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Riforma: partire dai talenti che abbiamo ricevuto
Tra le varie letture che
ho fatto in questo periodo, per prepararmi alla Riforma
Scolastica, mi sono imbattuto in due affermazioni
interessanti.
A. Einstein sostiene che “l’ansia di conoscere il vero è
la sola cosa che possa indurci ad attribuire importanza
a ciò che studiamo”, mentre M. Weber ricorda che “solo
un duro lavoro fa maturare un’idea”. Gli obiettivi
formativo-didattici, mutuati dalla Sacra Scrittura, su
cui avevo lavorato nei due ultimi anni nella mia scuola,
la verità vi farà liberi, e camminare verso la pienezza
della verità mi sono sembrati trovare conforto
“scientifico” nell’affermazione del più grande
scienziato del XX secolo, e sostegno “filosofico” da uno
che di metodologie si intendeva.
Ma quale icona biblica guardare ora che devo aprirmi al
nuovo che verrà?
Trovo particolarmente adatta, per affrontare con lo
spirito giusto la novità che mi aspetta, la parabola dei
talenti. Come sarebbe stimolante se l’intera comunità
scolastica riuscisse a trasformare il proprio ambiente
in una Scuola di Talenti! Scuola di talenti per tutte e
tre le sue componenti: alunni, insegnanti, famiglie.
Ognuno, secondo il proprio ruolo e le proprie capacità,
si sentirebbe impegnato ed aiutato a scoprire e far
fruttificare i talenti che gli sono stati donati. Una
scuola che sappia mettere a frutto i beni di ciascuno
attraverso il circolo virtuoso tra apprendimento ed
insegnamento. Se come scriveva già nel 1967 E. Devaud
“l’attività del maestro è ordinata all’alunno, e quella
dell’alunno è ordinata al vero”, allora imparare è amare
il vero, ed insegnare è amare l’uomo. Favorendo questa
circolarità educativa noi insegnanti riscopriremo la
nostra vocazione, gli alunni proveranno la loro
soddisfazione, e le famiglie troveranno nella scuola il
vero partner che sostiene la crescita umana e culturale
dei loro figli.
Famiglie ed insegnanti sembrano essere i più preoccupati
davanti alla novità del futuro. Nulla di strano in tutto
ciò, fa parte della storia della vita: i figli sono per
natura orientati al futuro, mentre gli adulti, nello
svolgere la loro funzione educativa, non possono non
tener conto del passato e dei talenti avuti in dono
dalla cultura da trasmettere.
A pensarci bene, se si chiede più partecipazione ai
genitori, non c’è nulla di strano, ma solo un voler
mettere a frutto quanto è di loro competenza. Non è
forse vero che il bambino quando varca per la prima
volta le porte della scuola possiede già le parole, sa
usare lessico e sintassi? C’è forse qualche maestro di
prima elementare che ha sentito i suoi bambini
pronunciare “il mamma”, invece che “la mamma”? Mai!
Allora l’apprendimento genitoriale viene prima di quello
scolastico, e quest’ultimo darà frutti abbondanti nella
misura in cui si innesta sul primo. La presenza dei
genitori nel percorso didattico dei figli è quindi un
vero talento da investire. Si presenta problematico da
sempre il rapporto docenti-famigie, ma non per questo
dev’essere trascurato: imparare ad utilizzare tale
rapporto, per il comune amore verso chi si vuol far
crescere nella ricerca del vero, sarà un duro lavoro, ma
non potrà che produrre frutti maturi.
Non solo le famiglie, ma anche noi insegnanti abbiamo le
nostre perplessità e timori. Ancora una volta ci si
chiede di scommettere sul futuro, cosa che facciamo da
sempre diversamente avremmo cambiato mestiere, disposti
ad adattarci creativamente a nuove metodologie. Per
vivere bene il momento, senza essere tentati dal
“nascondere sotto terra” i nostri talenti mi va di
ripensare ad alta voce a tre parole del nostro
vocabolario quotidiano: scuola, ripetere, comprendere.
