale delle sevizie e dello sfruttamento.
Alcune si salvano, riescono a fuggire e trovano la
forza di rivolgersi ai servizi sociali, alla
polizia, e il coraggio di chiedere aiuto e
denunciare. Per alcune, su richiesta, la fine dell’incubo
avviene con il rientro in famiglia. Per altre,
soprattutto per le ragazze vendute dalla stessa
famiglia, ricomincia una nuova vita, con una nuova
famiglia: la comunità d’accoglienza in cui sono
inserite e dove trovano un sostegno per
intraprendere un percorso di inserimento.
Soli o con famiglia, scolari di mattina e
venditori di pomeriggio, giovanissimi studenti
degli istituti tecnici o futuri fresatori, a loro,
che non sono i crociati di una fantomatica
invasione dell’Islam o del cristianesimo ortodosso,
si rivolgono numerose iniziative che il privato
sociale e le città hanno attivato. Talora si
tratta di strumenti creati ad hoc, come i sevizi
d’accoglienza a bassa soglia o i corsi di
alfabetizzazione linguistica, talora, invece, si
tratta di un ampliamento e di una riscoperta di
attività e strumenti già usati per i minori
italiani (il doposcuola…). I centri, le
associazioni, gli oratori portano avanti durante
l’anno iniziative ed attività che vedono coinvolti
minori stranieri: corsi di informatica, di
sostegno scolastico, ma anche di apprendimento e
rafforzamento delle competenze linguistiche,
attività sportive e ricreative.
L’attenzione alle diverse provenienze, la
valorizzazione delle culture di cui i ragazzi sono
portatori è parte del modo di lavorare di
operatori e volontari che spesso divengono l’unico
punto di riferimento per quei minori stranieri che
non riescono a trovare un equilibrio nel “vivere
fra due mondi”, fra una famiglia legata a
tradizioni, prassi non riproducibili in un
contesto nuovo e un mondo scolastico, aggregativi,
dei pari, che riconosce ancora solo un modo di
rapportarsi, quello europeo.
Non bisogna però dimenticare quella parte del
quadro un po’ scura rappresentata dagli
adolescenti che finiscono al carcere minorile. Si
tratta di adolescenti albanesi, maghrebini, nomadi.
L’alta presenza di stranieri non significa che gli
adolescenti italiani delinquano di meno, ma che
per loro più facilmente si possono utilizzare
misure alternative alla permanenza in carcere.
Partire dai diritti
Spesso quando si affronta il tema ‘immigrazione’
si tende ad utilizzare solo alcune lenti, cioè
quelle dei costi e dei benefici, della sicurezza (anzi
dell’insicurezza), del lavoro (necessario, ma
talora ‘rubato’ agli stakanovisti italiani), della
prostituzione e dei lavavetri. In questo paragrafo,
vorrei utilizzare la lente dei diritti che le
Convenzioni Internazionali e le legislazioni
nazionali hanno sancito e dichiarato di garantire.
Vorrei parlare di diritti universali garantiti da
convenzioni soprannazionali che tutelano le
persone, indipendentemente dal loro status
giuridico.
Ciò che le Carte internazionali ribadiscono,
talora però, si scontra con i muri eretti dai
moderni stati nazionali. La tutela è affidata all’essere
cittadino sia per discendenza che per nascita.
Così a quanti sono “cittadini” le varie
Costituzioni, Leggi Fondamentali riconoscono i
diritti di cittadinanza attiva e passiva,
garantiscono, promuovono e tutelano i diritti
sociali (lavoro, salute, studio, giusta
retribuzione, assistenza...). Ma per chi non è
cittadino? Per chi è straniero? Purtroppo per chi
è straniero la cittadinanza non è la sola fonte di
distinzione, ma a questa si aggiunge spesso la sua
condizione economica, la sua stessa provenienza (essere
cittadino italiano in Austria vuol dire avere
cittadinanza diversa, ma non essere straniero,
perché facente parte della stessa famiglia dell’Unione
Europea), la sua condizione giuridica (profugo,
rifugiato…), la sua condizione professionale (studente,
lavoratore, in cerca di occupazione…).
