La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Aprile/Giugno 2004 - Nº 127

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E-mail dal Mondo

da «Yuva Vikas» - Bangalore (India)

a cura di Adalberto PAPINI

Bangalore, 20 marzo 2004

Carissimi amici,
vi racconto una storia, una fra tante, di quelle che qualcuno chiama "edificanti" ma che ci obbligano a fermarci, a pensare, a valutare atteggiamenti e modi di fare, a scrutare la genuinità e la profondità della nostra carità.
Murthy è un giovane signore di età non ben definita ma che potrebbe avere circa 30 anni. Vive da solo, per strada, e dorme vicino ai negozi dove vendono alcolici. L'alcol è ormai il suo più fedele compagno, l'amico che non lo tradisce mai e da cui quotidianamente si rifugia.
Viene da noi a Yuva Vikas quasi tutti i giorni. Non ha pretese, non vuole un lavoro, non vuole smettere di bere, non chiede di entrare in casa. Solo qualcosa da mangiare. Ha uno straordinario senso dello humour ed è capace di notare impercettibili moti dell'animo qualora si manifestino attraverso l'espressione facciale.
 

  

Spinti dal desiderio di offrirgli ciò che a noi pare una migliore condizione di vita, abbiamo prima provato con le buone: "Ti portiamo in un centro per alcolisti, così‚ poi stai meglio"; poi con più insistenza: "Ma non puoi vivere sempre così, non ti sposerai mai e farai una brutta fine"; e infine con forme semi-intimidatorie: "Se non accetti di curarti e di smettere di bere non ti diamo più da mangiare".
Un giorno ci ha detto: "Va bene, lo so che sono un ubriacone e che dovrei smettere. Ma non ci riesco. Se non volete darmi da mangiare, non rimproveratemi, almeno voi, perché questo è ciò che ricevo da coloro che mi incontrano".
I giorni prima di Natale rimaneva da noi per molte ore al giorno: si sedeva all'ingresso della comunità e aspettava. Pian piano ha preso sempre più confidenza, al punto che, quando qualcuno veniva a vedere il nostro presepio, era lui che lo accoglieva e gli spiegava che cosa avrebbe trovato. Non gli piaceva il nostro presepio: sembrava “il mercato - così diceva lui - di una zona popolare di Bangalore”.
Una sera voleva pregare con noi e - pur di religione indù - desiderava avere un simbolo cristiano da portare con sé. Siamo andati in cappella, si è inginocchiato, sembrava recitasse qualche preghiera e facesse delle promesse a Dio. L'ho benedetto e gli ho dato una croce. Era contento. Sapevamo già che le promesse fatte a Dio riguardavano il bere. Non abbiamo pensato che avrebbe smesso, ma l'abbiamo ugualmente affidato a Dio.
Il 31 dicembre è comparso verso le 23.00. Avevo appena celebrato l'Eucaristia con alcuni amici, in ringraziamento per l'anno trascorso. E Murthy era lì. Ho ringraziato Dio: era il suo dono di fine anno e l'augurio per il 2004. Gli abbiamo dato da mangiare una buona cena. Poi ha detto che sarebbe andato da qualche parte a dormire e chiedeva un lenzuolo per coprirsi. Mandarlo via? Non me la sono sentita. Ho preparato alla svelta una camera, recuperato un lenzuolo, dato una bottiglia d’acqua per la notte. Le parole di ringraziamento erano sulle sue labbre e scolpite sul suo volto. Il giorno dopo, alle 7.00, la camera era vuota. Sapevo con certezza che sarebbe tornato, con il solito alito, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Ma la notte di san Silvestro, quella dei botti, delle chiacchiere vuote sull'inizio di un nuovo anno, ci aveva portato un regalo, un augurio inedito. Portava la firma di Dio stesso.

P. Alberto MONNIS crs
somind1@bgl.vsnl.net.in


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