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Così sto vivendo la riforma
scolastica
dall'interno della scuola Cattolica-Somasca, per
ripartire da san Girolamo Emiliani
di P. Livio Balconi crs - Rettore
del Collegio Gallio di Como
Premessa
La Redazione di Vita Somasca mi ha rivolto
l’invito a formulare alcune considerazioni personali
sulla riforma della scuola italiana.
Non è compito sbrigativo anche per chi, da troppi
anni, consumi opere e giorni molto impegnativi e poco
apprezzati, nella missione educativo – scolastica per
indiscussa obbedienza ai Superiori e per fedeltà al
cuore del carisma somasco che, ai nostri tempi e per
ragioni diverse, Dio non voglia per colpevole
patologia, non mi sembra più tanto pulsante.
Introduzione
Su riforme scolastiche e nuove
sperimentazioni dei contenuti culturali e della
didattica, si parla e opera a partire dagli anni
sessanta del secolo recentemente archiviato; ne
consegue che sia pressoché improponibile la sintesi
di un percorso lungo e articolato per evidenziarne
pregi e difetti.
Mi riferirò soltanto a quello che mi appare come
autentico e organico processo di riforma di tutto il
sistema della istruzione – formazione che oggi passa
sotto l’indicazione di “Riforma Moratti”. E dico oggi
perché la riforma in evoluzione non è l’eruzione
improvvisa di un pregiato fungo che frange il terreno
deliziato dalla rugiada notturna, svaporante al primo
sole del mattino; ma è radicata in quella iniziata da
Berlinguer, continuata da Di Mauro ed ora sviluppata
e migliorata dal Ministro di turno; e spero in modo
definitivo, nel segno della continuità e della
coerenza. A noi fare del cambiamento un’opportunità.
Aggiungo che nell’esprimere valutazioni nel merito è
necessario evitare di assumere posizioni
ideologicamente schierate o partigiane o
corporativistiche, convinti, come è necessario essere,
che la scuola – formazione è un bene fondamentale di
tutti e pertanto va tutelato e sviluppato proprio
attraverso la competente dialettica delle parti e nel
rigore delle regole democratiche.
Somaschi e scuola
Occorre innanzitutto una buona conoscenza della
realtà scolastica; la cosa deve interessare ogni
religioso somasco che semini nel solco ereditato dal
Fondatore San Girolamo Emiliani. Egli nella scuola ha
posto l’impegno primario di formazione della gioventù;
la testimonianza della Congregazione nella
trasmissione fedele del carisma iniziale non può
giacere nella storia passata; deve eccellere nel
presente ! I fanciulli e i giovani che studiano hanno
bisogno degli insegnanti Somaschi e i Somaschi hanno
bisogno degli alunni per attuare il carisma di cui
sono eredi per vocazione e giuramento. Penso che
nessuno possa dissentire sul fatto che l’attuale
gioventù, e soprattutto quella occidentale, oggi sia
affetta dalla più perniciosa, e mai menzionata, delle
nuovissime povertà che è quella della perdita del
Vangelo e della indifferenza di fede. C’è una
chiassosa e implorante invocazione di aiuto nei
giovani che hanno smarrito le coordinate di
spiritualità cristiana; e nella scuola possono essere
loro nuovamente offerte, in forte riferimento
all’antropologia cristiana.
In primo luogo la nostra scuola non deve collaborare
colpevolmente alla creazione del “mito del giovane”;
al contrario deve riposizionarlo da illusorio modello
a persona che persegue seriamente la propria
maturazione attraverso la conoscenza e la virtù,
tratte dall’insegnamento e dall’esempio di figure
adulte e significative; la nostra scuola non si
presti a indulgenze pericolose verso gli
atteggiamenti dei giovani ereditieri di “cose” senza
alcun merito o fatica; la nostra scuola vinca il
bullismo, l’arroganza, la presunzione del sapere, la
trasgressione !
La scuola, oggi forse più che la famiglia, deve
assumere il ruolo educativo della proposizione delle
regole e della conseguente responsabilità
sanzionatoria; non indulga la scuola nell’appianare
al giovane ogni difficoltà ma lo conduca a
sperimentarle e superarle con merito.
