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La separazione tra Stato
e religione torna di attualità , risvegliando
atteggiamenti di contrapposizione spesso ritenuti
superati, ma che in realtà sono forse soltanto
assopiti, pronti a riemergere ogni volta che un
fenomeno religioso o comunque attinente ad essa deve
essere oggetto di un intervento legislativo statale.
Nel mese di febbraio la Francia ha sancito il divieto
di usare simboli religiosi nella scuola.
Al di là della ratio condivisibile o meno della legge,
deve rilevarsi che in Italia sulla scia delle
polemiche relative al crocifisso in aula, molti hanno
applaudito tale normativa, ritenendola pienamente
attuativa del principio della libertà religiosa e
rispettosa della laicità dello stato.
Tale atteggiamento, già manifestatosi all’epoca delle
revisione del concordato nel 1985 con riferimento
particolare all’insegnamento della religione
cattolica nella scuola pubblica, evidenzia una
concenzione distorta del concetto di laicità, facendo
emergere un laicismo sotto il quale si cela la
volontà di far cadere un velo di silenzio su ciò che
riguarda Dio e la religione in genere .
Infatti mentre la laicità implica una separazione tra
stato e religione, consentendo però al fenomeno
religioso di manifestarsi con il solo limite del
rispetto della legge dello Stato, il laicismo vuole
chiudere la religione nella sfera privata
dell’individuo, togliendola ogni rilevanza sociale e
culturale.
Un esempio recente ci è stato fornito dai commenti
sulla recente legge in materia di fecondazione
assistita, dove le posizioni cattoliche sono state
oggetto di critiche roventi.
Pensando alla legge francese viene da chiedersi se
vietare l’uso dei simboli religiosi sia un modo
semplicistico per affrontare le sfide di una società
multireligiosa, come se l’assenza di segni escludesse
le sensibilità, lo stile di vita di un’esperienza
religiosa e la sua influenza sulla società.
Di fronte a tali atteggiamenti il mondo cattolico
sembra cadere in una dicotomia tra la scelta di
dialogare con altre esperienze religiose e il timore
di perdere anche in termini di prevalenza socio-culturale,
l’identità cristiana.
In tale contesto storico il ritorno allo “stato di
santità” affermato da san Girolamo appare presupposto
indispensabile a livello di prassi di vita cristiana
per riaffermare a livello socio-culturale che la
Chiesa non può rinunciare a dare il suo giudizio
morale quando ciò è richiesto dai diritti
fondamentali della persona e dalla salvezza delle
anime (GS n. 75) .
Riflettere sui nostri atteggiamenti di rinuncia o di
svilimento del ruolo della Chiesa, come singoli e
come comunità possono costituire un momento del
cammino di conversione quaresimale.
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