Scuola: mi si dice che viene dal greco skolè, che vuol
dire “tempo libero”, svago. Ripenso al valore che aveva
il termine latino otium, in dialettica con l’altro
negotium. Tempo libero, non come tempo da perdere, o
tempo vuoto, ma tempo per la libertà, tempo in cui si
forma il giovane a diventare e restare libero. In questa
parola stà la vocazione e capacità professionale di chi
ha scommesso sul talento di insegnare e saper
trasmettere il sapore dell’imparare.
Ripetere: quante volte dover ripetere sembra innervosire
l’insegnante ed annoiare l’alunno. Ma ri-petere
significa “continuare a domandare”, ossia non stancarsi
mai di cercare. Ripetere allora è entrare nella
metodologia della ricerca scientifica, nel segreto del
progresso e della storia. Non stanchiamoci di ri-petere,
è un grande talento di cui disponiamo per far progredire
le persone che ci vengono affidate.
Comprendere: sembra la parola più impegnativa, e
contemporaneamente quella che esprime il risultato, il
frutto, della fatica didattica. A pensarci bene, però è
anche la prima da vivere se si desidera essere maestri.
Significa “prendere con sé”…e l’insegnante deve prendere
con sé, ed in alcuni casi prendere su di sé, oltre la
propria materia di cui è competente, l’alunno… deve
coniugare questo verbo nelle forme dell’amore e del
cuore, uniche forme che aprono la mente e motivano al
duro, ma anche entusiasmante lavoro dello studio.
Certo che la parabola dei talenti possa aiutare ad
entrare nel nuovo che ci attende, buon anno scolastico
2004-2005 a tutti!
Ý
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L'Homo
Docens
Hiang-Chu Ausilia CHANG fma
(docente presso
la U.P. Salesiana a Roma) |
periodicamente la natura e l'efficacia della
propria pratica allo scopo di migliorare la
qualità dell'organizzazione, della pedagogia e dei
processi decisionali; un obbligo di continuare a
sviluppare conoscenze pratiche, sia attraverso la
riflessione personale, sia attraverso
l'interazione con altri; un obbligo a collaborare
con altri insegnanti, sia nello scambio reciproco
di riflessioni sulle proprie pratiche, sia in
attività che contribuiscono alla gestione
professionale della scuola".
Oggi siamo alla ricerca della qualità. Chi è
l'insegnante di qualità? L'insegnante di qualità
viene definito da Umberto Margiotta come colui
che:
1. si sente coinvolto e quindi motivato ed
impegnato;
2. conosce la sua materia e sa come insegnarla;
3. vuol bene ai suoi alunni e cerca di comunicare
con calore anche quando gli allievi non ricambiano;
4. si preoccupa non solo della crescita
intellettuale dell'allievo, ma anche dello
sviluppo del suo senso morale;
5. sa gestire i gruppi, sa, cioè, come animare e
orientare le dinamiche di gruppo in classe;
6. sa integrare le nuove tecnologie;
7. sa padroneggiare molteplici modelli
d'insegnamento e d'apprendimento, tra cui, in
particolare, la didattica cooperativa;
8. sa adattare e improvvisare;
9. conosce gli studenti (li considera come
individui più importanti di qualunque piano
previsto);
10. sa scambiare idee con gli altri insegnanti;
11. riflette sull'esperienza e durante
l'esperienza;
12. sa collaborare con i colleghi;
13.
migliora la propria professionalità;
14. contribuisce alla società nel suo complesso.
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"L'insegnante
ben preparato appare la chiave di volta di tutte
le innovazioni educativo-didattiche, quindi
fattore determinante per la qualità della scuola".