Ruolo della riforma
Non sembri strano che per dar risposta a queste
urgenze educative possa darci un valido contributo
proprio quest’ultima riforma scolastico-formativa.
Una buona volta, infatti, tra le tante espressioni
che specificano il testo di legge di riforma si
trovano quella di “formazione spirituale” accanto
alle più consuete “culturale e morale”. Dice la legge
28 marzo 2003, n. 53 all’art. 2, lett. b): “sono
promossi il conseguimento di una formazione
spirituale e morale…”
Inoltre nella Circolare Ministeriale n. 29 del 5
marzo 2004, esplicativa del Decreto Legislativo
19.02.04 n. 59, tra la serie di ragioni della nostra
migliore tradizione pedagogica, e citando la
Costituzione, si enumera nell’allegato B quella etica
che concorre “al progresso materiale o spirituale”
della società italiana.
Nella stessa circolare, all’allegato C, tra gli
obbiettivi generali del processo formativo intesi a
sviluppare armonicamente la personalità degli allievi
si inserisce anche quello “religioso”.
Riflessi ecclesiali
Questa è musica deliziosa per le orecchie
di quanti hanno a cuore la missione cattolica nella
scuola, nella quale è possibile, più che in altre
situazioni perché è in gioco la cultura che superando
l’ignoranza edifica la persona libera, misurarsi con
la prevenzione di ogni conclamato disagio giovanile.
A tal proposito non dovrebbe essere ignorato da
nessuno di noi l’insegnamento formidabile del Santo
Padre il Papa a favore della scuola cattolica e il
Suo invito ai religiosi a non rinunziarvi, nonché
l’imponente eco che è passata dai Suoi interventi
alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) che, per
evitare la cultura del niente o della banalità, ci
invita ad “aggiornare e rimotivare l’impegno
educativo, soprattutto per quanto riguarda le mete
ultime, le grandi domande di senso e l’apertura alla
trascendenza”; opereremo, così, un fondamentale
orientamento vocazionale.
Questo significa servire la cittadinanza giovane
offrendole la conoscenza della fede come patrimonio
di valori per la costruzione del bene personale e
comune.
A questo compito si è dedicata con frutto la
Federazione di Istituti di Attività Educative (FIDAE)
e vi si dedica tuttora. Se la Conferenza Episcopale
Italiana entrasse convintamene e compiutamente in
campo per coordinare, dirigere, sostenere
capillarmente la scuola cattolica, in presenza di
questa più forte rappresentatività anche il ruolo
della suddetta federazione potrebbe entrare in una
fase di consegna delle proprie competenze; ma
andiamoci piano perché, alla stregua di come non sono
convinti dell’importanza della missione somasca nella
scuola alcuni
Religiosi nonostante le Costituzioni e Regole, così
nonostante il Codice di Diritto Canonico, non
sembrano esserlo molti vescovi e parroci italiani.
Altri aspetti
apprezzabili
della Legge di riforma
Continuando nell’analisi dei cardini su cui poggia la
riforma penso di dover rilevare altri aspetti
positivi, senza pretesa di completezza.
In sintesi posso segnalare la affermata centralità
dell’alunno nel processo formativo – scolastico,
l’innovativa funzione tutoriale degli insegnanti, la
personalizzazione dei piani di studio, l’indicazione
di obiettivi specifici di apprendimento, l’elemento
portane del ruolo della famiglia, la riconosciuta
autonomia organizzativa alle singole istituzioni, la
flessibilità dei tempi e dei modi di attuazione
programmatica, la sottolineatura che la condotta
dell’alunno è recepita nel contesto valutativo, la
gradualità di applicazione della riforma nel rispetto
della disponibilità di persone e possibilità di mezzi,
il provvidenziale innalzamento della formazione
professionale alla dignità di altro canale formativo
con la possibilità di interscambio tra le due
formazioni senza penalizzazione di tempi e ritmi
della scolarizzazione.
