La rivista italiana

dei Padri Somaschi

 

Ottobre/Dicembre 2004 - Nº 129

  

Redazione: Via San Girolamo Emiliani, 26 - 16035 RAPALLO-GE

vitasomasca@somaschi.org

DOSSIER

Riforma: partire dai talenti

che abbiamo ricevuto

di P. Franco MOSCONE crs

L'Homo Docens

Hiang-Chu Ausilia CHANG fma
(docente presso la U.P. Salesiana a Roma)

Analisi della riforma scolastica
da un profilo cristiano

Dott. Mario Maggi - Cons. Reg. Liguria

La mia esperienza

di Marina Guariniello

Riforma: partire dai talenti che abbiamo ricevuto

Tra le varie letture che ho fatto in questo periodo, per prepararmi alla Riforma Scolastica, mi sono imbattuto in due affermazioni interessanti.
A. Einstein sostiene che “l’ansia di conoscere il vero è la sola cosa che possa indurci ad attribuire importanza a ciò che studiamo”, mentre M. Weber ricorda che “solo un duro lavoro fa maturare un’idea”. Gli obiettivi formativo-didattici, mutuati dalla Sacra Scrittura, su cui avevo lavorato nei due ultimi anni nella mia scuola, la verità vi farà liberi, e camminare verso la pienezza della verità mi sono sembrati trovare conforto “scientifico” nell’affermazione del più grande scienziato del XX secolo, e sostegno “filosofico” da uno che di metodologie si intendeva.
Ma quale icona biblica guardare ora che devo aprirmi al nuovo che verrà?
Trovo particolarmente adatta, per affrontare con lo spirito giusto la novità che mi aspetta, la parabola dei talenti. Come sarebbe stimolante se l’intera comunità scolastica riuscisse a trasformare il proprio ambiente in una Scuola di Talenti! Scuola di talenti per tutte e tre le sue componenti: alunni, insegnanti, famiglie. Ognuno, secondo il proprio ruolo e le proprie capacità, si sentirebbe impegnato ed aiutato a scoprire e far fruttificare i talenti che gli sono stati donati. Una scuola che sappia mettere a frutto i beni di ciascuno attraverso il circolo virtuoso tra apprendimento ed insegnamento. Se come scriveva già nel 1967 E. Devaud “l’attività del maestro è ordinata all’alunno, e quella dell’alunno è ordinata al vero”, allora imparare è amare il vero, ed insegnare è amare l’uomo. Favorendo questa circolarità educativa noi insegnanti riscopriremo la nostra vocazione, gli alunni proveranno la loro soddisfazione, e le famiglie troveranno nella scuola il vero partner che sostiene la crescita umana e culturale dei loro figli.
Famiglie ed insegnanti sembrano essere i più preoccupati davanti alla novità del futuro. Nulla di strano in tutto ciò, fa parte della storia della vita: i figli sono per natura orientati al futuro, mentre gli adulti, nello svolgere la loro funzione educativa, non possono non tener conto del passato e dei talenti avuti in dono dalla cultura da trasmettere.
A pensarci bene, se si chiede più partecipazione ai genitori, non c’è nulla di strano, ma solo un voler mettere a frutto quanto è di loro competenza. Non è forse vero che il bambino quando varca per la prima volta le porte della scuola possiede già le parole, sa usare lessico e sintassi? C’è forse qualche maestro di prima elementare che ha sentito i suoi bambini pronunciare “il mamma”, invece che “la mamma”? Mai! Allora l’apprendimento genitoriale viene prima di quello scolastico, e quest’ultimo darà frutti abbondanti nella misura in cui si innesta sul primo. La presenza dei genitori nel percorso didattico dei figli è quindi un vero talento da investire. Si presenta problematico da sempre il rapporto docenti-famigie, ma non per questo dev’essere trascurato: imparare ad utilizzare tale rapporto, per il comune amore verso chi si vuol far crescere nella ricerca del vero, sarà un duro lavoro, ma non potrà che produrre frutti maturi.
Non solo le famiglie, ma anche noi insegnanti abbiamo le nostre perplessità e timori. Ancora una volta ci si chiede di scommettere sul futuro, cosa che facciamo da sempre diversamente avremmo cambiato mestiere, disposti ad adattarci creativamente a nuove metodologie. Per vivere bene il momento, senza essere tentati dal “nascondere sotto terra” i nostri talenti mi va di ripensare ad alta voce a tre parole del nostro vocabolario quotidiano: scuola, ripetere, comprendere.
Scuola: mi si dice che viene dal greco skolè, che vuol dire “tempo libero”, svago. Ripenso al valore che aveva il termine latino otium, in dialettica con l’altro negotium. Tempo libero, non come tempo da perdere, o tempo vuoto, ma tempo per la libertà, tempo in cui si forma il giovane a diventare e restare libero. In questa parola stà la vocazione e capacità professionale di chi ha scommesso sul talento di insegnare e saper trasmettere il sapore dell’imparare.
Ripetere: quante volte dover ripetere sembra innervosire l’insegnante ed annoiare l’alunno. Ma ri-petere significa “continuare a domandare”, ossia non stancarsi mai di cercare. Ripetere allora è entrare nella metodologia della ricerca scientifica, nel segreto del progresso e della storia. Non stanchiamoci di ri-petere, è un grande talento di cui disponiamo per far progredire le persone che ci vengono affidate.
Comprendere: sembra la parola più impegnativa, e contemporaneamente quella che esprime il risultato, il frutto, della fatica didattica. A pensarci bene, però è anche la prima da vivere se si desidera essere maestri. Significa “prendere con sé”…e l’insegnante deve prendere con sé, ed in alcuni casi prendere su di sé, oltre la propria materia di cui è competente, l’alunno… deve coniugare questo verbo nelle forme dell’amore e del cuore, uniche forme che aprono la mente e motivano al duro, ma anche entusiasmante lavoro dello studio.
Certo che la parabola dei talenti possa aiutare ad entrare nel nuovo che ci attende, buon anno scolastico 2004-2005 a tutti!

