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Nonostante sia una
notizia certa, molte volte san Girolamo, da biografie
anche recenti, viene indicato come "sacerdote", e
qualcuna addirittura giunge ad indicarne l'anno di
ordinazione sacerdotale. Noi sappiamo che san
Girolamo non ricevette mai l'ordinazione sacerdotale,
né emise alcuna professione religiosa in nessuno
degli Ordini o Congregazioni del suo tempo. Egli
rimase sempre "laico" e da "laico" operò e si
santificò.
Questo aspetto di san Girolamo lo rende vicino a
tutti i laici e lui "laico" del XVI secolo, dice a
tutti i laici di ogni tempo che la santità e la
missione non sono prerogative esclusive dei sacerdoti
e religiosi, ma lo sono di ogni battezzato: santità e
missione sono radicate nel battesimo che ognuno di
noi ha ricevuto.
Fino a non tanto tempo fa non erano molti i laici che
godevano di un posto nel numero dei "santi"
canonizzati dalla Chiesa. A partire dal concilio di
Trento, come reazione al protestantesimo, il laicato
è stato visto come subordinato al clero e alla sua
opera. Possiamo dire che il concilio Vaticano II ha
rimesso in risalto la missione e il ruolo specifico
del laicato nella chiesa.
Quando venne pubblicato il decreto Apostolicam
actuositatem sull'apostolato dei laici, il Vaticano
II si avviava al termine. Il documento porta infatti
la data 18 novembre 1965. Meno di un mese dopo il
Concilio, ultimo del secondo Millennio della storia
del cristianesimo, sarebbe stato concluso con
incisivi discorsi da Paolo VI in una solenne
celebrazione in piazza San Pietro.
Scrivevano dei laici con molta lealtà i vescovi già
nella costituzione Lumen Gentium al capitolo quarto:
"I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto
contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa.
Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per
assumersi da soli tutta la missione della salvezza
che la Chiesa ha ricevuto nei confronti del mondo, ma
che il loro magnifico incarico è di pascere i fedeli
e di riconoscere i loro servizi e i loro carismi, in
modo che tutti concordemente cooperino, nella loro
misura, all'opera comune. Infatti bisogna che tutti,
"operando conforme alla verità andiamo in ogni modo
crescendo nella carità verso colui che è il Capo,
Cristo; da lui
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Bisogna riconoscere che,
troppo spesso, quando si parla di responsabilità
laicale si analizza quanto sia cresciuta la loro
presenza nell'azione pastorale diretta accanto al
clero, nelle parrocchie e nelle comunità come
catechisti, operatori e animatori pastorali, lettori
liturgici e cantori di assemblee, ministri
straordinari della Comunione ecc. Tutti servizi
all'ombra del campanile. Purtroppo molti preti quando
dicono "i miei laici" pensano solo o primariamente a
quelli citati. Certo hanno una loro importanza: ma il
vero campo laicale è il mondo con tutte le sue
articolazioni. La missione che devono svolgere nelle
comunità riguarda l'essere nel mondo ventiquattro ore
su ventiquattro, non per poche ore alla settimana
nelle aule catechistiche o negli oratori e campi
sportivi.
Ancora dal testo conciliare: "L'apostolato non
consiste soltanto nella testimonianza della vita; il
vero apostolo cerca le occasioni per annunziare
Cristo con la parola sia ai non credenti per condurli
alla fede, sia ai fedeli per istruirli, confermarli
ed indurli ad una vita più fervente... Siccome in
questo nostro tempo nascono nuove questioni e si
diffondono gravissimi errori che cercano di
distruggere dalle fondamenta la religione, l'ordine
morale, e la stessa società umana, questo sacro
Concilio esorta vivamente tutti i laici, perché,
secondo le doti di ingegno e la dottrina di ciascuno
e seguendo il pensiero della Chiesa, adempiano con
più diligenza la parte loro spettante dell'enucleare,
difendere e rettamente applicare i principi cristiani
ai problemi attuali" (n. 6).
Non è facile vivere dentro il mondo, con le sue
logiche, con i suoi meccanismi che spesso stritolano,
e restare ancorati al cielo, a quel "di più" che
rende i cristiani "diversi" dagli altri.
Vivere la missione del laico nella Chiesa e nel mondo
è difficile e tuttavia entusiasmante.
L'appartenenza dei laici alla Chiesa, come una sua
parte viva, attiva e responsabile, deriva dalla
stessa volontà di Gesù Cristo, che ha voluto la sua
Chiesa aperta a tutti e tutti sono invitati con le
loro qualità personali a lavorare nella "vigna" del
Padre, dove ognuno ha il suo posto e il suo premio.
Non è dunque uno slogan parlare dei laici nella
Chiesa, con un loro posto, con una vocazione, con una
missione. q
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tutto il corpo,
ben connesso e solidamente collegato, attraverso
tutte le giunture che l'azionano secondo l'attività
proporzionata a ciascun membro, opera il suo
accrescimento e si va edificando nella carità"" (n.
30).
Fu questo il testo più
conclamato nel laicato, talora anche strumentalizzato
polemicamente per ricordare a certi vescovi, più capi
che pastori, i limiti della loro capacità
interpretativa della realtà contemporanea.
Non è facile stabilire, ad un quarantennio dal
Vaticano II, quanto della sua dottrina sui laici sia
stato recepito. Si legge nel decreto Apostolicam
actuositatem: "Ma i laici, resi partecipi
dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di
Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio
assolvono compiti propri nella Chiesa e nel mondo. In
realtà essi esercitano l'apostolato con la loro
azione per l'evangelizzazione e la santificazione
degli uomini e animando e perfezionando con lo
spirito evangelico l'ordine delle realtà temporali,
in modo che la loro attività in questo ordine
costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva
alla salvezza degli uomini. Siccome è proprio dello
stato dei laici che essi vivano nel mondo e in mezzo
agli affari secolari, sono chiamati da Dio affinché,
ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento
esercitino nel mondo il loro apostolato" (n. 2).
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