La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Aprile/Giugno 2004 - Nº 127

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE vitasomasca@somaschi.org

vita della Chiesa

Le sfide dell'educazione

Recensione

Inglese, internet, impresa... Imbecilli!

Le sfide
dell’educazione

di Augusto BUSSI RONCALINI

 

Nella scuola i cristiani devono essere presenti portando tutta la loro originalità..

Se la scuola non viene riportata ai valori, avremo fallito tutti” ha detto nel febbraio scorso il ministro dell’Istruzione agli oltre duecento delegati riuniti a Roma della Chiesa italiana per riflettere a tutto campo sulle ‘sfide dell’educare’. “Abbiamo una responsabilità verso le generazioni future che si troveranno a vivere in un mondo sempre più difficile e più vasto. Facciamo in modo di non far mancare loro il nostro sostegno”.
E’ vero: la scuola ha davanti una grande sfida. Una sfida decisiva perché il pericolo più grande per i giovani è di non essere capaci di affrontare la vita. Si sa affrontare la vita quando l’educazione che si è ricevuta è stata capace di trasmettere valori veri, i valori della convivenza civile, della solidarietà, dell’ambiente, della cittadinanza che sono poi le cose che restano per tutta la vita. Le nozioni si possono dimenticare, ma non si possono dimenticare i valori.
L’alleanza educativa tra scuola e famiglia, invocata da sempre e tentata ripetutamente, deve cercare di nuovo una collaborazione che sia di vantaggio reciproco e che punti all’educazione dei giovani. Inserire nuove discipline scolastiche è importante, ma se la scuola non dovesse ritrovare il senso dell’essere educatrice, fallirebbe la sua missione. La scuola, infatti, deve far convergere le conoscenze non solo sugli eventi ma sull’essere. Per questo è una esigenza primaria puntare sullo sviluppo della persona nella sua interezza. Famiglia e scuola si affiancano con l’obiettivo comune di formare giovani capaci di aprirsi a una sana e robusta concezione della vita in cui i valori umani non siano estranei.
Si comprende, dunque, come entri in gioco l’antropologia, ossia a quale modello di uomo deve tendere la cultura e l’educazione. “L’educazione - ha esordito il cardinale Ruini nel suo intervento - “non può ridursi ad un ‘galateo sociale’ . Nella società civile oggi si avverte sempre più il problema di come rendere partecipi le nuove generazioni di ciò che sta alla radice della vita comune. L’incapacità di trasmettere qualsiasi cosa abbia a che fare con le grandi domande di senso,è figlia di un’antropologia che ha spostato drasticamente l’accento dalla filosofia verso le scienze e le tecniche applicate. Da qui la frammentazione e l’estraneità di ogni riferimento al senso ultimo della vita”.
Cosa fare?, si è chiesto il cardinale. Innanzitutto favorire l’incontro tra le realtà che vogliono conferire una valenza educativa al sapere e alla cultura che si trasmettono. In questo quadro i cristiani possono portare una dote preziosa, che è appunto la visione profondamente unitaria dell’uomo forgiata da venti secoli di storia.
“Si tratta di un contributo culturale insostituibile - ha precisato il prelato - che ha lo scopo di contribuire a fondare, ad aggiornare e a rimotivare l’impegno educativo per sconfiggere la cultura della banalità, purtroppo diffusa anche nel mondo della scuola. È pure questo un modo di servire il Paese. Ed è una prospettiva che non contraddice il pluralismo sociale e culturale dell’Italia di oggi, ma lo rende autentico, perché eludere la domanda di senso alla fine non è altro che una omologazione”.
Una nuova presenza, dunque. Nella scuola ma anche negli altri ambiti ad essa collegati. Tornando, ad esempio, ad avere fiducia nel ruolo culturale della famiglia,in un tempo in cui, invece, la si marginalizza nel privato. “Se non appare chiara alla coscienza dei giovani la coerenza tra i modelli proposti e la ‘verità’ annunciata dall’esperienza relazionale primaria della famiglia - osserva il presidente della CEI - l’appropriazione di quei modelli rimarrà solo un fatto esteriore e non darà luogo ad un processo di identificazione”.
A questo compito sono chiamate tutte le istituzioni scolastiche. Il cardinale cita quelle non statali che “devono godere di piena libertà ed essere accessibili a tutti”, ma fa notare come anche nella scuola pubblica gli spazi non manchino. Ad esempio “il processo di riforma va nella direzione di una maggiore responsabilità educativa e culturale affidate alle comunità locali”. E’ una sfida che chiama in causa direttamente parrocchie e associazioni presenti sul territorio.
Così pure, introducendo tra le discipline anche il concetto di “convivenza sociale”, come sintesi dei vari tipi di educazione (alla cittadinanza, ambientale, stradale, alla salute, alimentare, all’affettività), la scuola viene a interessarsi anche della saggezza del vivere e dell’agire bene. “Il compito è arduo e problematico - precisa il vescovo - se pensiamo al disorientamento della società in cui viviamo e al clima di relativismo diffuso che si respira”.
Un altro spazio interessante è quello della nuova formazione professionale; si propone di essere “un percorso capace di rispondere alle esigenze del pieno sviluppo della persona secondo un approccio specifico fondato sull’esperienza reale e sulla riflessione, e quindi in grado di intervenire nel processo di costruzione dell’identità personale”. Occasioni da non lasciar cadere.