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L'Homo Docens

 

Hiang-Chu Ausilia CHANG fma

    

(docente presso la U.P. Salesiana a Roma)

periodicamente la natura e l'efficacia della propria pratica allo scopo di migliorare la qualità dell'organizzazione, della pedagogia e dei processi decisionali; un obbligo di continuare a sviluppare conoscenze pratiche, sia attraverso la riflessione personale, sia attraverso l'interazione con altri; un obbligo a collaborare con altri insegnanti, sia nello scambio reciproco di riflessioni sulle proprie pratiche, sia in attività che contribuiscono alla gestione professionale della scuola".
Oggi siamo alla ricerca della qualità. Chi è l'insegnante di qualità? L'insegnante di qualità viene definito da Umberto Margiotta come colui che:
1. si sente coinvolto e quindi motivato ed impegnato;
2. conosce la sua materia e sa come insegnarla;
3. vuol bene ai suoi alunni e cerca di comunicare con calore anche quando gli allievi non ricambiano;
4. si preoccupa non solo della crescita intellettuale dell'allievo, ma anche dello sviluppo del suo senso morale;
5. sa gestire i gruppi, sa, cioè, come animare e orientare le dinamiche di gruppo in classe;
6. sa integrare le nuove tecnologie;
7. sa padroneggiare molteplici modelli d'insegnamento e d'apprendimento, tra cui, in particolare, la didattica cooperativa;
8. sa adattare e improvvisare;
9. conosce gli studenti (li considera come individui più importanti di qualunque piano previsto);
10. sa scambiare idee con gli altri insegnanti;
11. riflette sull'esperienza e durante l'esperienza;
12. sa collaborare con i colleghi;

13. migliora la propria professionalità;
14. contribuisce alla società nel suo complesso.

"L'insegnante ben preparato appare la chiave di volta di tutte le innovazioni educativo-didattiche, quindi fattore determinante per la qualità della scuola".
Senza dubbio, uno degli aspetti più innovativi della pedagogia contemporanea è, a mio parere, quello di considerare l'insegnamento come ricerca, come comunicazione, come organizzazione, per cui il docente viene ad essere anche ricercatore e sperimentatore in chiave educativa, costantemente alla ricerca di nuove idee e di nuovi modi di far scuola.
La funzione propriamente educativa della scuola appare la più trascurata e costituisce,a mio avviso, una delle cause principali della scuola sotto accusa. Nel presentare il documento della CEC Le PC, il Card. Grocholewsky, prefetto della CEC, così si esprimeva: Il cuore del disagio della scuola oggi è l'offuscamento, mi auguro non la perdita, del senso dell'educazione. La crisi della scuola è in stretta relazione con la crisi dell'educazione, dei valori in generale, della famiglia e delle istituzioni.
Il sapere e l'istruzione con i suoi correlativi di insegnamento-apprendimento, devono essere una sincera. un'utile e assidua ricerca della verità, che significa anche nutrire l'amore per la verità. L'amore per la verità - e non il desiderio di guadagno, di potere e di successo - si traduce e deve tradursi in un autentico impegno educativo e didattico.
Ciò che è fin qui detto vale per ogni docente di qualsiasi scuola. La professione docente, se è difficile, lo è, a mio avviso, proprio perché è in rapporto diretto con l'essere umano che va rispettato nella sua dignità - da riscoprire e promuovere - nei suoi bisogni formativi che trascendono l'hic et nunc e vanno oltre quelli espressi dallo stesso individuo.