Strumento utilissimo, se volitivamente accolto e
correttamente realizzato, è il Portfolio delle
competenze dell’alunno; esso è testo di lavoro
coordinato e corresponsabile per la scuola che è
fatta di insegnanti, alunni e genitori.
A ben considerare i punti che ho definito positivi,
ci si deve accorgere come essi alberghino da sempre
nei nostri Progetti educativi di scuola cattolica e
somasca, in particolare per quanto riguardi
l’attenzione alla centralità dell’alunno,
l’insegnamento che rispetta le abilità di ciascuno,
il coinvolgimento della famiglia per il suo
irrinunciabile ruolo di prima depositaria del diritto
dovere dell’educazione dei figli (a questo proposito
sarebbe opportuno vivacizzare l’associazione dei
genitori degli alunni di scuola cattolica, l’AGESC),
il protagonismo delle singole istituzioni scolastiche,
ecc.
Tornando al Progetto educativo esprimo la convinzione
che la sua formulazione non possa risultare comune ad
una intera Congregazione né a parte amministrativa di
essa; il Progetto educativo infatti è applicabile
integralmente solo alla singola istituzione
scolastica perché è il condensato della sua storia e
delle sue attuali prerogative riferite al contesto
territoriale. La Congregazione può dettare, se
proprio lo voglia, le poche e grandi linee che fanno
riferimento alla pedagogia del Fondatore.
Come non essere soddisfatti, allora, dell’impianto
della nuova legge di riforma scolastica, anche se
perfettibile come tutte le umane scelte?
Osservazioni
conclusive
Se cerco di sintetizzare gli aspetti di
dissenso su cui si è fatto e si fa tanto chiasso di
stampa, televisione e piazza, devo dire che essi
riguardano due fonti: quella dell’impostazione
culturale e quella dell’impianto ordinamentale.
Ebbene, per me cattolico, l’opposizione ai principi
che ispirano la legge di riforma della scuola appare
vetero-ideologicamente ingannevole; e non aggiungo
altro.
Per l’opposizione all’ordinamento nuovo che si viene
a stabilire mi sembra di poter dire che essa
ripropone negativi luoghi comuni di pensiero
sindacale o politico che non intende rinunciare a
situazioni di fatto nel privilegio e non si fa carico
della necessità di eliminare disordine, disimpegno e
spreco che male incidono sulla formazione dei giovani.
Non spendo parole nell’auspicare la giustizia
economica che viene negata a famiglia e scuola mentre
si proclama, con enfasi e solo sulla carta, la parità.
Ci sono piccoli segnali nazionali, e più importanti
regionali, che incoraggiano; ma il tutto è sempre
condizionato dalle alternanze amministrative.
Qualcosa devo pur dire sulle tre “I”, Inglese –
Internet – Impresa, che a me non risultano per nulla
i cardini della legge di riforma ma, tutt’al più,
indicazioni di approccio importante alle realtà con
cui la società giovanile dovrà fare i conti e per le
quali dobbiamo preparare gli alunni.
Mi sembra, al contrario, che l’intelaiatura della
riforma porti ad affermare che l’impegno,
l’ispirazione e l’intelligenza del piccolo italiano –
europeo che chiede di crescere, siano finalmente
indicati; alle realtà scolastiche il compito
interessante di farne ingredienti del progetto
educativo e di applicarli nel Piano dell’offerta
formativa.
Oserei aggiungere che è ora di contraddire il
concetto che la scuola non debba essere
“nozionistica” perché, anche ai rimpianti bei tempi,
non lo è mai stata esclusivamente (quanto è grande la
colpa di Dante Alighieri che possedeva tante nozioni!);
ma accanto ai metodi anche i contenuti
multinozionistici non hanno mai fatto il male di
nessuno; anzi!
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M.S.C.
Chi siamo?
Antonio De Napoli,
Presidente Nazionale MSC
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periodicamente la natura e l'efficacia della
propria pratica allo scopo di migliorare la
qualità dell'organizzazione, della pedagogia e dei
processi decisionali; un obbligo di continuare a
sviluppare conoscenze pratiche, sia attraverso la
riflessione personale, sia attraverso
l'interazione con altri; un obbligo a collaborare
con altri insegnanti, sia nello scambio reciproco
di riflessioni sulle proprie pratiche, sia in
attività che contribuiscono alla gestione
professionale della scuola".
