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Nella scuola i cristiani devono essere presenti
portando tutta la loro originalità..
Se la scuola non viene
riportata ai valori, avremo fallito tutti” ha detto
nel febbraio scorso il ministro dell’Istruzione agli
oltre duecento delegati riuniti a Roma della Chiesa
italiana per riflettere a tutto campo sulle ‘sfide
dell’educare’. “Abbiamo una responsabilità verso le
generazioni future che si troveranno a vivere in un
mondo sempre più difficile e più vasto. Facciamo in
modo di non far mancare loro il nostro sostegno”.
E’ vero: la scuola ha davanti una grande sfida. Una
sfida decisiva perché il pericolo più grande per i
giovani è di non essere capaci di affrontare la vita.
Si sa affrontare la vita quando l’educazione che si è
ricevuta è stata capace di trasmettere valori veri, i
valori della convivenza civile, della solidarietà,
dell’ambiente, della cittadinanza che sono poi le
cose che restano per tutta la vita. Le nozioni si
possono dimenticare, ma non si possono dimenticare i
valori.
L’alleanza educativa tra scuola e famiglia, invocata
da sempre e tentata ripetutamente, deve cercare di
nuovo una collaborazione che sia di vantaggio
reciproco e che punti all’educazione dei giovani.
Inserire nuove discipline scolastiche è importante,
ma se la scuola non dovesse ritrovare il senso
dell’essere educatrice, fallirebbe la sua missione.
La scuola, infatti, deve far convergere le conoscenze
non solo sugli eventi ma sull’essere. Per questo è
una esigenza primaria puntare sullo sviluppo della
persona nella sua interezza. Famiglia e scuola si
affiancano con l’obiettivo comune di formare giovani
capaci di aprirsi a una sana e robusta concezione
della vita in cui i valori umani non siano estranei.
Si comprende, dunque, come entri in gioco
l’antropologia, ossia a quale modello di uomo deve
tendere la cultura e l’educazione. “L’educazione - ha
esordito il cardinale Ruini nel suo intervento - “non
può ridursi ad un ‘galateo sociale’ . Nella società
civile oggi si avverte sempre più il problema di come
rendere partecipi le nuove generazioni di ciò che sta
alla radice della vita comune. L’incapacità di
trasmettere qualsiasi cosa abbia a che fare con le
grandi domande di senso,è figlia di un’antropologia
che ha spostato drasticamente l’accento dalla
filosofia verso le scienze e le tecniche applicate.
Da qui la frammentazione e l’estraneità di ogni
riferimento al senso ultimo della vita”.
Cosa fare?, si è chiesto il cardinale. Innanzitutto
favorire l’incontro tra le realtà che vogliono
conferire una valenza educativa al sapere e alla
cultura che si trasmettono. In questo quadro i
cristiani possono portare una dote preziosa, che è
appunto la visione profondamente unitaria dell’uomo
forgiata da venti secoli di storia.
“Si tratta di un contributo culturale insostituibile
- ha precisato il prelato - che ha lo scopo di
contribuire a fondare, ad aggiornare e a rimotivare
l’impegno educativo per sconfiggere la cultura della
banalità, purtroppo diffusa anche nel mondo della
scuola. È pure questo un modo di servire il Paese. Ed
è una prospettiva che non contraddice il pluralismo
sociale e culturale dell’Italia di oggi, ma lo rende
autentico, perché eludere la domanda di senso alla
fine non è altro che una omologazione”.
Una nuova presenza, dunque. Nella scuola ma anche
negli altri ambiti ad essa collegati. Tornando, ad
esempio, ad avere fiducia nel ruolo culturale della
famiglia,in un tempo in cui, invece, la si
marginalizza nel privato. “Se non appare chiara alla
coscienza dei giovani la coerenza tra i modelli
proposti e la ‘verità’ annunciata dall’esperienza
relazionale primaria della famiglia - osserva il
presidente della CEI - l’appropriazione di quei
modelli rimarrà solo un fatto esteriore e non darà
luogo ad un processo di identificazione”.
A questo compito sono chiamate tutte le istituzioni
scolastiche. Il cardinale cita quelle non statali che
“devono godere di piena libertà ed essere accessibili
a tutti”, ma fa notare come anche nella scuola
pubblica gli spazi non manchino. Ad esempio “il
processo di riforma va nella direzione di una
maggiore responsabilità educativa e culturale
affidate alle comunità locali”. E’ una sfida che
chiama in causa direttamente parrocchie e
associazioni presenti sul territorio.