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Il termine "docente" o "professore", etimologicamente, si riferisce a chi ha la funzione di insegnare, intesa come trasmissione della cultura, funzione fondamentale della scuola. "La parola 'insegnante' - ha osservato il noto comparatista inglese Edmund King - è una parola che potremmo definire 'camaleonte' in quanto cambia non solo colore, ma anche le sue dimensioni a seconda di chi parla e del contesto cui viene riferita". Sul docente, soprattutto sulla sua formazione, esiste una ricca bibliografia, ma ciò non significa che egli sia ovunque all'altezza del suo compito.
L'insegnamento come trasmissione del sapere costituisce, senza dubbio, una delle funzioni principali dell'istituzione scolastica. Ma quale tipo di trasmissione? E di quale sapere? La trasmissione dei valori è in crisi da molto tempo. Se, infatti, la scuola continua ad essere "sotto accusa", quali sono i motivi principali? Ciò non riguarda forse la degenerazione della trasmissione culturale che non si nutre di ricerca e di rielaborazione del sapere e del necessario impegno di dedizione alla persona dell'alunno e ai suoi bisogni formativi?
Oggi si sottolinea la necessità di assicurare alla carriera docente la tipica professionalità che le compete e di riqualificare la sua presenza educativa. Ciò comporta obblighi precisi: "un impegno morale di servire gli interessi degli studenti considerandone il benessere e il progresso e decidendo in che modo questi possano essere incoraggiati o promossi; un obbligo a rivedere