In Italia, lo straniero,
se legalmente soggiornante e in regola con la
normativa vigente (la legge n.139 del 2002,
cosiddetta Bossi-Fini), si vede garantito e
tutelato - quanto meno sulla carta - nei suoi
diritti sociali (casa, lavoro, istruzione, sanità,
assistenza). I
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PILLOLE
A Rapallo,
il Centro Estivo 2003
(Lorenzo Podestà - 11 agosto 2003)

Rapallo - Anche
quest'anno, dal 3 al 29 agosto , si è svolto il
Centro Estivo, presso l' Istituto Emiliani dei
Padri Somaschi. Una bella occasione per 55 ragazzi
e ragazze di Rapallo, tra gli 8 e i 13 anni, per
stare insieme, giocare, nuotare (al mare o in
piscina), fare attività con educatori simpatici e
preparati. E ogni 15 giorni… tutti a Ceriale, al
Parco acquatico delle Caravelle, tra scivoli e
tuffi sempre più spericolati! Ma è anche una
risposta concreta, nata dalla collaborazione tra
il Comune di Rapallo e i Padri Somaschi, alla
necessità di molti genitori che lavorano anche a
luglio ed agosto. Così chi non può farsi aiutare
dai nonni, o da altri parenti, può lasciare i
propri figli in un ambiente sicuro e ben
organizzato, in cui attività ricreative e di
impegno (purtroppo si fanno anche i compiti… a
piccole dosi) sono dosate con cura. Per questo la
metà dei partecipanti al Centro estivo proviene da
famiglie extracomunitarie, che hanno meno risorse
per offrire ai figli una estate serena e impegnata.
Al Centro si conoscono ragazzi e ragazze dalle
provenienze più diverse, e per chi è arrivato da
poco in Italia è un aiuto piacevole per imparare a
comunicare in una lingua e in un ambiente nuovi.
«Dove
mangiare, dormire, lavarsi»
(Elisabetta Capriolo - 16 agosto 2003)
ROMA -Sul vademecum "Dove
mangiare, dormire, lavarsi" pubblicato e
distribuito dalla comunità di Sant'Egidio, la
Basilica di Sant'Alessio è indicata come un luogo
dove posso mangiare un piatto caldo: fino a 100
persone dalle 12.00 alle 13.00. Effettivamente
quel numero lo si raggiunge solo in agosto dove le
chiusure per ferie sono più numerose. Solitamente
circa 60 persone verso le 11.30 raggiungono
l'Aventino e ritirano un numero che serve per la
precedenza e tenere un po' di ordine. Funziona
così da qualche anno. “Solitamente si distribuisce
un piatto di pasta - spiega il Rettore della
Basilica - e quello che ci viene dato tramite il
Banco Alimentare o privati che ci conoscono. Il
tutto è cucinato e preparato nella nostra stessa
cucina e servito da noi Somaschi con l'aiuto a
volte di qualche volontario. Le persone che
vengono a mangiare sono soprattutto provenienti
dall'est (Romania, Albania, Turkia, Polonia,
Ucraina, Bielorussia…) ma anche africani e
latinoamericani. Molti di loro sono saltuari,
altri più abituali… ma pochi. Purtroppo il nostro
contatto con loro è solamente legato alla
distribuzione del pasto anche se a volte no manca
l'occasione di fare due chiacchiere e di chiedere
qualche informazione sulle loro condizioni di vita
qui a Roma”. Si tratta di un servizio molto
semplice, ma utile. |
diritti ci sono, la legge li
riconosce, ma il quotidiano spesso li disconosce,
assumendo la veste della discriminazione:
- Il diritto all’istruzione è garantito a tutti i
minori stranieri presenti sul territorio, anche
agli irregolari, ma esistono poi le condizioni
perché a questi ragazzini sia prestata la giusta e
doverosa attenzione (insegnanti preparati ad
affrontare contesti culturali differenti,
laboratori di lingua italiana, contatto con le
eventuali famiglie per comprenderne il contesto e
l’ambito di crescita…)?