Così pure, introducendo tra le discipline anche il
concetto di “convivenza sociale”, come sintesi dei
vari tipi di educazione (alla cittadinanza,
ambientale, stradale, alla salute, alimentare,
all’affettività), la scuola viene a interessarsi
anche della saggezza del vivere e dell’agire bene.
“Il compito è arduo e problematico - precisa il
vescovo - se pensiamo al disorientamento della
società in cui viviamo e al clima di relativismo
diffuso che si respira”.
Un altro spazio interessante è quello della nuova
formazione professionale; si propone di essere “un
percorso capace di rispondere alle esigenze del pieno
sviluppo della persona secondo un approccio specifico
fondato sull’esperienza reale e sulla riflessione, e
quindi in grado di intervenire nel processo di
costruzione dell’identità personale”. Occasioni da
non lasciar cadere.
Ý
Recensione
Elogio
della perfetta indocenza
di Porfirio Perboni
pp. 94 - 8 € - Armando Editore,
2003
È
proprio vero che l'insegnante sia solamente colui che
vive di poesia, di greco e di latino, di filosofia, di
chimica e matematica, la cui soddisfazione primaria sia
il rapporto quotidiano con i libri, con la cultura e i
giovani in crescita ? La professione del docente, da
sempre idealizzata, soprattutto dai giovani laureati,
appare più una vocazione che un autentico mestiere. Ma
la realtà è ben diversa ed è questo il punto di partenza
dell'analisi di Perboni. Dalle obiezioni volte a
demolire quest'idea radicata nell'opinione pubblica,
l'Autore traccia un bilancio sincero e autentico, forse
anche realisticamente duro, sull'attività
dell'insegnante. "Fare aprire gli occhi sulla vera
realtà della professione di insegnante nella scuola
italiana di oggi", questo lo scopo dichiarato
dall'Autore nelle pagine iniziali. Chi intende
intraprendere la carriera dell'insegnamento e cerca
nella scuola le proprie soddisfazioni professionali
troverà, tra le pagine di questo libro, gli innumerevoli
disagi cui va incontro: il magro stipendio che mal
gratifica le aspettative di un qualificato professore di
liceo, la difficoltà a far quadrare il bilancio
familiare e, di conseguenza, la graduale esclusione
degli uomini da questo ambito di lavoro che sta
divenendo una professione sempre più "al femminile".
Porfirio PERBONI (pseudonimo con il quale l'Autore ha
inteso siglare questo volume) è un professore che
insegna da alcuni lustri in un liceo del Nord Italia. Ha
scelto liberamente il mestiere di docente a tempo pieno,
superando tutti i concorsi ordinari necessari.
Gettandosi anima e corpo nella professione
dell'insegnamento, pago del "lauto stipendio"
ministeriale e dell'alta considerazione sociale di cui
gode, non svolge nessun'altra attività lavorativa.
Ý
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Inglese, Internet, Impresa… Imbecilli!
P. Franco Moscone crs - Pres. Reg. FIDAE
Liguria
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Siamo
proprio sicuri che la formula delle tre “I”,
costituenti l’intelaiatura portante della riforma
scolastica, esauriscano il teorema del sistema
Scuola Italia? Non pare che ne manchi una quarta,
o meglio, che al posto delle tre fosse sufficiente
una sola, ma non presente tra quelle inserite?
Provo a rispondere alle domande riportate con una
riflessione che ritengo possa contribuire a
portare materiale di discussione alla polemica in
corso.
La riforma del pragmatico Ministro Berlinguer
palesava le tre “I” nascondendole, sotto forma di
contenuti, nel passaggio dalla “scuola dei
programmi a quella dei curricoli”. La riforma del
“gentile ministro” Moratti ne fa un poderoso
cavallo di battaglia, anche perché tale trinomio
era sbandierato nel programma firmato davanti agli
Italiani dall”unto del Signore”!
A me sembra che tali “I”, così come impostate in
entrambi i casi concludano necessariamente ad una
quarta: Imbecilli! Una “I” sarebbe stata
sufficiente per portare il problema scuola
all’urgenza improcrastinabile di una seria riforma:
il piccolo Italiano che deve diventare grande!…che
si appresta a diventare Europeo! E quali “I” sono
indispensabili al nostro bambino che cresce?