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Recensione

Elogio della perfetta indocenza
    

di Porfirio Perboni                                                                       pp. 94 - 8 €  -  Armando Editore, 2003

È proprio vero che l'insegnante sia solamente colui che vive di poesia, di greco e di latino, di filosofia, di chimica e matematica, la cui soddisfazione primaria sia il rapporto quotidiano con i libri, con la cultura e i giovani in crescita ? La professione del docente, da sempre idealizzata, soprattutto dai giovani laureati, appare più una vocazione che un autentico mestiere. Ma la realtà è ben diversa ed è questo il punto di partenza dell'analisi di Perboni. Dalle obiezioni volte a demolire quest'idea radicata nell'opinione pubblica, l'Autore traccia un bilancio sincero e autentico, forse anche realisticamente duro, sull'attività dell'insegnante. "Fare aprire gli occhi sulla vera realtà della professione di insegnante nella scuola italiana di oggi", questo lo scopo dichiarato dall'Autore nelle pagine iniziali. Chi intende intraprendere la carriera dell'insegnamento e cerca nella scuola le proprie soddisfazioni professionali troverà, tra le pagine di questo libro, gli innumerevoli disagi cui va incontro: il magro stipendio che mal gratifica le aspettative di un qualificato professore di liceo, la difficoltà a far quadrare il bilancio familiare e, di conseguenza, la graduale esclusione degli uomini da questo ambito di lavoro che sta divenendo una professione sempre più "al femminile".

Porfirio PERBONI (pseudonimo con il quale l'Autore ha inteso siglare questo volume) è un professore che insegna da alcuni lustri in un liceo del Nord Italia. Ha scelto liberamente il mestiere di docente a tempo pieno, superando tutti i concorsi ordinari necessari. Gettandosi anima e corpo nella professione dell'insegnamento, pago del "lauto stipendio" ministeriale e dell'alta considerazione sociale di cui gode, non svolge nessun'altra attività lavorativa.

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Inglese, Internet, Impresa… Imbecilli!

P. Franco Moscone crs - Pres. Reg. FIDAE Liguria

    

Siamo proprio sicuri che la formula delle tre “I”, costituenti l’intelaiatura portante della riforma scolastica, esauriscano il teorema del sistema Scuola Italia? Non pare che ne manchi una quarta, o meglio, che al posto delle tre fosse sufficiente una sola, ma non presente tra quelle inserite?
Provo a rispondere alle domande riportate con una riflessione che ritengo possa contribuire a portare materiale di discussione alla polemica in corso.
La riforma del pragmatico Ministro Berlinguer palesava le tre “I” nascondendole, sotto forma di contenuti, nel passaggio dalla “scuola dei programmi a quella dei curricoli”. La riforma del “gentile ministro” Moratti ne fa un poderoso cavallo di battaglia, anche perché tale trinomio era sbandierato nel programma firmato davanti agli Italiani dall”unto del Signore”!
A me sembra che tali “I”, così come impostate in entrambi i casi concludano necessariamente ad una quarta: Imbecilli! Una “I” sarebbe stata sufficiente per portare il problema scuola all’urgenza improcrastinabile di una seria riforma: il piccolo Italiano che deve diventare grande!…che si appresta a diventare Europeo! E quali “I” sono indispensabili al nostro bambino che cresce?