Oggi siamo alla ricerca della qualità. Chi è
l'insegnante di qualità? L'insegnante di qualità
viene definito da Umberto Margiotta come colui
che:
1. si sente coinvolto e quindi motivato ed
impegnato;
2. conosce la sua materia e sa come insegnarla;
3. vuol bene ai suoi alunni e cerca di comunicare
con calore anche quando gli allievi non ricambiano;
4. si preoccupa non solo della crescita
intellettuale dell'allievo, ma anche dello
sviluppo del suo senso morale;
5. sa gestire i gruppi, sa, cioè, come animare e
orientare le dinamiche di gruppo in classe;
6. sa integrare le nuove tecnologie;
7. sa padroneggiare molteplici modelli
d'insegnamento e d'apprendimento, tra cui, in
particolare, la didattica cooperativa;
8. sa adattare e improvvisare;
9. conosce gli studenti (li considera come
individui più importanti di qualunque piano
previsto);
10. sa scambiare idee con gli altri insegnanti;
11. riflette sull'esperienza e durante
l'esperienza;
12. sa collaborare con i colleghi;
13.
migliora la propria professionalità;
14. contribuisce alla società nel suo complesso.
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"L'insegnante
ben preparato appare la chiave di volta di tutte
le innovazioni educativo-didattiche, quindi
fattore determinante per la qualità della scuola".
Senza dubbio, uno degli aspetti più innovativi
della pedagogia contemporanea è, a mio parere,
quello di considerare l'insegnamento come ricerca,
come comunicazione, come organizzazione, per cui
il docente viene ad essere anche ricercatore e
sperimentatore in chiave educativa, costantemente
alla ricerca di nuove idee e di nuovi modi di far
scuola.
La funzione propriamente educativa della scuola
appare la più trascurata e costituisce,a mio
avviso, una delle cause principali della scuola
sotto accusa. Nel presentare il documento della
CEC Le PC, il Card. Grocholewsky, prefetto della
CEC, così si esprimeva: Il cuore del disagio della
scuola oggi è l'offuscamento, mi auguro non la
perdita, del senso dell'educazione. La crisi della
scuola è in stretta relazione con la crisi
dell'educazione, dei valori in generale, della
famiglia e delle istituzioni.
Il sapere e l'istruzione con i suoi correlativi di
insegnamento-apprendimento, devono essere una
sincera. un'utile e assidua ricerca della verità,
che significa anche nutrire l'amore per la verità.
L'amore per la verità - e non il desiderio di
guadagno, di potere e di successo - si traduce e
deve tradursi in un autentico impegno educativo e
didattico.
Ciò che è fin qui detto vale per ogni docente di
qualsiasi scuola. La professione docente, se è
difficile, lo è, a mio avviso, proprio perché è in
rapporto diretto con l'essere umano che va
rispettato nella sua dignità - da riscoprire e
promuovere - nei suoi bisogni formativi che
trascendono l'hic et nunc e vanno oltre quelli
espressi dallo stesso individuo.
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Il termine "docente"
o "professore", etimologicamente, si riferisce a
chi ha la funzione di insegnare, intesa come
trasmissione della cultura, funzione
fondamentale della scuola. "La parola 'insegnante'
- ha osservato il noto comparatista inglese Edmund
King - è una parola che potremmo definire 'camaleonte'
in quanto cambia non solo colore, ma anche le sue
dimensioni a seconda di chi parla e del contesto
cui viene riferita". Sul docente, soprattutto
sulla sua formazione, esiste una ricca
bibliografia, ma ciò non significa che egli sia
ovunque all'altezza del suo compito.
L'insegnamento come trasmissione del sapere
costituisce, senza dubbio, una delle funzioni
principali dell'istituzione scolastica. Ma quale
tipo di trasmissione? E di quale sapere? La
trasmissione dei valori è in crisi da molto tempo.