Analisi della riforma scolastica da un profilo cristiano

1. Centralità della persona
La Legge 53/03 di riforma scolastica intende "favorire la crescita e la valorizzazione della persona umana, nel rispetto dei ritmi dell'età evolutiva, delle differenze e dell'identità di ciascuno e delle scelte educative della famiglia, nel quadro della cooperazione tra scuola e genitori, in coerenza con il principio di autonomia delle istituzioni scolastiche e secondo i principi sanciti dalla Costituzione" (art. 1). La centralità della persona è quindi il valore di riferimento che viene sviluppato ed esemplificato nei vari documenti applicativi come i Profili Educativi Culturali e Professionali dello Studente al termine dei corsi (PECUP).
Di qui derivano alcuni elementi qualificanti la riforma: il Piano di studi Personalizzato - che intende favorire l'attività didattica attraverso un rapporto umano, in cui ciascuno possa effettivamente sviluppare tutte le sue potenzialità - il Portfolio delle competenze - strumento concreto per documentare la storia reale dello sviluppo della persona, ed altri aspetti educativi quali lo sviluppo psico-motorio, le potenzialità di relazione, l'attenzione costante alla crescita educativa, culturale e professionale attraverso il sapere, il fare e l'agire. La riforma pone come uno dei principi fondamentali la "promozione dell'apprendimento in tutto l'arco della vita", superando la concezione restrittiva e residuale di "educazione degli adulti", così come concepita nella normativa precedente. In questo modo viene superata la suddivisione settoriale tra vari segmenti dell'istruzione e della formazione, riportandoli tutti all'interno di un sistema di valori unitario circa il diritto all'apprendimento in tutte le fasi della vita.
Insieme al principio della centralità della persona emerge una concezione della persona che è riconducibile alla visione cattolica: il valore irripetibile del singolo e la dignità di ogni manifestazione della sua umanità, intesa come "risorsa". La persona non è peraltro concepita astrattamente come un'entità autosufficiente ed isolata, bensì realisticamente, come una creatura in cammino, che sempre può migliorarsi e correggersi, e che realizza pienamente se stessa in rapporto con la realtà più estesa della famiglia, comunità sociale, tradizione storico-culturale.
La struttura del PECUP, 1° e 2° ciclo, rispecchia esattamente questa concezione: parte dall'io, identità (vista come l'esito dello sviluppo unitario ed armonioso di tre fattori: conoscenza di sé, relazione con gli altri e orientamento, inteso come educazione alla capacità di scelta ed apertura al cambiamento), per individuare gli strumenti culturali con cui l'io cresce, si esprime, si rapporta alla realtà, la conosce e trasforma, arrivando quindi alla convivenza civile, in cui tutte le dimensioni della vita personale assumono forma visibile e significativa nel proprio ambiente e nel mondo, nonché acquistano una valenza morale. Sono indicativi alcuni degli aspetti che dovrebbero caratterizzare il profilo finale dello studente, indicati nella sintesi del PECUP:
- avere gli strumenti di giudizio sufficienti per valutare se stessi, le proprie azioni, i fatti e i
comportamenti individuali, umani e sociali degli altri, alla luce di parametri derivati dai
grandi valori spirituali che ispirano la convivenza civile;
- avvertire interiormente, sulla base della coscienza personale, la differenza tra il bene e il male ed essere in grado di orientarsi nelle scelte di vita e nei comportamenti sociali e civili;
- essere disponibili al rapporto di collaborazione con gli altri, per contribuire con il proprio apporto personale alla realizzazione di una società migliore;
- avere consapevolezza, sia pure adeguata all'età, delle proprie capacità e riuscire, sulla base di esse, a immaginare e progettare il proprio futuro, predisponendosi a gettarne le basi con appropriate assunzioni di responsabilità;
- porsi le grandi domande sul mondo, sulle cose, su di sé, su gli altri e sul destino di ogni
realtà, nel tentativo di trovare un senso che dia loro unità e giustificazione, consapevoli tuttavia dei propri limiti di fronte alla complessità e all'ampiezza dei problemi sollevati.
Viene superata la mentalità ora dominante nel mondo della scuola, secondo cui il processo educativo dovrebbe essere improntato ad un preteso neutralismo, trasmettere cioè un sapere asettico, senza entrare nel merito delle questioni morali e ideali che la realtà continuamente ripropone.
L'impostazione della riforma mira così a ricollegare la dimensione conoscitiva a quella morale ed affettiva, in una prospettiva problematica ma non relativista o nichilista. Parole chiave sono tentativo e domanda, in sottintesa contrapposizione tanto alle certezze acritiche che a uno sterile dubbio sistematico.

2. Libertà e responsabilità
Libertà e responsabilità sono posti come finalità della prospettiva di crescita personale degli alunni e continuamente richiamati come criteri di riferimento per educatori, insegnanti e genitori, e per tutti i soggetti che in qualche modo interagiscono con la realtà dell'istruzione-formazione.
La stretta relazione posta tra questi due aspetti ancora una volta supera il possibile equivoco di intendere la libertà in senso strettamente e astrattamente individualistico e coniugato con quello della responsabilità, viene applicato alla persona nella sua natura e situazione concreta, che sempre implica il rapporto con gli altri, il bisogno di render ragione a loro ed a se stessi del perché di una scelta, l'esigenza di rispondere in maniera consapevole alla domanda di senso che la vita, la realtà, il proprio stesso essere pongono nel concreto delle circostanze.

3. Cooperazione
Il principio della responsabilità trova concreto sviluppo in quello della cooperazione educativa o della collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo: docenti ed allievi all'interno dell'istituzione scolastica o formativa, ed inoltre tra scuola famiglie, istituzioni, mondo del lavoro, territorio. Nelle intenzioni c'è qualcosa di più della semplice "partecipazione democratica", di fatto assai impersonale e limitata agli "organi collegiali". Cooperare e collaborare significa sviluppare relazioni personali, confrontarsi, concordare delle scelte operative comuni e contribuire a realizzarle. Tale aspetto, dal punto di vista della concezione dello Stato e delle istituzioni, appare in piena sintonia con il principio della sussidiarietà che da sempre caratterizza la dottrina sociale della Chiesa.

