La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Luglio/Agosto 2004 - Nº 128

  

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE

vitasomasca@somaschi.org

speciale Scuola

Così sto vivendo

la riforma scolastica

di P. Livio Balconi crs
Rettore del Collegio Gallio di Como

M.S.C. Chi siamo?

 

Antonio De Napoli,
Presidente Nazionale MSC

L'A.Ge.S.C. Associazione

Genitori Scuole Cattoliche

Impresa: no grazie!

di P. Franco Moscone crs
Rettore del Collegio Emiliani di GE-Nervi

 

Così sto vivendo la riforma scolastica

dall'interno della scuola Cattolica-Somasca, per ripartire da san Girolamo Emiliani

    

di P. Livio Balconi crs  - Rettore del Collegio Gallio di Como


Premessa
La Redazione di Vita Somasca mi ha rivolto l’invito a formulare alcune considerazioni personali sulla riforma della scuola italiana.
Non è compito sbrigativo anche per chi, da troppi anni, consumi opere e giorni molto impegnativi e poco apprezzati, nella missione educativo – scolastica per indiscussa obbedienza ai Superiori e per fedeltà al cuore del carisma somasco che, ai nostri tempi e per ragioni diverse, Dio non voglia per colpevole patologia, non mi sembra più tanto pulsante.

Introduzione
Su riforme scolastiche e nuove sperimentazioni dei contenuti culturali e della didattica, si parla e opera a partire dagli anni sessanta del secolo recentemente archiviato; ne consegue che sia pressoché improponibile la sintesi di un percorso lungo e articolato per evidenziarne pregi e difetti.
Mi riferirò soltanto a quello che mi appare come autentico e organico processo di riforma di tutto il sistema della istruzione – formazione che oggi passa sotto l’indicazione di “Riforma Moratti”. E dico oggi perché la riforma in evoluzione non è l’eruzione improvvisa di un pregiato fungo che frange il terreno deliziato dalla rugiada notturna, svaporante al primo sole del mattino; ma è radicata in quella iniziata da Berlinguer, continuata da Di Mauro ed ora sviluppata e migliorata dal Ministro di turno; e spero in modo definitivo, nel segno della continuità e della coerenza. A noi fare del cambiamento un’opportunità.
Aggiungo che nell’esprimere valutazioni nel merito è necessario evitare di assumere posizioni ideologicamente schierate o partigiane o corporativistiche, convinti, come è necessario essere, che la scuola – formazione è un bene fondamentale di tutti e pertanto va tutelato e sviluppato proprio attraverso la competente dialettica delle parti e nel rigore delle regole democratiche.
Somaschi e scuola
Occorre innanzitutto una buona conoscenza della realtà scolastica; la cosa deve interessare ogni religioso somasco che semini nel solco ereditato dal Fondatore San Girolamo Emiliani. Egli nella scuola ha posto l’impegno primario di formazione della gioventù; la testimonianza della Congregazione nella trasmissione fedele del carisma iniziale non può giacere nella storia passata; deve eccellere nel presente ! I fanciulli e i giovani che studiano hanno bisogno degli insegnanti Somaschi e i Somaschi hanno bisogno degli alunni per attuare il carisma di cui sono eredi per vocazione e giuramento. Penso che nessuno possa dissentire sul fatto che l’attuale gioventù, e soprattutto quella occidentale, oggi sia affetta dalla più perniciosa, e mai menzionata, delle nuovissime povertà che è quella della perdita del Vangelo e della indifferenza di fede. C’è una chiassosa e implorante invocazione di aiuto nei giovani che hanno smarrito le coordinate di spiritualità cristiana; e nella scuola possono essere loro nuovamente offerte, in forte riferimento all’antropologia cristiana.
In primo luogo la nostra scuola non deve collaborare colpevolmente alla creazione del “mito del giovane”; al contrario deve riposizionarlo da illusorio modello a persona che persegue seriamente la propria maturazione attraverso la conoscenza e la virtù, tratte dall’insegnamento e dall’esempio di figure adulte e significative; la nostra scuola non si presti a indulgenze pericolose verso gli atteggiamenti dei giovani ereditieri di “cose” senza alcun merito o fatica; la nostra scuola vinca il bullismo, l’arroganza, la presunzione del sapere, la trasgressione !
La scuola, oggi forse più che la famiglia, deve assumere il ruolo educativo della proposizione delle regole e della conseguente responsabilità sanzionatoria; non indulga la scuola nell’appianare al giovane ogni difficoltà ma lo conduca a sperimentarle e superarle con merito.