Se, infatti, la scuola continua ad essere "sotto
accusa", quali sono i motivi principali? Ciò non
riguarda forse la degenerazione della trasmissione
culturale che non si nutre di ricerca e di
rielaborazione del sapere e del necessario impegno
di dedizione alla persona dell'alunno e ai suoi
bisogni formativi?
Oggi si sottolinea la necessità di assicurare alla
carriera docente la tipica professionalità che le
compete e di riqualificare la sua presenza
educativa. Ciò comporta obblighi precisi: "un
impegno morale di servire gli interessi degli
studenti considerandone il benessere e il
progresso e decidendo in che modo questi possano
essere incoraggiati o promossi; un obbligo a
rivedere
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L'A.Ge.S.C.
Associazione Genitori Scuole Cattoliche
Origine -
Motivazioni - Difficoltà - Impegni
Un altro anno
scolastico è finito, solo alcuni, come nel mio
caso, sono ancora a cimentarsi con gli esami di
maturità: è tempo di vacanza per i più, forse di
bilanci, per tutti gli insegnanti della scuola
italiana è sicuramente giunto il momento di
voltare pagina, di lasciare da parte lo stress di
un anno in cui non tutto si è svolto con facilità,
di “staccare” dai problemi quotidiani di alunni e
colleghi, dai rapporti a volte tesi con la
dirigenza, per dedicarsi finalmente al meritato
riposo fisico e mentale.
Ed ecco che un amico mi chiede invece di ricordare,
di raccontare cosa significhi per me, sposata,
madre di tre figli, docente di Lettere in un Liceo
scientifico statale, svolgere la professione di
insegnante, cosa significhi insomma educare.
La richiesta è interessante, quindi provo.
Due premesse prima di partire: ho deciso di
insegnare per passione alle materie studiate in
Università, ma soprattutto per una passione
educativa. A vent’anni, forse, ero più teorica di
ora, ma già avevo percepito importante che nella
scuola fosse possibile un rapporto vero con i
docenti, già, reduce da mie esperienze negative di
studentessa (per intenderci:mille nozioni nel
liceo classico più serio della città, nessuno
spazio umano, nessun interesse per la vita di chi
ti sta intorno) pensavo alla classe come luogo
dove fosse possibile l’educazione oltre che
l’istruzione. A vent’anni avevo già incontrato in
modo decisivo per la mia vita il fatto cristiano,
come risposta unica, perfettamente ragionevole, ai
desideri profondi del mio cuore, l’avevo
incontrato in volti precisi, avevo già avuto la
grazia di scoprire maestri per il mio cammino.
L’assenza di un giudizio e di una presenza
cristiana nella scuola anzi la sistematica
negazione culturale oltre che pratica della
bellezza cristiana, congiunte alla fragile
incoscienza dei giovani, ormai lontani anni luce
da una personale compromissione con la fede (Dio
forse c’è, ma non c’entra nulla con la vita),
l’ingiusta confusione, la tristezza diffusa di
tanti ragazzi ancora naturalmente aperti (per i
doni dell’età) alla ricerca di un bene per loro,
ma assolutamente ineducati, mi facevano
letteralmente star male.
Con tale bagaglio di partenza ho cominciato e le
intuizioni iniziali mi hanno accompagnato fino ad
ora, verificate de approfondite da tutte le
esperienze di questi anni di lavoro.
Educazione quindi e istruzione: il binomio, ho
scoperto col tempo, è inscindibile, anzi solo
attraverso una reale educazione è possibile aprire
i giovani alla passione per la conoscenza. Il mio
compito professionale è principalmente quello di
proporre un affronto serio e sistematico delle
discipline che tratto, mai disgiunto
dall’interesse per quei volti così diversi che
ogni mattina mi trovo davanti. Il rigore nella
preparazione delle lezioni, la richiesta forte di
una sequela nell’imparare, il lavoro perché i
ragazzi acquisiscano un metodo di studio autonomo,
sono stati punti irrinunciabili della mia
professione.