4. Valorizzazione della tradizione culturale
L'azione educativa e didattica, l'apprendimento e la crescita degli allievi si sviluppano "anche in relazione alla tradizione culturale e alla evoluzione sociale, culturale e scientifica della realtà contemporanea". Non si tratta di un ritorno al passato in prospettiva conservatrice e nostalgica, ma di un riferimento alle origini, alle ragioni, alle caratteristiche del dinamismo che ha permesso l'evoluzione della nostra civiltà, nella prospettiva di una lettura consapevole e critica della realtà e dell'esperienza presenti.
Nel PECUP del 1° ciclo, tra gli strumenti culturali che lo studente deve acquisire, si indica esplicitamente la "consapevolezza, sia pure in modo introduttivo, delle radici storico-giuridiche, linguistico-letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico-cristiano, e dell'identità spirituale e materiale dell'Italia e dell'Europa", e la capacità di collocare "in questo contesto, la riflessione sulla dimensione religiosa dell'esperienza umana e l'insegnamento della religione cattolica". Tale consapevolezza e riflessione sono destinate ad essere articolate ed approfondite criticamente nel secondo ciclo, attraverso le diverse discipline e indirizzi di studio o di formazione.
Infine a proposito del cosiddetto secondo canale, rientra proprio nella tradizione educativa cattolica la valorizzazione dell'istruzione e formazione professionale, nell'ambito della personalizzazione dell'apprendimento e dell'attenzione a quegli aspetti pratici e materiali della vita e del lavoro umani che hanno pari dignità con quelli intellettuali e spirituali.

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  La mia esperienza

di Marina Guariniello

Un altro anno scolastico è finito, solo alcuni, come nel mio caso, sono ancora a cimentarsi con gli esami di maturità: è tempo di vacanza per i più, forse di bilanci, per tutti gli insegnanti della scuola italiana è sicuramente giunto il momento di voltare pagina, di lasciare da parte lo stress di un anno in cui non tutto si è svolto con facilità, di “staccare” dai problemi quotidiani di alunni e colleghi, dai rapporti a volte tesi con la dirigenza, per dedicarsi finalmente al meritato riposo fisico e mentale.
Ed ecco che un amico mi chiede invece di ricordare, di raccontare cosa significhi per me, sposata, madre di tre figli, docente di Lettere in un Liceo scientifico statale, svolgere la professione di insegnante, cosa significhi insomma educare.
La richiesta è interessante, quindi provo.
Due premesse prima di partire: ho deciso di insegnare per passione alle materie studiate in Università, ma soprattutto per una passione educativa. A vent’anni, forse, ero più teorica di ora, ma già avevo percepito importante che nella scuola fosse possibile un rapporto vero con i docenti, già, reduce da mie esperienze negative di studentessa (per intenderci:mille nozioni nel liceo classico più serio della città, nessuno spazio umano, nessun interesse per la vita di chi ti sta intorno) pensavo alla classe come luogo dove fosse possibile l’educazione oltre che l’istruzione. A vent’anni avevo già incontrato in modo decisivo per la mia vita il fatto cristiano, come risposta unica, perfettamente ragionevole, ai desideri profondi del mio cuore, l’avevo incontrato in volti precisi, avevo già avuto la grazia di scoprire maestri per il mio cammino. L’assenza di un giudizio e di una presenza cristiana nella scuola anzi la sistematica negazione culturale oltre che pratica della bellezza cristiana, congiunte alla fragile incoscienza dei giovani, ormai lontani anni luce da una personale compromissione con la fede (Dio forse c’è, ma non c’entra nulla con la vita), l’ingiusta confusione, la tristezza diffusa di tanti ragazzi ancora naturalmente aperti (per i doni dell’età) alla ricerca di un bene per loro, ma assolutamente ineducati, mi facevano letteralmente star male.
Con tale bagaglio di partenza ho cominciato e le intuizioni iniziali mi hanno accompagnato fino ad ora, verificate de approfondite da tutte le esperienze di questi anni di lavoro.
Educazione quindi e istruzione: il binomio, ho scoperto col tempo, è inscindibile, anzi solo attraverso una reale educazione è possibile aprire i giovani alla passione per la conoscenza. Il mio compito professionale è principalmente quello di proporre un affronto serio e sistematico delle discipline che tratto, mai disgiunto dall’interesse per quei volti così diversi che ogni mattina mi trovo davanti. Il rigore nella preparazione delle lezioni, la richiesta forte di una sequela nell’imparare, il lavoro perché i ragazzi acquisiscano un metodo di studio autonomo, sono stati punti irrinunciabili della mia professione.
E’ astratto dire di interessarsi dei propri alunni se non ci si spende perché imparino, perché crescano nella loro capacità di comprensione e di giudizio. Non è retorico affermare che educare (da e-ducere ) implica il tirar fuori, il far emergere il meglio di loro, cioè il loro cuore, nel paragone con quanto seriamente proponiamo. Ma il paragone è possibile solo se in gioco siamo in due, se cioè la loro libertà di aderire, la loro voglia di conoscere si paragona con la mia libertà di proporre e di esprimermi nei giudizi che porto. E’ evidentemente strumentale l’idea di neutralità dell’insegnamento: i ragazzi (come tutti noi) hanno bisogno di adulti appassionati, che mettano in comune la loro competenza e soprattutto la loro partecipazione commossa a quanto vanno insegnando.

