La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Agosto 2004 - Nº 128

  

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE

vitasomasca@somaschi.org


Il Punto

Vita e reincarnazione

 

di Valerio FENOGLIO

valerio@somaschi.org

   

   

"Si vive una volta sola".
Se ben ricordo, in passato questo detto di sapore quasi sapienziale veniva citato con almeno due interpretazioni alquanto antitetiche: una, di estrazione popolare, poteva considerarsi la volgarizzazione del pagano Carpe diem: goditela finché puoi; la seconda si radicava invece nella concezione cristiana dell'esistenza ed era spesso usata dai nostri vecchi come monito ai giovani perché imparassero a vivere in modo proficuo e dignitoso. In entrambi i casi si trattava del come usare quella cosa unica e irrepetibile che è la vita. Nessuna delle due interpretazioni, comunque, offriva il minimo spiraglio all'ipotesi che ogni individuo possa avere a disposizione una pluralità di esistenze.
Le cose sono cambiate parecchio in questi ultimi tempi. Sotto l'influsso di ideologie orientali divenute di moda, sono sempre più numerose le persone che ritengono di avere in serbo una quantità di vite future e che affermano persino di avere reminiscenze delle vite già vissute.
Quando mi trovo dialogare con tali persone (che sono spesso amici sinceri) cerco sempre di analizzare, con rispetto ed onestà, quella convinzione che il mio interlocutore ha sviluppato e che diverge così nettamente da quel semel vivitur che una cultura atavica mi ha instillato ed a cui razionalmente aderisco. Tuttavia, con tutto lo sforzo di cercare un punto di incontro con il mio dialogante, non manco mai di sottolineare una pesante conseguenza pratica della teoria della reincarnazione: il ricorso al suicidio come soluzione alla fatica di vivere. In un recente libro, di cui l'autore stesso -un cordiale amico- mi ha fatto omaggio, ho trovato un'affermazione che mi disturba a fondo. La vita individuale viene ivi paragonata ad un anno scolastico che alla lunga si rivela, diciamo, mal ingranato, fino al punto che lo studente, sopraffatto dallo scoraggiamento, decide di ritirarsi (leggi: si suicida). "Niente di grave - si legge nel libro - basta iscriversi al successivo anno scolastico, tante volte quante saranno necessarie per ottenere la promozione" (che sarebbe il cosiddetto nirvana). E no, amico mio, ti debbo dire che non condivido assolutamente la tua serenità nel giustificare il ricorso al suicidio! Anzitutto sai meglio di me che anche per i guru delle religioni orientali tale soluzione è un'opzione erronea che comporta una retrocessione, in quanto rifiuto del karma (destino individuale). C'è poi il discorso - estremamente rilevante - sulle conseguenze sociali di quel gesto disperato: si tratta di una lacerazione profonda del contesto famigliare e di un trauma inguaribile nella psiche dei superstiti. Penso a quei miei ragazzi del Suryodaya Boys Centre di Bangalore (almeno 6 di loro) che si porteranno nel cuore per tutta la vita l'angoscia di quel tragico giorno quando la loro mamma non ce l'ha più fatta ed ha cercato rimedio in una vampata di kerosene. La replica che solitamente ricevo nel presentare tali esempi di vita vissuta è che nel mondo orientale queste vicende vengono recepite con una diversa sensibilità. Ed è vero: è infatti nel contesto cristiano (più che non genericamente occidentale) che troviamo il concetto che "nessuno vive per se stesso, nessuno muore per se stesso". Qualunque sia l'esatta traduzione di questa frase paolina, gli esegeti concordano nel riconoscervi l'affermazione della "dimensione corporativa" sia della vita che della morte. Purtroppo la scristianizzazione galoppante della società moderna sta tornando a proporre come criterio morale di base il culto dell'io, avente come deprecabile corollario una mentalità corrente che è stata giustamente definita "cultura di morte". In questa luce, il ricorso alle spiritualità orientali non può non giocare il ruolo funesto di rafforzare il ritorno ad una interpretazione individualistica dell'esistenza, con tutte le conseguenze concrete che ne derivano per il singolo e la società. Si tratta di un trend che io sarei fortemente tentato di definire come opportunismo diabolico, se non temessi di offendere la sensibilità di persone che so sinceramente impegnate nella ricerca della verità.
Attingo ancora alla vita vissuta. Ho sotto gli occhi in questi giorni la situazione penosa di un paese "occidentale" come l'Australia che detiene il secondo posto mondiale (primo viene il Giappone) per il numero di suicidi commessi in età giovanile. Ho incontrato molte madri dominate dalla prospettiva angosciante che un giorno, inspiegabilmente, una cosa simile possa succedere al loro teen-ager! Il fenomeno è così grave da indurre le autorità a vietare la divulgazione della notizia di nuovi casi. Si cerca di evitare così l'effetto dell'imitazione.
Ma per me, cristiano all'antica, la soluzione sta ovviamente altrove. Senza scivolare nella solita retorica da pulpito, io, con tutti i dubbi che la mia fede mi permette e la speranza che la stessa mi offre, preferisco aggrapparmi alla opzione più sicura, secondo la quale si vive una volta sola e questa UNICA vita va vissuta come si deve, se voglio raggiungere il "nirvana" che Dio mi propone. Il quale è l'unione eterna con Lui: in questo almeno mi trovo d'accordo con i guru orientali!

valerio@somaschi.org

q