E’ astratto dire di interessarsi dei propri alunni
se non ci si spende perché imparino, perché
crescano nella loro capacità di comprensione e di
giudizio. Non è retorico affermare che educare (da
e-ducere ) implica il tirar fuori, il far emergere
il meglio di loro, cioè il loro cuore, nel
paragone con quanto seriamente proponiamo. Ma il
paragone è possibile solo se in gioco siamo in due,
se cioè la loro libertà di aderire, la loro voglia
di conoscere si paragona con la mia libertà di
proporre e di esprimermi nei giudizi che porto. E’
evidentemente strumentale l’idea di neutralità
dell’insegnamento: i ragazzi (come tutti noi)
hanno bisogno di adulti appassionati, che mettano
in comune la loro |
competenza e
soprattutto la loro partecipazione commossa a
quanto vanno insegnando.
Ho sempre più pensato
in questi anni, di fronte al rischio
dell’educazione come gioco insostituibile della
libertà di chi insegna e di chi impara che il
primo servizio che noi adulti siamo chiamati a
portare sia verso un corretto uso della ragione,
come apertura alla realtà tutta e non come
chiusura a preconcetti già acquisiti.
Quest’anno sto portando
a conclusione un quinquennio, sto esaminando
alunni carissimi (tutti, ognuno per motivi diversi)
che ho accompagnato dalla prima, che ho visto
crescere e diventare grandi, tramite scoperte
successive. Una mia alunna in un dialogo di alcuni
mesi fa mi ha detto una delle cose più confortanti
per il mio lavoro: “Vede Prof, ultimamente ho
pensato che il rapporto con lei e il modo di
studiare Italiano mi hanno aiutato ad usare la
ragione come mai avrei sospettato”.
Ma basta, è sufficiente essere “bravi insegnanti”,
spendersi per i propri alunni, spiegare Italiano e
Latino nel miglior modo possibile?
La risposta è duplice, nel senso che la naturale
risposta affermativa richiede un approfondimento.
Certo, basta o per lo meno è già molto essere seri
ed “utili” nello sfascio attuale, nel disinteresse
dei più, nell’incapacità di molti, certo è
importante valutare con giustizia, credere negli
alunni che si hanno davanti, accompagnarli nel
miglioramento, portarsi dietro anche i più
disastrati e notare con soddisfazione che uno
sguardo positivo li ha aiutati a migliorarsi, a
diventare “capaci”.
E’ importante insomma, fare bene il proprio lavoro,
portare a termine ciò che nessuna riforma, nessun
dirigente, nessun consiglio di classe può impedire.
Ma c’è qualcosa che sfugge, che va oltre e che ti
mette al muro. Un amico, anzi un maestro per me,
dice sempre che insegnare è il mestiere più
sacrificante. Perché? Ho iniziato a capire e qui
subentra l’approfondimento che ha a che fare con
la verità di me. Ogni giorno ho di fronte quei
volti che aspettano, come ogni uomo, anche se non
sono totalmente coscienti, la risposta alle loro
domande. Ho davanti il volto di tanti ragazzi che
soffrono, che esigono qualcuno che li accompagni,
che sperano in un incontro che solo può rendere
bella e degna la vita.
Ma qui si tratta di sovrabbondanza: solo la
sovrabbondanza per l’esperienza di pienezza che
per grazia vivo mi abilita a guardare fino in
fondo le persone che incontro, e a volte accade
l’imprevisto (che, parafrasando Montale, “è la
sola speranza” e non è una stoltezza dirselo),
accade il miracolo dell’incontro in cui la libertà
mia si va a legare a quella del mio alunno, che,
con una semplicità non scontata, mi chiede di
farmi compagna di strada, mi ferma fuori dalla
porta di classe, mi domanda le ragioni di quanto
dico e di come sono.
Tutto può essere occasione: la bella lezione su
Manzoni o Leopardi, la solidarietà per Natale, la
morte di un amico, la guerra, la proposta di
vedersi oltre le ore di lezione ad approfondire
temi particolarmente toccanti o a svolgere
“ripassoni” per la Maturità.