Ruolo della riforma
Non sembri strano che per dar risposta a queste urgenze educative possa darci un valido contributo proprio quest’ultima riforma scolastico-formativa. Una buona volta, infatti, tra le tante espressioni che specificano il testo di legge di riforma si trovano quella di “formazione spirituale” accanto alle più consuete “culturale e morale”. Dice la legge 28 marzo 2003, n. 53 all’art. 2, lett. b): “sono promossi il conseguimento di una formazione spirituale e morale…”
Inoltre nella Circolare Ministeriale n. 29 del 5 marzo 2004, esplicativa del Decreto Legislativo 19.02.04 n. 59, tra la serie di ragioni della nostra migliore tradizione pedagogica, e citando la Costituzione, si enumera nell’allegato B quella etica che concorre “al progresso materiale o spirituale” della società italiana.
Nella stessa circolare, all’allegato C, tra gli obbiettivi generali del processo formativo intesi a sviluppare armonicamente la personalità degli allievi si inserisce anche quello “religioso”.

Riflessi ecclesiali
Questa è musica deliziosa per le orecchie di quanti hanno a cuore la missione cattolica nella scuola, nella quale è possibile, più che in altre situazioni perché è in gioco la cultura che superando l’ignoranza edifica la persona libera, misurarsi con la prevenzione di ogni conclamato disagio giovanile.
A tal proposito non dovrebbe essere ignorato da nessuno di noi l’insegnamento formidabile del Santo Padre il Papa a favore della scuola cattolica e il Suo invito ai religiosi a non rinunziarvi, nonché l’imponente eco che è passata dai Suoi interventi alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che, per evitare la cultura del niente o della banalità, ci invita ad “aggiornare e rimotivare l’impegno educativo, soprattutto per quanto riguarda le mete ultime, le grandi domande di senso e l’apertura alla trascendenza”; opereremo, così, un fondamentale orientamento vocazionale.
Questo significa servire la cittadinanza giovane offrendole la conoscenza della fede come patrimonio di valori per la costruzione del bene personale e comune.
A questo compito si è dedicata con frutto la Federazione di Istituti di Attività Educative (FIDAE) e vi si dedica tuttora. Se la Conferenza Episcopale Italiana entrasse convintamene e compiutamente in campo per coordinare, dirigere, sostenere capillarmente la scuola cattolica, in presenza di questa più forte rappresentatività anche il ruolo della suddetta federazione potrebbe entrare in una fase di consegna delle proprie competenze; ma andiamoci piano perché, alla stregua di come non sono convinti dell’importanza della missione somasca nella scuola alcuni
Religiosi nonostante le Costituzioni e Regole, così nonostante il Codice di Diritto Canonico, non sembrano esserlo molti vescovi e parroci italiani.

