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Bangalore, 20 marzo 2004
Carissimi amici,
vi racconto una storia, una fra tante, di quelle che
qualcuno chiama "edificanti" ma che ci obbligano a
fermarci, a pensare, a valutare atteggiamenti e modi
di fare, a scrutare la genuinità e la profondità
della nostra carità.
Murthy è un giovane signore di età non ben definita
ma che potrebbe avere circa 30 anni. Vive da solo,
per strada, e dorme vicino ai negozi dove vendono
alcolici. L'alcol è ormai il suo più fedele compagno,
l'amico che non lo tradisce mai e da cui
quotidianamente si rifugia.
Viene da noi a Yuva Vikas quasi tutti i giorni. Non
ha pretese, non vuole un lavoro, non vuole smettere
di bere, non chiede di entrare in casa. Solo qualcosa
da mangiare. Ha uno straordinario senso dello humour
ed è capace di notare impercettibili moti dell'animo
qualora si manifestino attraverso l'espressione
facciale.
Spinti dal desiderio di
offrirgli ciò che a noi pare una migliore condizione
di vita, abbiamo prima provato con le buone: "Ti
portiamo in un centro per alcolisti, così‚ poi stai
meglio"; poi con più insistenza: "Ma non puoi vivere
sempre così, non ti sposerai mai e farai una brutta
fine"; e infine con forme semi-intimidatorie: "Se non
accetti di curarti e di smettere di bere non ti diamo
più da mangiare".
Un giorno ci ha detto: "Va bene, lo so che sono un
ubriacone e che dovrei smettere. Ma non ci riesco. Se
non volete darmi da mangiare, non rimproveratemi,
almeno voi, perché questo è ciò che ricevo da coloro
che mi incontrano".
I giorni prima di Natale rimaneva da noi per molte
ore al giorno: si sedeva all'ingresso della comunità
e aspettava. Pian piano ha preso sempre più
confidenza, al punto che, quando qualcuno veniva a
vedere il nostro presepio, era lui che lo accoglieva
e gli spiegava che cosa avrebbe trovato. Non gli
piaceva il nostro presepio: sembrava “il mercato -
così diceva lui - di una zona popolare di Bangalore”.
Una sera voleva pregare con noi e - pur di religione
indù - desiderava avere un simbolo cristiano da
portare con sé. Siamo andati in cappella, si è
inginocchiato, sembrava recitasse qualche preghiera e
facesse delle promesse a Dio. L'ho benedetto e gli ho
dato una croce. Era contento. Sapevamo già che le
promesse fatte a Dio riguardavano il bere. Non
abbiamo pensato che avrebbe smesso, ma l'abbiamo
ugualmente affidato a Dio.
Il 31 dicembre è comparso verso le 23.00. Avevo
appena celebrato l'Eucaristia con alcuni amici, in
ringraziamento per l'anno trascorso. E Murthy era lì.
Ho ringraziato Dio: era il suo dono di fine anno e
l'augurio per il 2004. Gli abbiamo dato da mangiare
una buona cena. Poi ha detto che sarebbe andato da
qualche parte a dormire e chiedeva un lenzuolo per
coprirsi. Mandarlo via? Non me la sono sentita. Ho
preparato alla svelta una camera, recuperato un
lenzuolo, dato una bottiglia d’acqua per la notte. Le
parole di ringraziamento erano sulle sue labbre e
scolpite sul suo volto. Il giorno dopo, alle 7.00, la
camera era vuota. Sapevo con certezza che sarebbe
tornato, con il solito alito, alla ricerca di
qualcosa da mangiare. Ma la notte di san Silvestro,
quella dei botti, delle chiacchiere vuote sull'inizio
di un nuovo anno, ci aveva portato un regalo, un
augurio inedito. Portava la firma di Dio stesso.
P. Alberto MONNIS crs
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