Alcuni ti cercano e a quel punto sta a te non
sottrarti, col tremore che sempre mi accompagna
quando l’imprevisto accade, con la coscienza della
fatica e della bellezza ineguagliabile che
costituiscono il caricarsi della vita di altri. E
i rapporti si dilatano anche nella scuola statale,
fra alunni, famiglie e colleghi distratti. I
rapporti si fanno storia e ti scopri commossa ad
ascoltare alunni che sostengono il colloquio di
esame con una coscienza della realtà che è la tua,
con una capacità di giudizio che è frutto di una
storia comune, di fronte a “figli” che nel
riconoscimento di un fatto accaduto ti sono
“padri” per la testimonianza che portano.
Ma qui si apre un altro capitolo, che è quello
della straordinaria concretezza del popolo
cristiano, di legami che mantengono la promessa
del “per sempre”.
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Impresa: no grazie!
Tre motivi per dire no alla scuola-azienda
di P. Franco Moscone crs
Rettore
del Collegio Emiliani di GE-Nervi
Tutti ricorderanno le
tre “I” del programma elettorale scolastico dell’attuale
maggioranza parlamentare che ha realizzato la Riforma
Moratti: inglese, internet, impresa. Sono convinto, che
al di là di ogni demagogia finalizzata al consenso,
almeno una di queste “I” vada cacciata, se si intende
produrre una scuola che si riappropri della funzione
educativo-didattica tipica del nostro modello culturale.
Ebbene questa “I” è impresa.
L’”impresa scolastica”, che come tale è “impresa di
pensiero” tra soggetti in un libero rapporto di
apprendimento-insegnamento, viene aziendalizzata
sminuendo tale rapporto pedagogico a parametri di
fabbrica.
Scuola deriva da scholè, che significa “lentezza”. Il
tempo della creazione-educazione dei rapporti
interpersonali fatto di prove e tentativi, di scoperte e
fallimenti, di inizi e di riprese, non ha nulla a che
vedere con quello cronologico aziendale, dove “perdere
tempo” significa “perdere soldi”. Nella scuola “perdere
tempo” (inteso come lentezza) significa sedimentare in
personalità, dare spessore e fondamento al proprio
essere, costruirsi un futuro in libertà. In questo senso
abbreviare, come sarebbe la logica dell’impresa, diventa
tradire e falsificare.
La “produzione scolastica” (se può passare questo
termine), non è finalizzata all’uti (= utilizzare), ma
al frui (= godere) delle discipline che concorrono alla
formazione della persona. La logica del mercato non può
essere applicata alla scuola, pena la negazione della
sua stessa natura. Purtroppo segni di una simile deriva
si riscontrano ovunque nelle prove di autonomia di tanti
Istituti scolastici, i quali non riuscendo a motivare
l’alunno (e le famiglie!) lo caricano di sempre nuove e
più “allettanti” discipline. Le scuole si vestono
dell’immagine di un supermarket dell’insegnamento. Negli
scaffali dei vari P.O.F. (= piano dell’offerta
formativa) puoi “comprare” ormai di tutto: dall’italiano
all’alimentazione, dall’inglese all’informatica, dalla
geografia alla danza, dall’algebra agli scacchi,
passando per le tante “educazioni”: stradale, sociale,
tecnica, fisica, sessuale, musicale, ecc… come se tutto
avesse lo stesso valore in fatto di “educazione” e
dipendesse dal gusto e dall’interesse individuale. Ma è
mai possibile un’educazione al plurale, come le varie
marche dei dentifrici?!
Impresa, infine, è legata oggi al termine management:
dirigere, programmare, organizzare… Com’è possibile
conciliare tutto ciò con la didattica e l’educazione?
Per quanto l’aspetto gestionale possa essere importante
non potrà diventare primario nella scuola. Scuola è
incontro di persone in uno spazio vitale di insegnamento-apprendimento,
dove il leader non veste i panni del manager, ma del
maestro. È di un leaderaggio educativo, di un modello di
vita, non di azienda, che deve farsi carico la scuola se
vuol continuare ad essere se stessa, e non “vendersi”
sul marciapiede dell’immagine.
L’augurio di buona riuscita alla Riforma Moratti non può
quindi che essere accompagnato da un consiglio:
abbandonare con urgenza il tanto proclamato modello di
scuola-azienda.
Ed allora, buona riforma!.
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