Altri aspetti apprezzabili
della Legge di riforma
Continuando nell’analisi dei cardini su cui poggia la riforma penso di dover rilevare altri aspetti positivi, senza pretesa di completezza.
In sintesi posso segnalare la affermata centralità dell’alunno nel processo formativo – scolastico, l’innovativa funzione tutoriale degli insegnanti, la personalizzazione dei piani di studio, l’indicazione di obiettivi specifici di apprendimento, l’elemento portane del ruolo della famiglia, la riconosciuta autonomia organizzativa alle singole istituzioni, la flessibilità dei tempi e dei modi di attuazione programmatica, la sottolineatura che la condotta dell’alunno è recepita nel contesto valutativo, la gradualità di applicazione della riforma nel rispetto della disponibilità di persone e possibilità di mezzi, il provvidenziale innalzamento della formazione professionale alla dignità di altro canale formativo con la possibilità di interscambio tra le due formazioni senza penalizzazione di tempi e ritmi della scolarizzazione.
Strumento utilissimo, se volitivamente accolto e correttamente realizzato, è il Portfolio delle competenze dell’alunno; esso è testo di lavoro coordinato e corresponsabile per la scuola che è fatta di insegnanti, alunni e genitori.
A ben considerare i punti che ho definito positivi, ci si deve accorgere come essi alberghino da sempre nei nostri Progetti educativi di scuola cattolica e somasca, in particolare per quanto riguardi l’attenzione alla centralità dell’alunno, l’insegnamento che rispetta le abilità di ciascuno, il coinvolgimento della famiglia per il suo irrinunciabile ruolo di prima depositaria del diritto dovere dell’educazione dei figli (a questo proposito sarebbe opportuno vivacizzare l’associazione dei genitori degli alunni di scuola cattolica, l’AGESC), il protagonismo delle singole istituzioni scolastiche, ecc.
Tornando al Progetto educativo esprimo la convinzione che la sua formulazione non possa risultare comune ad una intera Congregazione né a parte amministrativa di essa; il Progetto educativo infatti è applicabile integralmente solo alla singola istituzione scolastica perché è il condensato della sua storia e delle sue attuali prerogative riferite al contesto territoriale. La Congregazione può dettare, se proprio lo voglia, le poche e grandi linee che fanno riferimento alla pedagogia del Fondatore.
Come non essere soddisfatti, allora, dell’impianto della nuova legge di riforma scolastica, anche se perfettibile come tutte le umane scelte?

Osservazioni conclusive
Se cerco di sintetizzare gli aspetti di dissenso su cui si è fatto e si fa tanto chiasso di stampa, televisione e piazza, devo dire che essi riguardano due fonti: quella dell’impostazione culturale e quella dell’impianto ordinamentale.
Ebbene, per me cattolico, l’opposizione ai principi che ispirano la legge di riforma della scuola appare vetero-ideologicamente ingannevole; e non aggiungo altro.
Per l’opposizione all’ordinamento nuovo che si viene a stabilire mi sembra di poter dire che essa ripropone negativi luoghi comuni di pensiero sindacale o politico che non intende rinunciare a situazioni di fatto nel privilegio e non si fa carico della necessità di eliminare disordine, disimpegno e spreco che male incidono sulla formazione dei giovani.
Non spendo parole nell’auspicare la giustizia economica che viene negata a famiglia e scuola mentre si proclama, con enfasi e solo sulla carta, la parità. Ci sono piccoli segnali nazionali, e più importanti regionali, che incoraggiano; ma il tutto è sempre condizionato dalle alternanze amministrative.
Qualcosa devo pur dire sulle tre “I”, Inglese – Internet – Impresa, che a me non risultano per nulla i cardini della legge di riforma ma, tutt’al più, indicazioni di approccio importante alle realtà con cui la società giovanile dovrà fare i conti e per le quali dobbiamo preparare gli alunni.
Mi sembra, al contrario, che l’intelaiatura della riforma porti ad affermare che l’impegno, l’ispirazione e l’intelligenza del piccolo italiano – europeo che chiede di crescere, siano finalmente indicati; alle realtà scolastiche il compito interessante di farne ingredienti del progetto educativo e di applicarli nel Piano dell’offerta formativa.
Oserei aggiungere che è ora di contraddire il concetto che la scuola non debba essere “nozionistica” perché, anche ai rimpianti bei tempi, non lo è mai stata esclusivamente (quanto è grande la colpa di Dante Alighieri che possedeva tante nozioni!); ma accanto ai metodi anche i contenuti multinozionistici non hanno mai fatto il male di nessuno; anzi!

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M.S.C.
Chi siamo?