- Il diritto al pari trattamento come lavoratori (ossia
assunzione regolare, corrispondenza fra la
mansione svolta e la categoria assegnata,
retribuzione corrisposta, pagamento delle ore di
lavoro straordinario, etc.) è garantito per tutti?
- La tutela sanitaria è realmente tale anche laddove non
sono presenti nelle strutture mediatori culturali, dove
le informazioni non sono tradotte in lingue differenti?
Vi sono poi altri diritti che sono riconosciuti, ma che
trovano barriere nella loro esigibilità. Si pensi al
diritto ad associarsi e alle difficoltà che incontra
un’associazione di stranieri (dal reperire locali per la
sua sede, ai costi, all’accreditamento verso sedi
istituzionali..); si pensi al diritto di professare la
propria religione, alle difficoltà di pratica per quanti
sono di fede islamica.
Finora si è parlato di diritti fondamentali della
persona, ma si potrebbe continuare con quelli dell’effettiva
partecipazione alle scelte in materia di politica dei
servizi, dei diritti di cittadinanza attiva e passiva. È
un campo da cui gli stranieri sono assenti o dove hanno
fatto qualche breve apparizione.
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Galleria
fotografica
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La paura
dell’invasione
Concludo questo lavoro
con una riflessione sull’Islam, sulla paura dell’Islam
che spesso fa capolino sui giornali e nelle
trasmissioni radio-Tv. A questo proposito, tre mi
sembra siano i punti da considerare: la nazione
Italia, la presenza di immigrati e il rapporto
Stato-Chiesa. Considerare la presenza islamica una
minaccia all’identità italiana presuppone che gli
italiani abbiano una forte e consapevole
percezione di un’identità nazionale e che su
questa identità nazionale si basi la convivenza,
la cooperazione, la solidarietà. È proprio così? È
così in un paese dove le spinte secessioniste e
federaliste coinvolgono una percentuale sempre più
alta della cittadinanza, dove si parla di due o
tre Italie, dove i giovani non sanno che vi sono
state le leggi razziali? Mi pare troppo
semplicistico e assai anacronistico giocare la
carta del nazionalismo, per una Italia che a più
di un secolo dalla sua unificazione non si è
ancora abituata a pensarsi come una. Dunque, non
c’è da difendere una nazione essenzialmente una.
Non ci sono neanche i principi per temere
l’invasione di migranti. Le cifre, quelle diffuse
dal Dossier Statistico della Caritas, indicano la
presenza di più di due milioni di immigrati
extracomunitari, inclusi i regolarizzandi. Fra
questi vi sono coloro che non lavorano, che
delinquono, che parassitano i centri di
accoglienza del privato sociale, che per amore o
per forza sono costretti ad accattonare o a
prostituirsi. È questa una faccia della medaglia
che, troppo spesso, viene lucidata, lasciando
opaca quella che mostra coloro che lavorano, che
contribuiscono allo stato sociale nazionale e per
questo hanno il diritto di usufruire di tutte
quelle garanzie che il sistema del welfare di un
paese di diritto garantisce. Il mondo dell’immigrazione
è composito, con cittadini che fuggono da regimi
totalitari, da situazioni di guerra, da sistemi
economici in crisi, da sistemi in transizione. Vi
sono cattolici, ortodossi, buddisti, islamici.