Ho sempre più pensato in questi anni, di fronte al rischio dell’educazione come gioco insostituibile della libertà di chi insegna e di chi impara che il primo servizio che noi adulti siamo chiamati a portare sia verso un corretto uso della ragione, come apertura alla realtà tutta e non come chiusura a preconcetti già acquisiti.

Quest’anno sto portando a conclusione un quinquennio, sto esaminando alunni carissimi (tutti, ognuno per motivi diversi) che ho accompagnato dalla prima, che ho visto crescere e diventare grandi, tramite scoperte successive. Una mia alunna in un dialogo di alcuni mesi fa mi ha detto una delle cose più confortanti per il mio lavoro: “Vede Prof, ultimamente ho pensato che il rapporto con lei e il modo di studiare Italiano mi hanno aiutato ad usare la ragione come mai avrei sospettato”.
Ma basta, è sufficiente essere “bravi insegnanti”, spendersi per i propri alunni, spiegare Italiano e Latino nel miglior modo possibile?
La risposta è duplice, nel senso che la naturale risposta affermativa richiede un approfondimento.
Certo, basta o per lo meno è già molto essere seri ed “utili” nello sfascio attuale, nel disinteresse dei più, nell’incapacità di molti, certo è importante valutare con giustizia, credere negli alunni che si hanno davanti, accompagnarli nel miglioramento, portarsi dietro anche i più disastrati e notare con soddisfazione che uno sguardo positivo li ha aiutati a migliorarsi, a diventare “capaci”.
E’ importante insomma, fare bene il proprio lavoro, portare a termine ciò che nessuna riforma, nessun dirigente, nessun consiglio di classe può impedire. Ma c’è qualcosa che sfugge, che va oltre e che ti mette al muro. Un amico, anzi un maestro per me, dice sempre che insegnare è il mestiere più sacrificante. Perché? Ho iniziato a capire e qui subentra l’approfondimento che ha a che fare con la verità di me. Ogni giorno ho di fronte quei volti che aspettano, come ogni uomo, anche se non sono totalmente coscienti, la risposta alle loro domande. Ho davanti il volto di tanti ragazzi che soffrono, che esigono qualcuno che li accompagni, che sperano in un incontro che solo può rendere bella e degna la vita.
Ma qui si tratta di sovrabbondanza: solo la sovrabbondanza per l’esperienza di pienezza che per grazia vivo mi abilita a guardare fino in fondo le persone che incontro, e a volte accade l’imprevisto (che, parafrasando Montale, “è la sola speranza” e non è una stoltezza dirselo), accade il miracolo dell’incontro in cui la libertà mia si va a legare a quella del mio alunno, che, con una semplicità non scontata, mi chiede di farmi compagna di strada, mi ferma fuori dalla porta di classe, mi domanda le ragioni di quanto dico e di come sono.
Tutto può essere occasione: la bella lezione su Manzoni o Leopardi, la solidarietà per Natale, la morte di un amico, la guerra, la proposta di vedersi oltre le ore di lezione ad approfondire temi particolarmente toccanti o a svolgere “ripassoni” per la Maturità.
Alcuni ti cercano e a quel punto sta a te non sottrarti, col tremore che sempre mi accompagna quando l’imprevisto accade, con la coscienza della fatica e della bellezza ineguagliabile che costituiscono il caricarsi della vita di altri. E i rapporti si dilatano anche nella scuola statale, fra alunni, famiglie e colleghi distratti. I rapporti si fanno storia e ti scopri commossa ad ascoltare alunni che sostengono il colloquio di esame con una coscienza della realtà che è la tua, con una capacità di giudizio che è frutto di una storia comune, di fronte a “figli” che nel riconoscimento di un fatto accaduto ti sono “padri” per la testimonianza che portano.
Ma qui si apre un altro capitolo, che è quello della straordinaria concretezza del popolo cristiano, di legami che mantengono la promessa del “per sempre”.

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