 

Antonio De Napoli,
Presidente Nazionale MSC

   

periodicamente la natura e l'efficacia della propria pratica allo scopo di migliorare la qualità dell'organizzazione, della pedagogia e dei processi decisionali; un obbligo di continuare a sviluppare conoscenze pratiche, sia attraverso la riflessione personale, sia attraverso l'interazione con altri; un obbligo a collaborare con altri insegnanti, sia nello scambio reciproco di riflessioni sulle proprie pratiche, sia in attività che contribuiscono alla gestione professionale della scuola".
Oggi siamo alla ricerca della qualità. Chi è l'insegnante di qualità? L'insegnante di qualità viene definito da Umberto Margiotta come colui che:
1. si sente coinvolto e quindi motivato ed impegnato;
2. conosce la sua materia e sa come insegnarla;
3. vuol bene ai suoi alunni e cerca di comunicare con calore anche quando gli allievi non ricambiano;
4. si preoccupa non solo della crescita intellettuale dell'allievo, ma anche dello sviluppo del suo senso morale;
5. sa gestire i gruppi, sa, cioè, come animare e orientare le dinamiche di gruppo in classe;
6. sa integrare le nuove tecnologie;
7. sa padroneggiare molteplici modelli d'insegnamento e d'apprendimento, tra cui, in particolare, la didattica cooperativa;
8. sa adattare e improvvisare;
9. conosce gli studenti (li considera come individui più importanti di qualunque piano previsto);
10. sa scambiare idee con gli altri insegnanti;
11. riflette sull'esperienza e durante l'esperienza;
12. sa collaborare con i colleghi;

13. migliora la propria professionalità;
14. contribuisce alla società nel suo complesso.

"L'insegnante ben preparato appare la chiave di volta di tutte le innovazioni educativo-didattiche, quindi fattore determinante per la qualità della scuola".
Senza dubbio, uno degli aspetti più innovativi della pedagogia contemporanea è, a mio parere, quello di considerare l'insegnamento come ricerca, come comunicazione, come organizzazione, per cui il docente viene ad essere anche ricercatore e sperimentatore in chiave educativa, costantemente alla ricerca di nuove idee e di nuovi modi di far scuola.
La funzione propriamente educativa della scuola appare la più trascurata e costituisce,a mio avviso, una delle cause principali della scuola sotto accusa. Nel presentare il documento della CEC Le PC, il Card. Grocholewsky, prefetto della CEC, così si esprimeva: Il cuore del disagio della scuola oggi è l'offuscamento, mi auguro non la perdita, del senso dell'educazione. La crisi della scuola è in stretta relazione con la crisi dell'educazione, dei valori in generale, della famiglia e delle istituzioni.
Il sapere e l'istruzione con i suoi correlativi di insegnamento-apprendimento, devono essere una sincera. un'utile e assidua ricerca della verità, che significa anche nutrire l'amore per la verità. L'amore per la verità - e non il desiderio di guadagno, di potere e di successo - si traduce e deve tradursi in un autentico impegno educativo e didattico.
Ciò che è fin qui detto vale per ogni docente di qualsiasi scuola. La professione docente, se è difficile, lo è, a mio avviso, proprio perché è in rapporto diretto con l'essere umano che va rispettato nella sua dignità - da riscoprire e promuovere - nei suoi bisogni formativi che trascendono l'hic et nunc e vanno oltre quelli espressi dallo stesso individuo.

