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Tutti
costatiamo che viviamo in un particolare momento
della storia umana caratterizzato dalla facilità
della comunicazione, al punto di ritenere realizzato
il “villaggio globale”, dove il pensiero si comunica
con evidenza e con facilità.
Ma è altrattanto vero, per citare Jonesco, che si
corre il rischio di “girare a vuoto nella gabbia del
nostro pianeta”. In altri termini: la parola e le
immagini corrono veloci, ma i concetti sono sempre
gli stessi o, meglio, sono ripetizioni di idee che
non cambiano neppure di una virgola e, soprattutto,
messaggi lanciati con un linguaggio da iniziati che
hanno bisogno di ulteriori spiegazioni,
riformulazioni e, non ultime, clamorose smentite.
Sembra proprio di essere su un palcoscenico dove
ognuno, coscientemente recita una parte, che sa
esattamente non corrispondere alla realtà.
Questo fatto, tra l’altro, è evidente in ambito
politico. Ne abbiamo avuto un incontestabile
riscontro di fronte ai risultati delle recenti
elezioni europee e, per noi italiani, anche
amministrative, se pur parziali: tutti hanno vinto,
nessuno ha perso; e per dimostrarlo giri di parole,
paragoni, confronti a volte ridicoli e risibili.
Per la verità, anche se per altri motivi, anche nei
documenti ecclesiastici si usa un linguaggio, il
cosidetto “ecclesialese”, che ha bisogno di ulteriori
ermeneutiche. Qui siamo di fronte a parole “vere” ma
espresse in modo difficilmente comprensibile. Sarebbe
necessario individuare un linguaggio più facile e più
“popolare”; d’altra parte sarebbe auspicabile, da
parte della maggior parte della gente, un di più di
cultura religiosa; perchè non dobbiamo dimenticare
che, la consuetudine con un certo tipo di testi aiuta,
poco per volta, ad entrare in un linguaggio tipico
dell’ambito cui il linguaggio stesso si riferisce.
Ma, a mio avviso, il problema rimane, specialmente
quando chi comunica una notizia il più delle volte sa
di comunicare cose già dette, mezze verità o cose
impossibili da mantenere. Allora il ricorso a
paroloni incomprensibili, giri di parole sibilline,
espressioni fumose o vuote diventa inevitabile. Ma
rimane da domandarsi, a questo punto, se il silenzio
non sia più produttivo e più onesto che le parole:
fatti e non parole! Il risultato, infatti, molte
volte è quello di non attirare l’attenzione su quanto
detto, di allontanare ancora di più la massa dai
centri di potere, anche quelli designati per
ricercare il bene comune. Così facendo contribuiamo a
creare una società frammentata, insensibile,
distaccata, non partecipativa. E non basta, per fare
un esempio ancora recente, ricorrere al voto “via
internet” (ammesso che sia immune da imbrogli) per
abbattere l’astensionismo alle elezioni, come da
alcune parti proposto. L’astensionismo si combatte
riavvicinando le istituzioni al popolo; operando con
chiarezza senza difendere posizioni di bandiera, ma
ricercando le strade migliori per rendere una società
più giusta, le leggi più semplici ed eque e
sostenendo le frange (che oggi non sono solo più
“frange”, ma numeri elevati) più deboli di un popolo,
per ridare loro dignità e voce.
Un campo dove il “gioco” delle parole diventa molte
volte “fumoso” è quello delle riforme. Ad ogni
alternanza di governo non poche volte si riprendono
le leggi fatte dal precedente e si cambiano
(naturalmente, si dice, in meglio); altre volte si
portano a compimento con più o meno succosi
aggiustamenti. Operazioni senz’altro legittime e
necessarie.
Ci tocca da vicino in questo numero della rivista la
“riforma Moratti” sulla scuola, su cui non voglio
entrare nel merito del fatto che sia o non sia
migliore di quella fatta dal precedente governo. Il
punto di vista vuole essere da un’altra angolatura.
Ci troviamo, infatti, di fronte a termini nuovi che
ne sostituiscono altri. Le “materie”, ad esempio,
diventano “discipline”; si parla di “Laboratori per
il Ricupero e lo Sviluppo degli apprendimenti” (LA.R.S.A);
di “portfolio” delle competenze personali; di
“profilo educativo culturale e professionale” (P.E.CU.P.)
e tante altre sigle (IRRE, ISIA, MIUR, TIC... e chi
più ne ha ne metta). Certamente si parla anche del
“soggetto” che deve essere al centro e di “tutor” che
coordina i Colleghi e svolge funzioni di “tutoraggio”
nel confronto del gruppo degli allievi che gli è
affidato. Si suppongono tutte cose necessarie e
importanti.
Preme, comunque, sottolineare che non bastano nuove
parole o nuovi modi di dire per “riformare” la scuola
o qualunque altro settore della vita pubblica. Non
basta, per esempio, dire che l’allievo è il
“soggetto” al centro dell’opera scolastica se poi gli
insegnanti o i docenti (come chiamarli si voglia) non
hanno consapevolezza di metodo e di attenzione al
loro compito educativo; se manca loro la “passione”
di educare. Perché su questo qualche dubbio ci è
permesso: non è che il settore più corposo da
riformare nella scuola siano gli insegnanti? Essi non
solo svolgono un “mestiere” ma hanno un compito di
insegnare e, soprattutto, di educare. Non si educa se
non ci si sveste delle proprie ideologie, se non si
collabora con i genitori, se non si smette l’abito di
“padreterno” che molti insegnanti vestono con
sussiego o, viceversa, se non si smette l’abito
dimesso di chi “lascia correre”. Educare comporta
anche “correggere”. “Riformare” la scuola esige
proprio un ripartire a cambiare l’atteggiamento di
coloro che hanno in mano la gestione scolastica:
senza dimenticare i loro diritti, ma soprattutto
senza abdicare ai loro doveri, che non consistono
tanto nel gestire il numero delle ore, quanto
nell’educare.
giacomo.ghu@somaschi.org
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