Ebbene,
non potrà fare a meno di volitivo Impegno, di
libera Ispirazione, di ricca Intelligenza. E dove
sono finite queste “I”? Perché nessuno, eppure
molti sono i contestatori di questa, come della
precedente riforma, se ne occupa, se ne prende a
cuore la loro salute? Ma di queste “I”, che hanno
costruito il tessuto culturale e spirituale
dell’Italia e dell’Europa, nessun riformatore o
contestatore del terzo millenio sembra tenere
conto
I
Riformatori, di sinistra o di destra che siano,
sono preoccupati di stare alla guida della società
globalizzata, di |
inserirsi
nel sistema angloamericano in forma concorrenziale
pensando di imitarne le “conquiste”, e così
concludono solo in una brutta copia che non fa
altro che confermarne ed accrescerne i difetti. I
Contestatori, invece, alzando ridicole barricate,
difendono posizioni di parte, e proprio per questo
vecchie e frenanti lo sviluppo, fino al punto che
torna ad essere buono, ciò che fino a ieri era da
eliminare o modificare. Né agli uni, né agli altri
interessa il piccolo Italiano che vuole crescere.
E crescere significa imparare a camminare con le
proprie gambe, non essere portato in braccio,
magari con la scusa di essere “difeso” o
“facilitato” in uno sviluppo più veloce ed
efficiente senza perdite di tempo. Ma si sa,
essere portato in braccio significa alla fine
trovarsi ad essere andato dove non si voleva
andare, significa essere impedito in uno dei
diritti fondamentali della persona che è il
diritto di movimento: ed esiste, oltre che al
movimento nello spazio fisico, quello più
importate del movimento nello spazio spirituale
del pensiero.
Tra i tanti articoli apparsi in questi giorni sui
quotidiani uno mi è parso particolarmente
intelligentee contro corrente; è quello di Pietro
Citati, pubblicato su Repubblica il 12 febbraio,
dal titolo erasmiano “Elogio del tempo vuoto”. Chi
contesta la riforma Moratti lo fa unicamente in
nome del tempo pieno, e rispolvera in forma
carnevalesca atteggiamenti sessantottini. Ci si
dimentica dei danni didattici ed educativi che il
modo di interpretare il tempo pieno nella scuola
italiana degli ultimi decenni ha causato. Ci si
dimentica, che proprio per sanare questi, come
altri danni e ritardi si è invocata una riforma
del sistema. Io sono con Don Lorenzo Milani:
l’unico che in Italia ha compiuto una riforma
copernicana del sistema scuola, peccato che tale
riforma sia stata adottata solo in una frazione
del Mugello.
Quella
di Don Milani era scuola a tempo pieno, ma chi
riempiva questo tempo? |
Gli
insegnanti, per salvare il loro posto di lavoro
sicuro, blindandolo dietro normative sindacali?
Gli istituti, per garantire la loro autonomia ed
immagine sul mercato? Il legislatore, per
dimostrare la sua capacità politico-governativa in
un mondo diventato villaggio globale? Le famiglie,
per assicurarsi a buon prezzo un ambiente sicuro
dove posteggiare i figli mentre si dedicano ai
nuovi compiti che la globalizzazione ha loro
affidato? No, nessuno di questi può essere il
soggetto del tempo pieno. L’unico soggetto, che ha
la capacità di riempirlo, è l’alunno-studente, il
piccolo Italiano che vuole crescere. Le tre “I”
che costituiscono il contenuto del riempimento
creativo ed innovativo, che rispettano la persona
nell’oggi e nel domani, non possono che essere il
suo volitivo Impegno, la sua libera Ispirazione, e
la sua ricca Intelligenza.
Concludo con un giudizio di Clifford Stoll, colui
che più di altri ha contribuito a fare di Internet
da progetto di ricerca a fenomeno mondiale.
“Vogliamo una nazione di stupidi? Basta centrare
sulla tecnologia il curriculum di studi -
insegnamento attraverso videocassette, computer,
sistemi multimediali. Si punti al massimo
risultato possibile nei test di verifica
standardizzati e si tolgano di mezzo quelle
materie non di massa come la musica, l’arte e la
storia. Avremo una nazione di stupidi…È facile
scambiare per intelligenza la semplice familiarità
con i computer, ma saper manovrare un computer non
significa acutezza mentale. E incompetenza
informatica ancor meno significa stupidità” (C.
Stoll, Confessioni di un eretico high-tech,
Garzanti, Milano 2001 pagg. 13,16). Consiglio
Riformatori e Contestatori, di tutti gli
schieramenti, a leggersi questo libro ed a
riprendere il dialogo costruttivo, non partendo
dalle “I” o dal tempo pieno, ma dal piccolo
Italiano che vuole crescere.
Ý
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