Ý

Il termine "docente" o "professore", etimologicamente, si riferisce a chi ha la funzione di insegnare, intesa come trasmissione della cultura, funzione fondamentale della scuola. "La parola 'insegnante' - ha osservato il noto comparatista inglese Edmund King - è una parola che potremmo definire 'camaleonte' in quanto cambia non solo colore, ma anche le sue dimensioni a seconda di chi parla e del contesto cui viene riferita". Sul docente, soprattutto sulla sua formazione, esiste una ricca bibliografia, ma ciò non significa che egli sia ovunque all'altezza del suo compito.
L'insegnamento come trasmissione del sapere costituisce, senza dubbio, una delle funzioni principali dell'istituzione scolastica. Ma quale tipo di trasmissione? E di quale sapere? La trasmissione dei valori è in crisi da molto tempo. Se, infatti, la scuola continua ad essere "sotto accusa", quali sono i motivi principali? Ciò non riguarda forse la degenerazione della trasmissione culturale che non si nutre di ricerca e di rielaborazione del sapere e del necessario impegno di dedizione alla persona dell'alunno e ai suoi bisogni formativi?
Oggi si sottolinea la necessità di assicurare alla carriera docente la tipica professionalità che le compete e di riqualificare la sua presenza educativa. Ciò comporta obblighi precisi: "un impegno morale di servire gli interessi degli studenti considerandone il benessere e il progresso e decidendo in che modo questi possano essere incoraggiati o promossi; un obbligo a rivedere

 

  L'A.Ge.S.C.  Associazione Genitori Scuole Cattoliche

Origine - Motivazioni - Difficoltà - Impegni

 

Un altro anno scolastico è finito, solo alcuni, come nel mio caso, sono ancora a cimentarsi con gli esami di maturità: è tempo di vacanza per i più, forse di bilanci, per tutti gli insegnanti della scuola italiana è sicuramente giunto il momento di voltare pagina, di lasciare da parte lo stress di un anno in cui non tutto si è svolto con facilità, di “staccare” dai problemi quotidiani di alunni e colleghi, dai rapporti a volte tesi con la dirigenza, per dedicarsi finalmente al meritato riposo fisico e mentale.
Ed ecco che un amico mi chiede invece di ricordare, di raccontare cosa significhi per me, sposata, madre di tre figli, docente di Lettere in un Liceo scientifico statale, svolgere la professione di insegnante, cosa significhi insomma educare.
La richiesta è interessante, quindi provo.
Due premesse prima di partire: ho deciso di insegnare per passione alle materie studiate in Università, ma soprattutto per una passione educativa. A vent’anni, forse, ero più teorica di ora, ma già avevo percepito importante che nella scuola fosse possibile un rapporto vero con i docenti, già, reduce da mie esperienze negative di studentessa (per intenderci:mille nozioni nel liceo classico più serio della città, nessuno spazio umano, nessun interesse per la vita di chi ti sta intorno) pensavo alla classe come luogo dove fosse possibile l’educazione oltre che l’istruzione. A vent’anni avevo già incontrato in modo decisivo per la mia vita il fatto cristiano, come risposta unica, perfettamente ragionevole, ai desideri profondi del mio cuore, l’avevo incontrato in volti precisi, avevo già avuto la grazia di scoprire maestri per il mio cammino. L’assenza di un giudizio e di una presenza cristiana nella scuola anzi la sistematica negazione culturale oltre che pratica della bellezza cristiana, congiunte alla fragile incoscienza dei giovani, ormai lontani anni luce da una personale compromissione con la fede (Dio forse c’è, ma non c’entra nulla con la vita), l’ingiusta confusione, la tristezza diffusa di tanti ragazzi ancora naturalmente aperti (per i doni dell’età) alla ricerca di un bene per loro, ma assolutamente ineducati, mi facevano letteralmente star male.
Con tale bagaglio di partenza ho cominciato e le intuizioni iniziali mi hanno accompagnato fino ad ora, verificate de approfondite da tutte le esperienze di questi anni di lavoro.
Educazione quindi e istruzione: il binomio, ho scoperto col tempo, è inscindibile, anzi solo attraverso una reale educazione è possibile aprire i giovani alla passione per la conoscenza. Il mio compito professionale è principalmente quello di proporre un affronto serio e sistematico delle discipline che tratto, mai disgiunto dall’interesse per quei volti così diversi che ogni mattina mi trovo davanti. Il rigore nella preparazione delle lezioni, la richiesta forte di una sequela nell’imparare, il lavoro perché i ragazzi acquisiscano un metodo di studio autonomo, sono stati punti irrinunciabili della mia professione.
E’ astratto dire di interessarsi dei propri alunni se non ci si spende perché imparino, perché crescano nella loro capacità di comprensione e di giudizio. Non è retorico affermare che educare (da e-ducere ) implica il tirar fuori, il far emergere il meglio di loro, cioè il loro cuore, nel paragone con quanto seriamente proponiamo. Ma il paragone è possibile solo se in gioco siamo in due, se cioè la loro libertà di aderire, la loro voglia di conoscere si paragona con la mia libertà di proporre e di esprimermi nei giudizi che porto. E’ evidentemente strumentale l’idea di neutralità dell’insegnamento: i ragazzi (come tutti noi) hanno bisogno di adulti appassionati, che mettano in comune la loro