Sarebbero questi ultimi da temere per il loro
integralismo e per il loro slancio missionario
nell’opera di conversione? È realistico pensare
che circa 500.000 fedeli, sia pure molto ferventi
e praticanti, siano capaci di convertire milioni e
milioni di cattolici? Con quali strumenti? Con le
moschee che chiedono di aprire, qualcuno potrebbe
obiettare. Ecco il punto, le moschee. Che forse la
paura non sia quella del confronto ovvero della
moschea con un centinaio di fedeli il venerdì e
delle chiese con una decina di anziani fedeli la
domenica? Nell’era dell’audience, si scatena il
marketing della fede. Forse sarò un po’ troppo
rigorosa, ma ritengo, come credente, che non solo
si teme ciò che non si conosce (e |
nel caso
specifico gli stereotipi e i luoghi comuni su
poligamia, ruolo della donna, diritto familiare…
sono eccessivi), ma si ha paura anche se non si è
sicuri delle proprie posizioni. Temiamo di
vacillare nelle nostre posizioni perché le nostre
convinzioni sono solo di facciata, sono flebili
ricordi del catechismo. E allora, come già disse
qualcuno, non cadiamo nell’errore di “…guardare la
pagliuzza nell’occhi dell’altro e non accorgersi
della trave che c’è nel nostro”. Chiudiamo le
porte, ma il Vangelo parla di accoglienza, di
apertura; facciamo distinzioni, classifiche, ma un
certo Gesù, anche lui migrante, parlava di
fratellanza. Il rischio è che si confonda davvero
“...ciò che è di Cesare con ciò che è di Dio”. Se
ci permettiamo, come cattolici, di essere
autoreferenziali almeno ci sia in noi la
consapevolezza che forse nell’ardore della fede
rischiamo di cavalcare l’onda di chiusura che
attraversa vari gruppi politici, prestando il
fianco a facili strumentalizzazioni. Eccoci così
all’ultimo punto della riflessione: il rapporto
Stato-Chiesa. Un rapporto che è stato conflittuale
e ambiguo nei secoli, che è stato chiarito con la
formula “libera Chiesa, in libero Stato”, ma che
oggi taluni forse vorrebbero rivedere. O almeno
così farebbero pensare alcuni interventi che nelle
settimane scorse alcuni esponenti della Chiesa e
dello Stato hanno fatto. Così, paradossalmente, di
fronte alla globalizzazione, alle frontiere sempre
più labili, ad un mondo che “è in rete” e perciò
dove è possibile sapere e conoscere tutto e
camuffare e camuffarsi, mi chiedo non solo se sia
plausibile pensare che ci sia ancora qualcosa
capace di legarsi indissolubilmente a qualcos’altro,
ma anche se nell’era della pluralità non sia
riduttivo ed eccessivamente anacronistico pensare
e rivendicare un primato che gli stessi che lo
rivendicano affondano allo stesso tempo favorendo
lo sviluppo della new economy, l’individualismo e
la spersonalizzazione.
ñ
IMMIGRATI /
Due milioni e mezzo di stranieri in Italia
« Nella Chiesa nessuno è straniero »
di di Bruno MIOLI,
della FONDAZIONE MIGRANTES
Il compito primario affidato
dalla Chiesa italiana alla Migrantes è quello di
affrontare sotto l’aspetto pastorale le migrazioni e
quanto alle migrazioni fa riferimento, in primo luogo la
famiglia. Poiché tale servizio “pastorale” non lo si può
svolgere in forma astratta e disincarnata dagli aspetti
sociologici e antropologici, giuridici e legislativi,
demografici e quantitativi del fenomeno migratorio, la
Migrantes, con altre forze ecclesiali o comunque di
ispirazione cristiana, segue da vicino l’evolversi della
legislazione anche per quanto riguarda le politiche
familiari.
Per
la pastorale della famiglia immigrata non c’è da partire
da zero, esiste infatti anche da parte del Magistero un
ricco patrimonio di indicazioni sicure, abbastanza
concrete e dettagliate, che forse non sono
sufficientemente conosciute. Inoltre, due dei messaggi
che Giovanni Paolo II offre annualmente a tutta la
Chiesa dal 1985 per la Giornata Mondiale delle
Migrazioni, sono dedicati alla famiglia migrante.
