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Quale sarà il futuro
scolastico dei nostri figli?
Questa è la domanda che probabilmente tutte o quasi
le famiglie italiane si pongono davanti alla
cosiddetta Legge Moratti, che ha radicalmente
modificato il panorama della scuola italiana.
L’atteggiamento prevalente appare di incomprensione e
di confusione. La terminologia usata per indicare i
gradi e gli ordini di scuola esprime un cambiamento
forte, una “rivoluzione” di difficile comprensione
per la maggior parte delle persone, ormai abituate a
un sistema scolastico che aveva mantenuto una
struttura organizzativa determinata. Il dibattito
mediatico, strumentalizzato in chiave politica, non
ha aiutato le persone a comprendere esattamente i
criteri fondanti la riforma con la conseguenza che le
legittime espressione di consenso o dissenso
risultano parziali e discutibili. Nella nostra
riflessione ci sembra opportuno evidenziare due
aspetti sui quali la maggioranza dei genitori è
chiamata a modificare il rapporto con l’istituzione
scolastica.
Il primo è rappresentato da un passaggio culturale
avente ad oggetto l’accettazione del cambiamento. Si
tratta di comprendere che il sistema formativo
vigente, basato sullo schema formazione-diploma-lavoro,
è inadeguato al tipo di società attuale,
caratterizzata da uno sviluppo della tecnologia
dell’informazione, dalla mondializzazione
dell’economia, dalla diffusione di prodotti
tecnologici. In questa prospettiva è necessario che
il percorso formativo sia individualizzato, cioè
tenga conto delle capacità, delle attitudini del
singolo allievo, mettendolo in condizione di
sviluppare ed applicare tutte le sue prerogative,
considerando anche il territorio, il contesto sociale
in cui è inserito. Il termine chiave della riforma è
infatti competenza, cioè la dimostrazione di saper
applicare le proprie capacità e conoscenze acquisite.
Occorre anche tener presente che la formazione non è
compito esclusivo della scuola, ma anche di altre
agenzie educative.
Ecco allora emergere il secondo aspetto della riforma
per la famiglia: la sfida di partecipare più
attivamente all’istruzione dei figli, fornendo ai
docenti tutte le informazioni necessarie per
individuare le attitudini-capacità dei propri figli,
per illustrarne gli interessi, le modalità di
conoscenza al fine di collaborare alla redazione del
piano di studio personale.
Ciò richiede un maggior impegno nella conoscenza
diretta dei propri figli. Non esiste solo un
programma, non ci si può più limitare a chiedere se
va bene o male a livello di condotta e di profitto,
ma occorre conoscere attentamente anche gli stili di
apprendimento del proprio figlio, abbandonando le
deleghe in bianco alla scuola.
Un altro aspetto da valorizzare è la possibilità di
inserire nel percorso scolastico esperienze
lavorative, che costituiscono parte integrante del
percorso formativo, avente pari dignità del lavoro in
classe. L’alternanza scuola-lavoro costituisce un
possibile rimedio contro la dispersione scolastica,
in quanto può aiutare gli studenti a recuperare una
motivazione all’apprendimento. Le famiglie hanno una
risorsa notevole nel poter far effettuare ai figli
tali esperienze formative, che consolidano o
producono conoscenze teoriche. Naturalmente la
famiglia non può trascurare le difficoltà di
realizzazione della riforma: la scarsità delle
risorse, l’inadeguatezza dei locali, soprattutto al
centro e nel sud del paese dove non esistono spazi
per i cosiddetti laboratori, per le attività motorie,
per le pause dove è presente l’organizzazione a tempi
lunghi della giornata. La possibilità di scelta di
corsi opzionali genera responsabilità nella famiglia
ma anche cambiamenti difficili soprattutto per i più
piccoli: infatti per volere dei genitori le classi
potrebbero ritrovarsi smembrate in alcune ore con
relative problematiche legate ad entrate ed uscite
degli alunni da scuola e poi ricomposte in altre ore.
E se alla famiglia non piace il piano proposto dalla
scuola?
E gli insegnanti ai quali è stato chiesto per anni
una maggiore qualificazione specifica nelle
discipline insegnate ora come potranno improvvisare
attività diverse?
Inoltre l’obiettivo della riforma scolastica
richiederebbe un maggior riconoscimento della
professione docente, che invece è costretta a
convivere con il taglio agli organici, la conseguente
riduzione dei posti di lavoro e la mobilità dei
docenti che incide sulla efficacia del servizio.
Sicuramente una valutazione della riforma potrà
essere effettuata quando sarà entrata a pieno regime,
tuttavia l’attenzione alla singola persona-alunno
rappresenta una scelta significativa che chiama la
famiglia, soprattutto quella cristiana, a realizzare
nella quotidianità dell’istruzione dei figli il
passaggio dalla trasmissione della fede alla sua
inculturazione, per aiutare i figli a scoprire
l’attualità della Buona Novella in ogni momento
storico.
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