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"Si vive una volta
sola".
Se ben ricordo, in passato questo detto di sapore
quasi sapienziale veniva citato con almeno due
interpretazioni alquanto antitetiche: una, di
estrazione popolare, poteva considerarsi la
volgarizzazione del pagano Carpe diem: goditela
finché puoi; la seconda si radicava invece nella
concezione cristiana dell'esistenza ed era spesso
usata dai nostri vecchi come monito ai giovani perché
imparassero a vivere in modo proficuo e dignitoso. In
entrambi i casi si trattava del come usare quella
cosa unica e irrepetibile che è la vita. Nessuna
delle due interpretazioni, comunque, offriva il
minimo spiraglio all'ipotesi che ogni individuo possa
avere a disposizione una pluralità di esistenze.
Le cose sono cambiate parecchio in questi ultimi
tempi. Sotto l'influsso di ideologie orientali
divenute di moda, sono sempre più numerose le persone
che ritengono di avere in serbo una quantità di vite
future e che affermano persino di avere reminiscenze
delle vite già vissute.
Quando mi trovo dialogare con tali persone (che sono
spesso amici sinceri) cerco sempre di analizzare, con
rispetto ed onestà, quella convinzione che il mio
interlocutore ha sviluppato e che diverge così
nettamente da quel semel vivitur che una cultura
atavica mi ha instillato ed a cui razionalmente
aderisco. Tuttavia, con tutto lo sforzo di cercare un
punto di incontro con il mio dialogante, non manco
mai di sottolineare una pesante conseguenza pratica
della teoria della reincarnazione: il ricorso al
suicidio come soluzione alla fatica di vivere. In un
recente libro, di cui l'autore stesso -un cordiale
amico- mi ha fatto omaggio, ho trovato
un'affermazione che mi disturba a fondo. La vita
individuale viene ivi paragonata ad un anno
scolastico che alla lunga si rivela, diciamo, mal
ingranato, fino al punto che lo studente, sopraffatto
dallo scoraggiamento, decide di ritirarsi (leggi: si
suicida). "Niente di grave - si legge nel libro -
basta iscriversi al successivo anno scolastico, tante
volte quante saranno necessarie per ottenere la
promozione" (che sarebbe il cosiddetto nirvana). E
no, amico mio, ti debbo dire che non condivido
assolutamente la tua serenità nel giustificare il
ricorso al suicidio! Anzitutto sai meglio di me che
anche per i guru delle religioni orientali tale
soluzione è un'opzione erronea che comporta una
retrocessione, in quanto rifiuto del karma (destino
individuale). C'è poi il discorso - estremamente
rilevante - sulle conseguenze sociali di quel gesto
disperato: si tratta di una lacerazione profonda del
contesto famigliare e di un trauma inguaribile nella
psiche dei superstiti. Penso a quei miei ragazzi del
Suryodaya Boys Centre di Bangalore (almeno 6 di loro)
che si porteranno nel cuore per tutta la vita
l'angoscia di quel tragico giorno quando la loro
mamma non ce l'ha più fatta ed ha cercato rimedio in
una vampata di kerosene. La replica che solitamente
ricevo nel presentare tali esempi di vita vissuta è
che nel mondo orientale queste vicende vengono
recepite con una diversa sensibilità. Ed è vero: è
infatti nel contesto cristiano (più che non
genericamente occidentale) che troviamo il concetto
che "nessuno vive per se stesso, nessuno muore per se
stesso". Qualunque sia l'esatta traduzione di questa
frase paolina, gli esegeti concordano nel
riconoscervi l'affermazione della "dimensione
corporativa" sia della vita che della morte.
Purtroppo la scristianizzazione galoppante della
società moderna sta tornando a proporre come criterio
morale di base il culto dell'io, avente come
deprecabile corollario una mentalità corrente che è
stata giustamente definita "cultura di morte". In
questa luce, il ricorso alle spiritualità orientali
non può non giocare il ruolo funesto di rafforzare il
ritorno ad una interpretazione individualistica
dell'esistenza, con tutte le conseguenze concrete che
ne derivano per il singolo e la società. Si tratta di
un trend che io sarei fortemente tentato di definire
come opportunismo diabolico, se non temessi di
offendere la sensibilità di persone che so
sinceramente impegnate nella ricerca della verità.
Attingo ancora alla vita vissuta. Ho sotto gli occhi
in questi giorni la situazione penosa di un paese "occidentale"
come l'Australia che detiene il secondo posto
mondiale (primo viene il Giappone) per il numero di
suicidi commessi in età giovanile. Ho incontrato
molte madri dominate dalla prospettiva angosciante
che un giorno, inspiegabilmente, una cosa simile
possa succedere al loro teen-ager! Il fenomeno è così
grave da indurre le autorità a vietare la
divulgazione della notizia di nuovi casi. Si cerca di
evitare così l'effetto dell'imitazione.
Ma per me, cristiano all'antica, la soluzione sta
ovviamente altrove. Senza scivolare nella solita
retorica da pulpito, io, con tutti i dubbi che la mia
fede mi permette e la speranza che la stessa mi offre,
preferisco aggrapparmi alla opzione più sicura,
secondo la quale si vive una volta sola e questa
UNICA vita va vissuta come si deve, se voglio
raggiungere il "nirvana" che Dio mi propone. Il quale
è l'unione eterna con Lui: in questo almeno mi trovo
d'accordo con i guru orientali!
valerio@somaschi.org
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