Senza dubbio, uno degli aspetti più innovativi
della pedagogia contemporanea è, a mio parere,
quello di considerare l'insegnamento come ricerca,
come comunicazione, come organizzazione, per cui
il docente viene ad essere anche ricercatore e
sperimentatore in chiave educativa, costantemente
alla ricerca di nuove idee e di nuovi modi di far
scuola.
La funzione propriamente educativa della scuola
appare la più trascurata e costituisce,a mio
avviso, una delle cause principali della scuola
sotto accusa. Nel presentare il documento della
CEC Le PC, il Card. Grocholewsky, prefetto della
CEC, così si esprimeva: Il cuore del disagio della
scuola oggi è l'offuscamento, mi auguro non la
perdita, del senso dell'educazione. La crisi della
scuola è in stretta relazione con la crisi
dell'educazione, dei valori in generale, della
famiglia e delle istituzioni.
Il sapere e l'istruzione con i suoi correlativi di
insegnamento-apprendimento, devono essere una
sincera. un'utile e assidua ricerca della verità,
che significa anche nutrire l'amore per la verità.
L'amore per la verità - e non il desiderio di
guadagno, di potere e di successo - si traduce e
deve tradursi in un autentico impegno educativo e
didattico.
Ciò che è fin qui detto vale per ogni docente di
qualsiasi scuola. La professione docente, se è
difficile, lo è, a mio avviso, proprio perché è in
rapporto diretto con l'essere umano che va
rispettato nella sua dignità - da riscoprire e
promuovere - nei suoi bisogni formativi che
trascendono l'hic et nunc e vanno oltre quelli
espressi dallo stesso individuo.
Ý
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Il termine "docente"
o "professore", etimologicamente, si riferisce a
chi ha la funzione di insegnare, intesa come
trasmissione della cultura, funzione
fondamentale della scuola. "La parola 'insegnante'
- ha osservato il noto comparatista inglese Edmund
King - è una parola che potremmo definire 'camaleonte'
in quanto cambia non solo colore, ma anche le sue
dimensioni a seconda di chi parla e del contesto
cui viene riferita". Sul docente, soprattutto
sulla sua formazione, esiste una ricca
bibliografia, ma ciò non significa che egli sia
ovunque all'altezza del suo compito.
L'insegnamento come trasmissione del sapere
costituisce, senza dubbio, una delle funzioni
principali dell'istituzione scolastica. Ma quale
tipo di trasmissione? E di quale sapere? La
trasmissione dei valori è in crisi da molto tempo.
Se, infatti, la scuola continua ad essere "sotto
accusa", quali sono i motivi principali? Ciò non
riguarda forse la degenerazione della trasmissione
culturale che non si nutre di ricerca e di
rielaborazione del sapere e del necessario impegno
di dedizione alla persona dell'alunno e ai suoi
bisogni formativi?
Oggi si sottolinea la necessità di assicurare alla
carriera docente la tipica professionalità che le
compete e di riqualificare la sua presenza
educativa. Ciò comporta obblighi precisi: "un
impegno morale di servire gli interessi degli
studenti considerandone il benessere e il
progresso e decidendo in che modo questi possano
essere incoraggiati o promossi; un obbligo a
rivedere
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Analisi della riforma scolastica da
un profilo cristiano
1. Centralità della
persona
La Legge 53/03 di riforma scolastica intende
"favorire la crescita e la valorizzazione della persona
umana, nel rispetto dei ritmi dell'età evolutiva, delle
differenze e dell'identità di ciascuno e delle scelte
educative della famiglia, nel quadro della cooperazione
tra scuola e genitori, in coerenza con il principio di
autonomia delle istituzioni scolastiche e secondo i
principi sanciti dalla Costituzione" (art. 1). La
centralità della persona è quindi il valore di
riferimento che viene sviluppato ed esemplificato nei
vari documenti applicativi come i Profili Educativi
Culturali e Professionali dello Studente al termine dei
corsi (PECUP).