Ebbene, non potrà fare a meno di volitivo Impegno, di libera Ispirazione, di ricca Intelligenza. E dove sono finite queste “I”? Perché nessuno, eppure molti sono i contestatori di questa, come della precedente riforma, se ne occupa, se ne prende a cuore la loro salute? Ma di queste “I”, che hanno costruito il tessuto culturale e spirituale dell’Italia e dell’Europa, nessun riformatore o contestatore del terzo millenio sembra tenere conto

I Riformatori, di sinistra o di destra che siano, sono preoccupati di stare alla guida della società globalizzata, di

 inserirsi nel sistema angloamericano in forma concorrenziale pensando di imitarne le “conquiste”, e così concludono solo in una brutta copia che non fa altro che confermarne ed accrescerne i difetti. I Contestatori, invece, alzando ridicole barricate, difendono posizioni di parte, e proprio per questo vecchie e frenanti lo sviluppo, fino al punto che torna ad essere buono, ciò che fino a ieri era da eliminare o modificare. Né agli uni, né agli altri interessa il piccolo Italiano che vuole crescere. E crescere significa imparare a camminare con le proprie gambe, non essere portato in braccio, magari con la scusa di essere “difeso” o “facilitato” in uno sviluppo più veloce ed efficiente senza perdite di tempo. Ma si sa, essere portato in braccio significa alla fine trovarsi ad essere andato dove non si voleva andare, significa essere impedito in uno dei diritti fondamentali della persona che è il diritto di movimento: ed esiste, oltre che al movimento nello spazio fisico, quello più importate del movimento nello spazio spirituale del pensiero.
Tra i tanti articoli apparsi in questi giorni sui quotidiani uno mi è parso particolarmente intelligentee contro corrente; è quello di Pietro Citati, pubblicato su Repubblica il 12 febbraio, dal titolo erasmiano “Elogio del tempo vuoto”. Chi contesta la riforma Moratti lo fa unicamente in nome del tempo pieno, e rispolvera in forma carnevalesca atteggiamenti sessantottini. Ci si dimentica dei danni didattici ed educativi che il modo di interpretare il tempo pieno nella scuola italiana degli ultimi decenni ha causato. Ci si dimentica, che proprio per sanare questi, come altri danni e ritardi si è invocata una riforma del sistema. Io sono con Don Lorenzo Milani: l’unico che in Italia ha compiuto una riforma copernicana del sistema scuola, peccato che tale riforma sia stata adottata solo in una frazione del Mugello.

Quella di Don Milani era scuola a tempo pieno, ma chi riempiva questo tempo?

Gli insegnanti, per salvare il loro posto di lavoro sicuro, blindandolo dietro normative sindacali? Gli istituti, per garantire la loro autonomia ed immagine sul mercato? Il legislatore, per dimostrare la sua capacità politico-governativa in un mondo diventato villaggio globale? Le famiglie, per assicurarsi a buon prezzo un ambiente sicuro dove posteggiare i figli mentre si dedicano ai nuovi compiti che la globalizzazione ha loro affidato? No, nessuno di questi può essere il soggetto del tempo pieno. L’unico soggetto, che ha la capacità di riempirlo, è l’alunno-studente, il piccolo Italiano che vuole crescere. Le tre “I” che costituiscono il contenuto del riempimento creativo ed innovativo, che rispettano la persona nell’oggi e nel domani, non possono che essere il suo volitivo Impegno, la sua libera Ispirazione, e la sua ricca Intelligenza.
Concludo con un giudizio di Clifford Stoll, colui che più di altri ha contribuito a fare di Internet da progetto di ricerca a fenomeno mondiale. “Vogliamo una nazione di stupidi? Basta centrare sulla tecnologia il curriculum di studi - insegnamento attraverso videocassette, computer, sistemi multimediali. Si punti al massimo risultato possibile nei test di verifica standardizzati e si tolgano di mezzo quelle materie non di massa come la musica, l’arte e la storia. Avremo una nazione di stupidi…È facile scambiare per intelligenza la semplice familiarità con i computer, ma saper manovrare un computer non significa acutezza mentale. E incompetenza informatica ancor meno significa stupidità” (C. Stoll, Confessioni di un eretico high-tech, Garzanti, Milano 2001 pagg. 13,16). Consiglio Riformatori e Contestatori, di tutti gli schieramenti, a leggersi questo libro ed a riprendere il dialogo costruttivo, non partendo dalle “I” o dal tempo pieno, ma dal piccolo Italiano che vuole crescere.

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