competenza e soprattutto la loro partecipazione commossa a quanto vanno insegnando.

Ho sempre più pensato in questi anni, di fronte al rischio dell’educazione come gioco insostituibile della libertà di chi insegna e di chi impara che il primo servizio che noi adulti siamo chiamati a portare sia verso un corretto uso della ragione, come apertura alla realtà tutta e non come chiusura a preconcetti già acquisiti.

Quest’anno sto portando a conclusione un quinquennio, sto esaminando alunni carissimi (tutti, ognuno per motivi diversi) che ho accompagnato dalla prima, che ho visto crescere e diventare grandi, tramite scoperte successive. Una mia alunna in un dialogo di alcuni mesi fa mi ha detto una delle cose più confortanti per il mio lavoro: “Vede Prof, ultimamente ho pensato che il rapporto con lei e il modo di studiare Italiano mi hanno aiutato ad usare la ragione come mai avrei sospettato”.
Ma basta, è sufficiente essere “bravi insegnanti”, spendersi per i propri alunni, spiegare Italiano e Latino nel miglior modo possibile?
La risposta è duplice, nel senso che la naturale risposta affermativa richiede un approfondimento.
Certo, basta o per lo meno è già molto essere seri ed “utili” nello sfascio attuale, nel disinteresse dei più, nell’incapacità di molti, certo è importante valutare con giustizia, credere negli alunni che si hanno davanti, accompagnarli nel miglioramento, portarsi dietro anche i più disastrati e notare con soddisfazione che uno sguardo positivo li ha aiutati a migliorarsi, a diventare “capaci”.
E’ importante insomma, fare bene il proprio lavoro, portare a termine ciò che nessuna riforma, nessun dirigente, nessun consiglio di classe può impedire. Ma c’è qualcosa che sfugge, che va oltre e che ti mette al muro. Un amico, anzi un maestro per me, dice sempre che insegnare è il mestiere più sacrificante. Perché? Ho iniziato a capire e qui subentra l’approfondimento che ha a che fare con la verità di me. Ogni giorno ho di fronte quei volti che aspettano, come ogni uomo, anche se non sono totalmente coscienti, la risposta alle loro domande. Ho davanti il volto di tanti ragazzi che soffrono, che esigono qualcuno che li accompagni, che sperano in un incontro che solo può rendere bella e degna la vita.
Ma qui si tratta di sovrabbondanza: solo la sovrabbondanza per l’esperienza di pienezza che per grazia vivo mi abilita a guardare fino in fondo le persone che incontro, e a volte accade l’imprevisto (che, parafrasando Montale, “è la sola speranza” e non è una stoltezza dirselo), accade il miracolo dell’incontro in cui la libertà mia si va a legare a quella del mio alunno, che, con una semplicità non scontata, mi chiede di farmi compagna di strada, mi ferma fuori dalla porta di classe, mi domanda le ragioni di quanto dico e di come sono.
Tutto può essere occasione: la bella lezione su Manzoni o Leopardi, la solidarietà per Natale, la morte di un amico, la guerra, la proposta di vedersi oltre le ore di lezione ad approfondire temi particolarmente toccanti o a svolgere “ripassoni” per la Maturità.
Alcuni ti cercano e a quel punto sta a te non sottrarti, col tremore che sempre mi accompagna quando l’imprevisto accade, con la coscienza della fatica e della bellezza ineguagliabile che costituiscono il caricarsi della vita di altri. E i rapporti si dilatano anche nella scuola statale, fra alunni, famiglie e colleghi distratti. I rapporti si fanno storia e ti scopri commossa ad ascoltare alunni che sostengono il colloquio di esame con una coscienza della realtà che è la tua, con una capacità di giudizio che è frutto di una storia comune, di fronte a “figli” che nel riconoscimento di un fatto accaduto ti sono “padri” per la testimonianza che portano.
Ma qui si apre un altro capitolo, che è quello della straordinaria concretezza del popolo cristiano, di legami che mantengono la promessa del “per sempre”.

