La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Agosto 2004 - Nº 128

  

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE

vitasomasca@somaschi.org


Prima Pagina

 

Parole... ma con senso                     

 

di Giacomo GHU

 giacomo.ghu@somaschi.org

Tutti costatiamo che viviamo in un particolare momento della storia umana caratterizzato dalla facilità della comunicazione, al punto di ritenere realizzato il “villaggio globale”, dove il pensiero si comunica con evidenza e con facilità.
Ma è altrattanto vero, per citare Jonesco, che si corre il rischio di “girare a vuoto nella gabbia del nostro pianeta”. In altri termini: la parola e le immagini corrono veloci, ma i concetti sono sempre gli stessi o, meglio, sono ripetizioni di idee che non cambiano neppure di una virgola e, soprattutto, messaggi lanciati con un linguaggio da iniziati che hanno bisogno di ulteriori spiegazioni, riformulazioni e, non ultime, clamorose smentite. Sembra proprio di essere su un palcoscenico dove ognuno, coscientemente recita una parte, che sa esattamente non corrispondere alla realtà.
Questo fatto, tra l’altro, è evidente in ambito politico. Ne abbiamo avuto un incontestabile riscontro di fronte ai risultati delle recenti elezioni europee e, per noi italiani, anche amministrative, se pur parziali: tutti hanno vinto, nessuno ha perso; e per dimostrarlo giri di parole, paragoni, confronti a volte ridicoli e risibili.
Per la verità, anche se per altri motivi, anche nei documenti ecclesiastici si usa un linguaggio, il cosidetto “ecclesialese”, che ha bisogno di ulteriori ermeneutiche. Qui siamo di fronte a parole “vere” ma espresse in modo difficilmente comprensibile. Sarebbe necessario individuare un linguaggio più facile e più “popolare”; d’altra parte sarebbe auspicabile, da parte della maggior parte della gente, un di più di cultura religiosa; perchè non dobbiamo dimenticare che, la consuetudine con un certo tipo di testi aiuta, poco per volta, ad entrare in un linguaggio tipico dell’ambito cui il linguaggio stesso si riferisce.
Ma, a mio avviso, il problema rimane, specialmente quando chi comunica una notizia il più delle volte sa di comunicare cose già dette, mezze verità o cose impossibili da mantenere. Allora il ricorso a paroloni incomprensibili, giri di parole sibilline, espressioni fumose o vuote diventa inevitabile. Ma rimane da domandarsi, a questo punto, se il silenzio non sia più produttivo e più onesto che le parole: fatti e non parole! Il risultato, infatti, molte volte è quello di non attirare l’attenzione su quanto detto, di allontanare ancora di più la massa dai centri di potere, anche quelli designati per ricercare il bene comune. Così facendo contribuiamo a creare una società frammentata, insensibile, distaccata, non partecipativa. E non basta, per fare un esempio ancora recente, ricorrere al voto “via internet” (ammesso che sia immune da imbrogli) per abbattere l’astensionismo alle elezioni, come da alcune parti proposto. L’astensionismo si combatte riavvicinando le istituzioni al popolo; operando con chiarezza senza difendere posizioni di bandiera, ma ricercando le strade migliori per rendere una società più giusta, le leggi più semplici ed eque e sostenendo le frange (che oggi non sono solo più “frange”, ma numeri elevati) più deboli di un popolo, per ridare loro dignità e voce.
Un campo dove il “gioco” delle parole diventa molte volte “fumoso” è quello delle riforme. Ad ogni alternanza di governo non poche volte si riprendono le leggi fatte dal precedente e si cambiano (naturalmente, si dice, in meglio); altre volte si portano a compimento con più o meno succosi aggiustamenti. Operazioni senz’altro legittime e necessarie.
Ci tocca da vicino in questo numero della rivista la “riforma Moratti” sulla scuola, su cui non voglio entrare nel merito del fatto che sia o non sia migliore di quella fatta dal precedente governo. Il punto di vista vuole essere da un’altra angolatura. Ci troviamo, infatti, di fronte a termini nuovi che ne sostituiscono altri. Le “materie”, ad esempio, diventano “discipline”; si parla di “Laboratori per il Ricupero e lo Sviluppo degli apprendimenti” (LA.R.S.A); di “portfolio” delle competenze personali; di “profilo educativo culturale e professionale” (P.E.CU.P.) e tante altre sigle (IRRE, ISIA, MIUR, TIC... e chi più ne ha ne metta). Certamente si parla anche del “soggetto” che deve essere al centro e di “tutor” che coordina i Colleghi e svolge funzioni di “tutoraggio” nel confronto del gruppo degli allievi che gli è affidato. Si suppongono tutte cose necessarie e importanti.
Preme, comunque, sottolineare che non bastano nuove parole o nuovi modi di dire per “riformare” la scuola o qualunque altro settore della vita pubblica. Non basta, per esempio, dire che l’allievo è il “soggetto” al centro dell’opera scolastica se poi gli insegnanti o i docenti (come chiamarli si voglia) non hanno consapevolezza di metodo e di attenzione al loro compito educativo; se manca loro la “passione” di educare. Perché su questo qualche dubbio ci è permesso: non è che il settore più corposo da riformare nella scuola siano gli insegnanti? Essi non solo svolgono un “mestiere” ma hanno un compito di insegnare e, soprattutto, di educare. Non si educa se non ci si sveste delle proprie ideologie, se non si collabora con i genitori, se non si smette l’abito di “padreterno” che molti insegnanti vestono con sussiego o, viceversa, se non si smette l’abito dimesso di chi “lascia correre”. Educare comporta anche “correggere”. “Riformare” la scuola esige proprio un ripartire a cambiare l’atteggiamento di coloro che hanno in mano la gestione scolastica: senza dimenticare i loro diritti, ma soprattutto senza abdicare ai loro doveri, che non consistono tanto nel gestire il numero delle ore, quanto nell’educare.

giacomo.ghu@somaschi.org 

q