Anche la Chiesa italiana nei suoi documenti ufficiali
sulle migrazioni mette in luce i cruciali problemi della
famiglia e sollecita un particolare impegno pastorale, a
cominciare dalla Nota pastorale del 1982 “I nuovi poveri
tra noi e il nostro impegno”, ma soprattutto nel
documento del 1990 “Uomini di culture diverse: dal
conflitto alla solidarietà” e in quello del 1993 “Ero
forestiero e mi avete ospitato”. Più recentemente, nel
2001, Caritas italiana, Ufficio della Pastorale sociale
e del Lavoro e Migrantes hanno steso una Guida pratica
per l’immigrazione ad uso degli operatori socio-pastorali
“Nella Chiesa nessuno è straniero”; anche in questo
sussidio ampio spazio viene lasciato alla famiglia e ai
problemi connessi.
Inoltre nel dicembre del 2000 ancora tre organismi della
CEI hanno cercato di fare il punto sulla pastorale della
famiglia con un apposito seminario. Attingendo
soprattutto dalle conclusioni si può elencare una serie
di tematiche di maggiore rilevanza in fatto di pastorale
per la famiglia migrante.
1. L’impegno della
Chiesa va in favore di tutte le famiglie; la Chiesa
infatti in forza della sua missione promuove e difende
la famiglia come istituzione naturale fondata sul valore
del matrimonio. Verso i cristiani ed in particolare
verso i cattolici la Chiesa ha però una particolare
missione, quella di “evangelizzare” la novità
sacramentale del matrimonio e della famiglia. Perciò i
consultori matrimoniali, i centri per la vita gestiti
dalla Chiesa possono rendere un eccellente servizio per
tutti i migranti, per tutte le famiglie, ma non può
esaurirsi in questi servizi l’impegno della Chiesa verso
le famiglie cristiane che esigono attenzioni specifiche
a tutela di questa specificità “cristiana”.
2. Si deve prendere
atto che alla fragilità dell’istituto familiare, che si
riscontra oggi anche fra i nostri cattolici e più
ampiamente fra i cittadini italiani, si accompagna negli
immigrati un’altra fragilità, quella connessa alla
vicenda migratoria, allo sradicamento dal tradizionale
contesto socio-culturale e conseguente inserimento in
una società occidentale che non solo ha altri
riferimenti socio-culturali, ma è pure sulla china di un
degrado verso un’impostazione sempre più edonistica e
consumistica della vita, svuotata di valori autentici. A
questa fragilità “aggiunta” delle famiglie straniere la
Chiesa di accoglienza dovrebbe rispondere con una
qualificata attenzione, sta però il fatto che in genere
la nostra Chiesa locale e in genere la comunità
cristiana non è attenta e non si attiva nei confronti
della famiglia immigrata; ritiene infatti di aver
assolto al suo dovere, offrendo alle famiglie anche
immigrate i servizi che sono a disposizione delle
famiglie italiane. Inoltre può diventare traumatico e
disorientante per gli stranieri constatare che essi
dalla cosiddetta “comunità cristiana” hanno poco di
cristiano da attingere per la loro vita coniugale e
familiare.
3. Per un intervento
efficace in favore di queste famiglie migranti, in
particolare di quelle cattoliche, il responsabile della
Chiesa locale ha tre vie da seguire. Anzitutto, egli
prenda atto che nella pastorale ordinaria spesso c’è un
deficit di attenzione, di sensibilità e di
responsabilità verso queste presenze che, non facendo
parte dei “soliti” fedeli, rimangono di fatto emarginate
dai programmi e dall’azione pastorale. La scelta
prioritaria per gli ultimi deve valere anche in questo
caso. Può trattarsi anche di minime cose, ma di grande
significato: il censimento accurato e aggiornato di
queste nuove presenze, la visita alla famiglia da poco
arrivata, il saluto per strada, il benvenuto all’assemblea
domenicale, un ricordo alla preghiera dei fedeli, oltre
che la disponibilità all’aiuto concreto là dove è
possibile.