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Impresa: no grazie!
Tre motivi per dire no alla scuola-azienda
   

di P. Franco Moscone crs
Rettore del Collegio Emiliani di GE-Nervi


Tutti ricorderanno le tre “I” del programma elettorale scolastico dell’attuale maggioranza parlamentare che ha realizzato la Riforma Moratti: inglese, internet, impresa. Sono convinto, che al di là di ogni demagogia finalizzata al consenso, almeno una di queste “I” vada cacciata, se si intende produrre una scuola che si riappropri della funzione educativo-didattica tipica del nostro modello culturale. Ebbene questa “I” è impresa.
L’”impresa scolastica”, che come tale è “impresa di pensiero” tra soggetti in un libero rapporto di apprendimento-insegnamento, viene aziendalizzata sminuendo tale rapporto pedagogico a parametri di fabbrica.
Scuola deriva da scholè, che significa “lentezza”. Il tempo della creazione-educazione dei rapporti interpersonali fatto di prove e tentativi, di scoperte e fallimenti, di inizi e di riprese, non ha nulla a che vedere con quello cronologico aziendale, dove “perdere tempo” significa “perdere soldi”. Nella scuola “perdere tempo” (inteso come lentezza) significa sedimentare in personalità, dare spessore e fondamento al proprio essere, costruirsi un futuro in libertà. In questo senso abbreviare, come sarebbe la logica dell’impresa, diventa tradire e falsificare.
La “produzione scolastica” (se può passare questo termine), non è finalizzata all’uti (= utilizzare), ma al frui (= godere) delle discipline che concorrono alla formazione della persona. La logica del mercato non può essere applicata alla scuola, pena la negazione della sua stessa natura. Purtroppo segni di una simile deriva si riscontrano ovunque nelle prove di autonomia di tanti Istituti scolastici, i quali non riuscendo a motivare l’alunno (e le famiglie!) lo caricano di sempre nuove e più “allettanti” discipline. Le scuole si vestono dell’immagine di un supermarket dell’insegnamento. Negli scaffali dei vari P.O.F. (= piano dell’offerta formativa) puoi “comprare” ormai di tutto: dall’italiano all’alimentazione, dall’inglese all’informatica, dalla geografia alla danza, dall’algebra agli scacchi, passando per le tante “educazioni”: stradale, sociale, tecnica, fisica, sessuale, musicale, ecc… come se tutto avesse lo stesso valore in fatto di “educazione” e dipendesse dal gusto e dall’interesse individuale. Ma è mai possibile un’educazione al plurale, come le varie marche dei dentifrici?!
Impresa, infine, è legata oggi al termine management: dirigere, programmare, organizzare… Com’è possibile conciliare tutto ciò con la didattica e l’educazione?
Per quanto l’aspetto gestionale possa essere importante non potrà diventare primario nella scuola. Scuola è incontro di persone in uno spazio vitale di insegnamento-apprendimento, dove il leader non veste i panni del manager, ma del maestro. È di un leaderaggio educativo, di un modello di vita, non di azienda, che deve farsi carico la scuola se vuol continuare ad essere se stessa, e non “vendersi” sul marciapiede dell’immagine.
L’augurio di buona riuscita alla Riforma Moratti non può quindi che essere accompagnato da un consiglio: abbandonare con urgenza il tanto proclamato modello di scuola-azienda.
Ed allora, buona riforma!.

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