Di qui derivano alcuni elementi qualificanti la riforma:
il Piano di studi Personalizzato - che intende favorire
l'attività didattica attraverso un rapporto umano, in
cui ciascuno possa effettivamente sviluppare tutte le
sue potenzialità - il Portfolio delle competenze -
strumento concreto per documentare la storia reale dello
sviluppo della persona, ed altri aspetti educativi quali
lo sviluppo psico-motorio, le potenzialità di relazione,
l'attenzione costante alla crescita educativa, culturale
e professionale attraverso il sapere, il fare e l'agire.
La riforma pone come uno dei principi fondamentali la "promozione
dell'apprendimento in tutto l'arco della vita",
superando la concezione restrittiva e residuale di "educazione
degli adulti", così come concepita nella normativa
precedente. In questo modo viene superata la
suddivisione settoriale tra vari segmenti
dell'istruzione e della formazione, riportandoli tutti
all'interno di un sistema di valori unitario circa il
diritto all'apprendimento in tutte le fasi della vita.
Insieme al principio della centralità della persona
emerge una concezione della persona che è riconducibile
alla visione cattolica: il valore irripetibile del
singolo e la dignità di ogni manifestazione della sua
umanità, intesa come "risorsa". La persona non è
peraltro concepita astrattamente come un'entità
autosufficiente ed isolata, bensì realisticamente, come
una creatura in cammino, che sempre può migliorarsi e
correggersi, e che realizza pienamente se stessa in
rapporto con la realtà più estesa della famiglia,
comunità sociale, tradizione storico-culturale.
La struttura del PECUP, 1° e 2° ciclo, rispecchia
esattamente questa concezione: parte dall'io, identità
(vista come l'esito dello sviluppo unitario ed armonioso
di tre fattori: conoscenza di sé, relazione con gli
altri e orientamento, inteso come educazione alla
capacità di scelta ed apertura al cambiamento), per
individuare gli strumenti culturali con cui l'io cresce,
si esprime, si rapporta alla realtà, la conosce e
trasforma, arrivando quindi alla convivenza civile, in
cui tutte le dimensioni della vita personale assumono
forma visibile e significativa nel proprio ambiente e
nel mondo, nonché acquistano una valenza morale. Sono
indicativi alcuni degli aspetti che dovrebbero
caratterizzare il profilo finale dello studente,
indicati nella sintesi del PECUP:
- avere gli strumenti di giudizio sufficienti per
valutare se stessi, le proprie azioni, i fatti e i
comportamenti individuali, umani e sociali degli altri,
alla luce di parametri derivati dai
grandi valori spirituali che ispirano la convivenza
civile;
- avvertire interiormente, sulla base della coscienza
personale, la differenza tra il bene e il male ed essere
in grado di orientarsi nelle scelte di vita e nei
comportamenti sociali e civili;
- essere disponibili al rapporto di collaborazione con
gli altri, per contribuire con il proprio apporto
personale alla realizzazione di una società migliore;
- avere consapevolezza, sia pure adeguata all'età, delle
proprie capacità e riuscire, sulla base di esse, a
immaginare e progettare il proprio futuro,
predisponendosi a gettarne le basi con appropriate
assunzioni di responsabilità;
- porsi le grandi domande sul mondo, sulle cose, su di
sé, su gli altri e sul destino di ogni
realtà, nel tentativo di trovare un senso che dia loro
unità e giustificazione, consapevoli tuttavia dei propri
limiti di fronte alla complessità e all'ampiezza dei
problemi sollevati.
Viene superata la mentalità ora dominante nel mondo
della scuola, secondo cui il processo educativo dovrebbe
essere improntato ad un preteso neutralismo, trasmettere
cioè un sapere asettico, senza entrare nel merito delle
questioni morali e ideali che la realtà continuamente
ripropone.
L'impostazione della riforma mira così a ricollegare la
dimensione conoscitiva a quella morale ed affettiva, in
una prospettiva problematica ma non relativista o
nichilista. Parole chiave sono tentativo e domanda, in
sottintesa contrapposizione tanto alle certezze
acritiche che a uno sterile dubbio sistematico.