4. Va fatto il
tentativo di agganciare queste famiglie immigrate a
qualche gruppo familiare esistente in parrocchia o a
qualche singola famiglia esperta nel dare alla propria
vita familiare anche una dimensione apostolica e
caritativa. Facendosi carico della famiglia immigrata
con eleganza, quasi in un rapporto di dare e ricevere,
la famiglia italiana sperimenterà un reciproco
arricchimento, in analogia a quanto si legge nella
Redemptoris missio: “La fede si rafforza donandola”.
Questo poi è un campo in cui può ampiamente manifestarsi
il genio femminile, che troverà le opportune occasioni
per portare il discorso, in clima di confidenza e di
amicizia, sul sistema di vita in Italia, sui diritti e
doveri, su quanto riguarda gestazione e maternità,
salute e igiene, economia domestica e alimentazione,
cura della casa ed esigenze del lavoro, adempimenti
burocratici e accesso ai pubblici servizi, informazioni
sulla parrocchia e sulle sue attività.
5. Se l’immigrato in
genere ha bisogno e diritto a una pastorale specifica,
tanto più la famiglia immigrata: una pastorale fatta su
misura, oltre che della propria lingua, anche della
propria cultura e tradizione, spesso tanto diverse su
quanto si riferisce all’istituto familiare. Perciò il
parroco, quando soprattutto è consistente il numero di
famiglie di una determinata etnia, favorirà il contatto
di queste famiglie con l’operatore pastorale etnico,
particolarmente se questi è sacerdote. Si dovrà però
porre attenzione che pastorale specifica e pastorale
ordinaria non procedano per due vie parallele; occorre
tra le due realtà un esplicito raccordo, un rapporto di
conoscenza, di dialogo, di complementarietà.
6. I
ricongiungimenti familiari vanno sostenuti anche dalla
Chiesa e allo scopo è importante:
- sollecitare i singoli e le famiglie a definire il più
concretamente possibile il proprio progetto migratorio;
- sensibilizzare al grande valore dell’unità familiare,
che non va troppo subordinata a calcoli economici e
soprattutto al miraggio di un guadagno sempre maggiore
anche oltre la soglia dei bisogni primari;
- informarsi con rispettosa discrezione sulla reale
situazione familiare (separazioni intervenute già al
paese di origine o qui in Italia, convivenze, prole
avuta fuori del matrimonio, ecc.);
- accostarsi con sincera comprensione alle reali e
spesso dure difficoltà che si frappongono al sognato
obiettivo dell’unificazione della famiglia, difficoltà
riguardanti l’alloggio, il tipo di lavoro, il disbrigo
delle pratiche;
- prendere atto che le famiglie ricongiunte spesso
continuano a rimanere famiglie “spezzate” ed hanno
bisogno di essere sostenute e accompagnate nel loro
cammino di integrazione più delle famiglie straniere che
si sono formate in Italia.
7. Si dovrà fare
pure ogni sforzo perché tra le famiglie della medesima
etnia vengano promosse forme di associazionismo, grazie
al quale la condivisione delle medesime esperienze si
possa tradurre in solidarietà e aiuto reciproco anche
sul piano della vita cristiana.
8. Vanno potenziate
inoltre le iniziative di sostegno per i figli:
doposcuola, inserimento nei nostri gruppi giovanili,
nelle attività estive, nelle classi di catechismo e
negli oratori per facilitare una sana socializzazione.
Una particolare sensibilità e preparazione va richiesta
agli insegnanti di religione nelle scuole. I minori, se
bene integrati possono diventare ottimi mediatori
linguistici e culturali all’interno delle loro famiglie.
Per la trasmissione della fede è importantissimo fare
ricorso al bilinguismo.
9. Si constata
infine che la famiglia riunificata, inserita nel mondo
del lavoro, con un proprio alloggio e i figli che
frequentano la scuola, entra in una normalità di vita e
di rapporto con gli italiani che previene o smorza le
tensioni sociali e non lascia spazio per manifestazioni
xenofobe. (Da: Internet). |