2. Libertà e
responsabilità
Libertà e responsabilità sono posti come
finalità della prospettiva di crescita personale degli
alunni e continuamente richiamati come criteri di
riferimento per educatori, insegnanti e genitori, e per
tutti i soggetti che in qualche modo interagiscono con
la realtà dell'istruzione-formazione.
La stretta relazione posta tra questi due aspetti ancora
una volta supera il possibile equivoco di intendere la
libertà in senso strettamente e astrattamente
individualistico e coniugato con quello della
responsabilità, viene applicato alla persona nella sua
natura e situazione concreta, che sempre implica il
rapporto con gli altri, il bisogno di render ragione a
loro ed a se stessi del perché di una scelta, l'esigenza
di rispondere in maniera consapevole alla domanda di
senso che la vita, la realtà, il proprio stesso essere
pongono nel concreto delle circostanze.
3. Cooperazione
Il principio della responsabilità trova
concreto sviluppo in quello della cooperazione educativa
o della collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti
nel processo educativo: docenti ed allievi all'interno
dell'istituzione scolastica o formativa, ed inoltre tra
scuola famiglie, istituzioni, mondo del lavoro,
territorio. Nelle intenzioni c'è qualcosa di più della
semplice "partecipazione democratica", di fatto assai
impersonale e limitata agli "organi collegiali".
Cooperare e collaborare significa sviluppare relazioni
personali, confrontarsi, concordare delle scelte
operative comuni e contribuire a realizzarle. Tale
aspetto, dal punto di vista della concezione dello Stato
e delle istituzioni, appare in piena sintonia con il
principio della sussidiarietà che da sempre caratterizza
la dottrina sociale della Chiesa.
4. Valorizzazione
della tradizione culturale
L'azione educativa e didattica,
l'apprendimento e la crescita degli allievi si
sviluppano "anche in relazione alla tradizione culturale
e alla evoluzione sociale, culturale e scientifica della
realtà contemporanea". Non si tratta di un ritorno al
passato in prospettiva conservatrice e nostalgica, ma di
un riferimento alle origini, alle ragioni, alle
caratteristiche del dinamismo che ha permesso
l'evoluzione della nostra civiltà, nella prospettiva di
una lettura consapevole e critica della realtà e
dell'esperienza presenti.
Nel PECUP del 1° ciclo, tra gli strumenti culturali che
lo studente deve acquisire, si indica esplicitamente la
"consapevolezza, sia pure in modo introduttivo, delle
radici storico-giuridiche, linguistico-letterarie e
artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico-cristiano,
e dell'identità spirituale e materiale dell'Italia e
dell'Europa", e la capacità di collocare "in questo
contesto, la riflessione sulla dimensione religiosa
dell'esperienza umana e l'insegnamento della religione
cattolica". Tale consapevolezza e riflessione sono
destinate ad essere articolate ed approfondite
criticamente nel secondo ciclo, attraverso le diverse
discipline e indirizzi di studio o di formazione.
Infine a proposito del cosiddetto secondo canale,
rientra proprio nella tradizione educativa cattolica la
valorizzazione dell'istruzione e formazione
professionale, nell'ambito della personalizzazione
dell'apprendimento e dell'attenzione a quegli aspetti
pratici e materiali della vita e del lavoro umani che
hanno pari dignità con quelli intellettuali e spirituali.
Ý
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La mia esperienza
di Marina Guariniello
Un altro anno scolastico è finito, solo
alcuni, come nel mio caso, sono ancora a
cimentarsi con gli esami di maturità: è
tempo di vacanza per i più, forse di bilanci,
per tutti gli insegnanti della scuola
italiana è sicuramente giunto il momento di
voltare pagina, di lasciare da parte lo
stress di un anno in cui non tutto si è
svolto con facilità, di “staccare” dai
problemi quotidiani di alunni e colleghi,
dai rapporti a volte tesi con la dirigenza,
per dedicarsi finalmente al meritato riposo
fisico e mentale.
Ed ecco che un amico mi chiede invece di
ricordare, di raccontare cosa significhi per
me, sposata, madre di tre figli, docente di
Lettere in un Liceo scientifico statale,
svolgere la professione di insegnante, cosa
significhi insomma educare.
La richiesta è interessante, quindi provo.
Due premesse prima di partire: ho deciso di
insegnare per passione alle materie studiate
in Università, ma soprattutto per una
passione educativa. A vent’anni, forse, ero
più teorica di ora, ma già avevo percepito
importante che nella scuola fosse possibile
un rapporto vero con i docenti, già, reduce
da mie esperienze negative di studentessa (per
intenderci:mille nozioni nel liceo classico
più serio della città, nessuno spazio umano,
nessun interesse per la vita di chi ti sta
intorno) pensavo alla classe come luogo dove
fosse possibile l’educazione oltre che
l’istruzione. A vent’anni avevo già
incontrato in modo decisivo per la mia vita
il fatto cristiano, come risposta unica,
perfettamente ragionevole, ai desideri
profondi del mio cuore, l’avevo incontrato
in volti precisi, avevo già avuto la grazia
di scoprire maestri per il mio cammino.
L’assenza di un giudizio e di una presenza
cristiana nella scuola anzi la sistematica
negazione culturale oltre che pratica della
bellezza cristiana, congiunte alla fragile
incoscienza dei giovani, ormai lontani anni
luce da una personale compromissione con la
fede (Dio forse c’è, ma non c’entra nulla
con la vita), l’ingiusta confusione, la
tristezza diffusa di tanti ragazzi ancora
naturalmente aperti (per i doni dell’età)
alla ricerca di un bene per loro, ma
assolutamente ineducati, mi facevano
letteralmente star male.
Con tale bagaglio di partenza ho cominciato
e le intuizioni iniziali mi hanno
accompagnato fino ad ora, verificate de
approfondite da tutte le esperienze di
questi anni di lavoro.
Educazione quindi e istruzione: il binomio,
ho scoperto col tempo, è inscindibile, anzi
solo attraverso una reale educazione è
possibile aprire i giovani alla passione per
la conoscenza. Il mio compito professionale
è principalmente quello di proporre un
affronto serio e sistematico delle
discipline che tratto, mai disgiunto
dall’interesse per quei volti così diversi
che ogni mattina mi trovo davanti. Il rigore
nella preparazione delle lezioni, la
richiesta forte di una sequela nell’imparare,
il lavoro perché i ragazzi acquisiscano un
metodo di studio autonomo, sono stati punti
irrinunciabili della mia professione.
E’ astratto dire di interessarsi dei propri
alunni se non ci si spende perché imparino,
perché crescano nella loro capacità di
comprensione e di giudizio. Non è retorico
affermare che educare (da e-ducere ) implica
il tirar fuori, il far emergere il meglio di
loro, cioè il loro cuore, nel paragone con
quanto seriamente proponiamo. Ma il paragone
è possibile solo se in gioco siamo in due,
se cioè la loro libertà di aderire, la loro
voglia di conoscere si paragona con la mia
libertà di proporre e di esprimermi nei
giudizi che porto. E’ evidentemente
strumentale l’idea di neutralità
dell’insegnamento: i ragazzi (come tutti noi)
hanno bisogno di adulti appassionati, che
mettano in comune la loro competenza e
soprattutto la loro partecipazione commossa
a quanto vanno insegnando. |
Ho sempre più
pensato in questi anni, di fronte al rischio
dell’educazione come gioco insostituibile
della libertà di chi insegna e di chi impara
che il primo servizio che noi adulti siamo
chiamati a portare sia verso un corretto uso
della ragione, come apertura alla realtà
tutta e non come chiusura a preconcetti già
acquisiti.
Quest’anno sto
portando a conclusione un quinquennio, sto
esaminando alunni carissimi (tutti, ognuno
per motivi diversi) che ho accompagnato
dalla prima, che ho visto crescere e
diventare grandi, tramite scoperte
successive. Una mia alunna in un dialogo di
alcuni mesi fa mi ha detto una delle cose
più confortanti per il mio lavoro: “Vede
Prof, ultimamente ho pensato che il rapporto
con lei e il modo di studiare Italiano mi
hanno aiutato ad usare la ragione come mai
avrei sospettato”.
Ma basta, è sufficiente essere “bravi
insegnanti”, spendersi per i propri alunni,
spiegare Italiano e Latino nel miglior modo
possibile?
La risposta è duplice, nel senso che la
naturale risposta affermativa richiede un
approfondimento.
Certo, basta o per lo meno è già molto
essere seri ed “utili” nello sfascio attuale,
nel disinteresse dei più, nell’incapacità di
molti, certo è importante valutare con
giustizia, credere negli alunni che si hanno
davanti, accompagnarli nel miglioramento,
portarsi dietro anche i più disastrati e
notare con soddisfazione che uno sguardo
positivo li ha aiutati a migliorarsi, a
diventare “capaci”.
E’ importante insomma, fare bene il proprio
lavoro, portare a termine ciò che nessuna
riforma, nessun dirigente, nessun consiglio
di classe può impedire. Ma c’è qualcosa che
sfugge, che va oltre e che ti mette al muro.
Un amico, anzi un maestro per me, dice
sempre che insegnare è il mestiere più
sacrificante. Perché? Ho iniziato a capire e
qui subentra l’approfondimento che ha a che
fare con la verità di me. Ogni giorno ho di
fronte quei volti che aspettano, come ogni
uomo, anche se non sono totalmente coscienti,
la risposta alle loro domande. Ho davanti il
volto di tanti ragazzi che soffrono, che
esigono qualcuno che li accompagni, che
sperano in un incontro che solo può rendere
bella e degna la vita.
Ma qui si tratta di sovrabbondanza: solo la
sovrabbondanza per l’esperienza di pienezza
che per grazia vivo mi abilita a guardare
fino in fondo le persone che incontro, e a
volte accade l’imprevisto (che, parafrasando
Montale, “è la sola speranza” e non è una
stoltezza dirselo), accade il miracolo
dell’incontro in cui la libertà mia si va a
legare a quella del mio alunno, che, con una
semplicità non scontata, mi chiede di farmi
compagna di strada, mi ferma fuori dalla
porta di classe, mi domanda le ragioni di
quanto dico e di come sono.
Tutto può essere occasione: la bella lezione
su Manzoni o Leopardi, la solidarietà per
Natale, la morte di un amico, la guerra, la
proposta di vedersi oltre le ore di lezione
ad approfondire temi particolarmente
toccanti o a svolgere “ripassoni” per la
Maturità.
Alcuni ti cercano e a quel punto sta a te
non sottrarti, col tremore che sempre mi
accompagna quando l’imprevisto accade, con
la coscienza della fatica e della bellezza
ineguagliabile che costituiscono il
caricarsi della vita di altri. E i rapporti
si dilatano anche nella scuola statale, fra
alunni, famiglie e colleghi distratti. I
rapporti si fanno storia e ti scopri
commossa ad ascoltare alunni che sostengono
il colloquio di esame con una coscienza
della realtà che è la tua, con una capacità
di giudizio che è frutto di una storia
comune, di fronte a “figli” che nel
riconoscimento di un fatto accaduto ti sono
“padri” per la testimonianza che portano.
Ma qui si apre un altro capitolo, che è
quello della straordinaria concretezza del
popolo cristiano, di legami che mantengono
la promessa del “per sempre”.
Ý
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